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A ROOM OF MY OWN  UNA STANZA TUTTA PER ME

In occasione dell'avvio della Design Week 2019, Ventura Projects e Cramum presentano la mostra a cura di Sabino Maria Frassà che accoglie le opere di tre artiste Francesca Piovesan, Giulia Manfredi e Flora Deborah.

Da lunedì 8 aprile fino al 14 aprile in occasione dell'avvio della Design Week 2019Ventura Projects e Cramum presentano la mostra "A room of my own" | "Una stanza tutta per me" curata da Sabino Maria Frassà e che accoglie le opere di tre artiste finaliste o vincitrici del premio Cramum: Francesca Piovesan, Giulia Manfredi e Flora Deborah. La mostra è ispirata al saggio "femminista" Una stanza tutta per sé scritto 90 anni fa da Virginia Woolf che rivendicava un ruolo da protagoniste per le donne anche nella cultura. Il curatore Frassà ha richiesto alle artiste  di ideare un progetto che racchiudesse la propria visione del mondo in una "stanza". Il risultato è un percorso espositivo di 15 opere in tre "stanze" che all'interno di Ventura Centrale indaga il passare del tempo e la comprensione di chi siamo veramente. I progetti artistici proposti sono accomunati da un'elevata sperimentazione a livello materico e di tecnica artistica: dalle fotografie termosensibili di Francesca Piovesan alle resine di Giulia Manfredi all'installazione di batteri di Flora Deborah.

Uneasy, la Stanza di Francesca Piovesan. Ognuno di noi custodisce in sé e nasconde caratteristiche e immagini "non facili", scomode e che possono fare male. Spesso nascondiamo anche a noi stessi questi pensieri, finendo per seppellirli nel nostro profondo. Gli scatti fotografici che compongono il progetto sono a prima vista dei monocromi neri: il nero che vediamo è in realtà una velatura che si dissolve quando l'opera viene toccata da dalle mani calde dello spettatore. È il nostro calore - interiore - a permetterci di riscoprire, vedere e affrontare le (nostre) paure. Gli scatti di Uneasy nascondono e rivelano così ferite e segni lasciati dal tempo sul corpo di donne scelte dall'artista per le proprie storie o per il passato con lei condiviso.

 

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Still, la Stanza di Giulia Manfredi. Ogni essere umano deve affrontare la paura che concerne il passare del tempo, al propria finitezza e mortalità. La dicotomia vita-morte è un ossessione che finisce spesso per intaccare e plasmare come noi ci vediamo e la nostra stessa identità. La resina adottata dall'artista sembra riuscire a cristallizzare l'esistenza della pianta morta. Da lontano abbiamo addirittura l'illusione che la pianta sia ancora viva e che possa continuare a vivere per sempre. Ma tutto, come nella vita, è un'illusione: avvicinandoci, guardando meglio, scopriamo che la luce dell'opera illumina qualcosa che non è più vivo. 

 

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I'm Too Old to Float, la Stanza di Flora Deborah. Per l'artista è fondamentale l'eterogeneità e l'ambivalenza della relazione tra madri e figli. "TOO OLD TO FLOAT" (letteralmente "Troppo vecchio per stare a galla") è una installazione costruita intorno a culture simbiotiche di batteri, raccolti e fatti crescere in in una serie di vasi di vetro soffiato. I batteri crescono in una mistura di tè verde ed acqua di zucchero (che li nutre) fino a colonizzare tutto il contenitore. La "madre" che si forma cresce e sta a galla in cima al liquido finché è troppo pesante e affonda, lasciando spazio ai "nuovi batteri" più giovani, che salgono a galla.

 

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Alessandra Baldoni

Trovarsi. Ritrovarsi. Proteggersi. Incontri e dialoghi per uno sguardo più umano

Due artiste umbre che si raccontano in una mostra attraverso due linguaggi visivi diversi seppur complementari. Il dialogo è infatti il punto di forza di questa doppia personale, che si percepisce già all’entrata della galleria, prima di iniziare la visita. 

By Maria Grazia Camerota

La mostra Trovarsi. Ritrovarsi. Proteggersi, a cura di Maria Grazia Camerota, Federica Lazzarini, Patrizia Renzetti, Denise Ticozzi, organizzata presso la galleria ADD-art di Spoleto dal 10 marzo al 5 aprile 2019, mette a confronto i lavori di Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) e Benedetta Galli (Perugia, 1976). Le due artiste umbre si raccontano attraverso due linguaggi visivi diversi seppur complementari. Il dialogo è infatti il punto di forza di questa doppia personale, che si percepisce già all’entrata della galleria, prima di iniziare la visita.

All’inizio Baldoni e Galli si presentano in modo separato, ognuna con la propria identità, la propria storia personale ma già con lo sguardo rivolto l’una verso l’altra. La mescolanza delle loro visioni di vita si ha in un secondo momento, prima timidamente e poi in modo più completo, in un moto ascensionale che avvolge lo spettatore, il quale si trova a entrare fisicamente a contatto con le opere, raggiungendole o avvicinandosi ad esse.

Comincia così un altro dialogo, un altro confronto, che silenziosamente prende forma tra le mura della galleria. Lo spettatore, interagendo con i lavori delle artiste, inizia a riflettere e a interrogarsi. Il suo corpo, il suo sguardo si intreccia con quello di Baldoni e Galli. Una nuova storia viene a delinearsi, a partire dall’incontro tra le esperienze di vita delle artiste e quelle dello spettatore, iscritte e protette nei loro corpi.

I corpi rappresentati sono accarezzati con lo sguardo dallo spettatore in maniera differente: nelle opere di Baldoni, le emozioni e i corpi delle persone fotografate sono percepite in modo soggettivo, a seconda del proprio vissuto; nelle opere di Galli invece lo sguardo si fa più intimo e silenzioso, quasi a non voler rompere e a far rimanere intatte le sfere trasparenti che custodiscono e proteggono il corpo dell’artista. In entrambi i casi lo sguardo, che si posa e indaga i corpi rappresentati, conducono verso il medesimo fine: la scoperta e riscoperta di sé stessi.

Il viaggio introspettivo che lo spettatore compie permette di mettere in moto la sua memoria attraverso i ricordi che affiorano nella sua mente, e la scintilla che la riaccende viene fornita dalle stesse artiste. Particolari, dettagli e tracce volutamente lasciate nelle fotografie di Baldoni, costruite ad hoc e caratterizzate da scenari immaginari nei quali però ognuno di noi può ritrovare assonanze con il proprio vissuto; autoscatti di memoria per il corpo nudo di Galli, posto in posizione fetale, immortalato da lei a vent’anni e continuamente riproposto e mescolato al corpo nudo maschile, alle lettere e alle parole.

In entrambi i casi, il mezzo fotografico mostra e protegge al tempo stesso i corpi rappresentati: più visibili quelli di Baldoni, più nascosti quelli di Galli. Ciò nonostante questi corpi si reiterano, si perpetuano, in un continuo cambiamento ed evoluzione che conducono verso la ricerca della propria e altrui identità, liberamente espressa nelle sue varie forme.

 

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Benedetta Galli, dettaglio

 

Gli scatti di Baldoni e Galli non sono quindi fissi e immobili, ma dinamici e pieni di vita. Le emozioni che scaturiscono dalla loro visione e dal loro ricordo non si esauriscono dietro al semplice click della macchina fotografica ma continuano a vivere anche dopo lo scatto, rinnovandosi infinite volte.

Attraverso lo scatto fotografico, l’anima umana prende così forma ed entra a contatto con persone diverse, che non si conoscono, ma con le quali si avvia un mutuo e reciproco scambio emozionale: a partire dalla propria storia personale, si penetra nelle storie degli altri, si vivono le loro emozioni, che vengono poi trasformate ulteriormente in nuova e pura energia.

Perché l’arte ha il forte potere di mettere in comunicazione le persone, farle interrogare e far scoprire loro che hanno in comune più di quello che pensano, prima fra tutte la fragilità umana. Una fragilità che può aiutare a essere più umani e meno spietati, più solidali e meno solitari, all’interno di una nuova comunità che guarda il genere umano con sguardo puro e semplice, con la rinnovata consapevolezza di non volersi più solo proteggere ma anche di farsi proteggere dall’altro.

 

 

 

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Cleo Fariselli, Hydria, official image for In Pratica 7, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano 

 

ENZO SONO LINA film e mostra di un progetto sonoro

Recupera da un archivio di 50 ore di registrazione delle segreterie telefoniche di tutta Italia tra gli anni ‘80 e ’90

“Ci sei?...richiamami”, “ti richiamo alle 9 e mezza” e “pronto, sei lì?” sono alcune delle frasi sospese che il progetto Enzo sono Lina, di Giulia La Marca e Tommaso Perfetti di ENECE FILM, recupera da un archivio di 50 ore di registrazione delle segreterie telefoniche di tutta Italia tra gli anni ‘80 e ’90, raccolte e digitalizzate grazie al sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura.
 
Enzo sono Lina è un film fatto di suono su uno schermo scuro, quasi nero. Il frusciare di un nastro analogico, qualche respiro e poi le parole, che appaiono quasi casuali da uno spazio lontano, ultime testimonianze orali di un’epoca che non c’è più. Voci diverse, differenti accenti, differenti vite ci portano nell’intimità delle case, delle relazioni di parenti o amici in cui è facile riconoscersi. Tra tutte le storie prende spazio quella di Emanuele e Valentina, della loro segreteria telefonica e di dieci anni di messaggi. La mamma, gli amici, le serate, la musica, Milano anni ‘90 e la spensieratezza di una coppia di giovani innamorati. Poi qualcosa cambia, gli anni passano e le parole tornano a diradarsi, tra silenzi, attese e distanze irrisolte.
 
Il film è stato presentato in anteprima al MIC – Museo Interattivo del Cinema giovedì 4 aprile alle ore 20.30, con replica martedì 9 aprile e venerdì 12 aprile ore 17. La proiezione è accompagnata dalla rassegna di film ASCOLTARE IL CINEMA, che affronta in diversi modi il tema della comunicazione: nell'era dello smartphone, delle chat, della comunicazione multimediale, della reperibilità h24 ci siamo quasi dimenticati che il telefono è innanzitutto voce. Il MIC propone una selezione di titoli dedicata agli intrighi telefonici per riascoltare le voci, che corrono sul filo, più misteriose e conturbanti della storia del cinema: La conversazione di Francis Ford Coppola, Il colpevole - The Guilty di Gustav Möller, Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck e Locke di Steven Knight.
 
Il progetto Enzo sono Lina diventa anche un’installazione al Museo di Fotografia Contemporanea, dove tutte le 50 ore di suoni e messaggi raccolti dai nastri magnetici sono presentati in modo casuale e vengono messe in dialogo con una selezione di fotografie di Luca Andreoni, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Daniele De Lonti, Guido Guidi dal Fondo Archivio dello Spazio, conservato presso il Museo.
La sovrapposizione di parole e fotografie, realizzate nello stesso periodo, evocano una stessa dimensione domestica e abitativa: le prime ci portano nell’intimità delle case, ne immaginiamo le vite che le hanno attraversate, le seconde ci mostrano l’esterno, il paesaggio metropolitano in cui le storie si sviluppano. Sono entrambi racconti personali e corali, archivi che conservano la memoria di un passato recente, ancora analogico, ma allo stesso tempo estremamente distante.
 
Il Fondo Archivio dello Spazio comprende 7.461 immagini realizzate tra il 1987 e il 1997 da quasi 60 artisti, tra cui sono presenti tutti i principali autori della fotografia di paesaggio italiana. Le immagini coprono l’intero territorio della provincia di Milano, documentando architetture di valore storico, costruzioni industriali e postindustriali, aree urbanizzate in via di trasformazione.

05 aprile – 05 maggio 2019
Installazione
A cura di Matteo Balduzzi
Museo di Fotografia Contemporanea

Film
ENZO SONO LINA
regia Giulia La Marca
soggetto Giulia La Marca, Tommaso Perfetti
produzione Laura Viezzoli
una progetto ENECE FILM

Installazione
ENZO SONO LINA
di Tommaso Perfetti, con la collaborazione di Giulia La Marca
con alcune fotografie di Luca Andreoni, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Daniele De Lonti, Guido Guidi dal Fondo Archivio dello Spazio
a cura di Matteo Balduzzi
Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con ENECE FILM

 

 

 

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miart - la ventiquattresima edizione dal 5 al 7 aprile 2019

Con l’edizione 2019, miart consolida il proprio percorso di crescita coniugando la solidità degli aspetti di mercato con l’attitudine alla ricerca, e ampliando il proprio formato in una piattaforma di osservazione della società e dei suoi cambiamenti.

 

Dal 5 al 7 aprile torna miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano e diretta da Alessandro Rabottini, con il sostegno di Intesa Sanpaolo in qualità di main partner. All’interno del padiglione 3 di fieramilanocity, 186 gallerie provenienti da 19 paesi esporranno opere di maestri moderni, artisti contemporanei affermati ed emergenti e designer storicizzati e sperimentali.
 
Attraverso le sue sette sezioni, miart conferma la formula che l’ha resa negli anni la fiera in Italia con la più ampia offerta cronologica, evocando così la combinazione di storia e sperimentazione che risiede nel DNA di Milano. L’internazionalità che in questi anni ha reso il capoluogo lombardo una capitale inclusiva trova espressione nel dialogo tra storia e presente che caratterizza il progetto di miart. Con l’edizione 2019, miart consolida il proprio percorso di crescita coniugando la solidità degli aspetti di mercato con l’attitudine alla ricerca, e ampliando il proprio formato in una piattaforma di osservazione della società e dei suoi cambiamenti.
 
miart 2019 è lieta di accogliere prestigiose gallerie internazionali che per la prima volta hanno scelto Milano come palcoscenico in Italia come Cabinet (Londra), Corvi-Mora (Londra), Marian Goodman Gallery (New York – Parigi – Londra), Hauser & Wirth (Hong Kong – Londra – Los Angeles – New York – Somerset – St. Moritz – Gstdaad – Zurigo), Herald St (Londra), GalerieThaddaeus Ropac (Parigi – Londra – Salisburgo) e Tucci Russo (Torre Pellice), tra le altre.
 
Numerose e influenti le gallerie provenienti da tutto il mondo che consolidano il rapporto con Milano confermando la loro partecipazione dalle precedenti edizioni tra cui A Arte Invernizzi (Milano), Alfonso Artiaco (Napoli), Bortolami (New York), Isabella Bortolozzi (Berlino), Campoli Presti (Londra – Parigi), ChertLüdde (Berlino), Clearing (Bruxelles – New York – Brooklyn), Galleria Continua (San Gimignano – Pechino – Les Moulins – L’Avana), Raffaella Cortese (Milano), Thomas DaneGallery (Londra – Napoli), Massimo De Carlo (Milano – Londra – Hong Kong), Dvir Gallery (Bruxelles – Tel Aviv), Kalfayan Galleries (Atene – Salonicco), Gladstone Gallery (New York – Bruxelles), Kaufmann Repetto (Milano – New York), Peter Kilchmann (Zurigo), Andrew KrepsGallery (New York), Lelong& Co (Parigi – New York), Magazzino (Roma), Mai 36 (Zurigo), Giò Marconi (Milano), Massimo Minini (Brescia), P420 (Bologna), Gregor Podnar (Berlino), Almine Rech (Parigi – Bruxelles – Londra), Lia Rumma (Milano – Napoli), Sprovieri (Londra) e Zero (Milano).
 
La centralità della riflessione sull’arte del secolo scorso è un asse portante dell’architettura di miart, confermata da un’ampia selezione di gallerie come Cardi (Milano – Londra), Casoli De Luca (Roma), Cortesi (Lugano – Londra – Milano), Galleria d’Arte Maggiore G.A.M. (Bologna – Parigi – Milano), Galleria dello Scudo (Verona), Mazzoleni (Londra – Torino), Montrasio Arte (Monza – Milano), Repetto Gallery (Londra), Robilant + Voena (Londra – Milano – St. Moritz), Richard Saltoun (Londra), Gian Enzo Sperone (Sent – New York), Studio Marconi (Milano), Tega (Milano) e Tornabuoni Arte (Firenze – Milano – Parigi – Londra).

18 direttori di musei internazionali e curatori di prestigiose istituzioni provenienti da 10 paesi faranno parte delle giurie responsabili del Fondo di acquisizione Fondazione Fiera Milano e dei 5 premi che miart assegna alle gallerie e agli artisti, e che da anni ormai confermano la collaborazione tra la fiera e i suoi partner: Fondo di Acquisizione Fondazione Fiera Milano, Premio Herno, Premio Fidenza Village per Generations, Premio On Demand by Snaporazverein, Premio LCA per Emergent, Premio Rotary Club Milano Brera per l'Arte contemporanea e i giovani artisti.

Un nuovo ciclo di miartalks segna la rinnovata collaborazione tra miart e In Between Art Film: tre giornate di conversazioni aperte al pubblico coinvolgeranno quaranta artisti, curatori, collezionisti, designer, direttori di musei e pensatori internazionali, riuniti attorno al tema “Il bene comune”.

L’impegno divulgativo di miart continua a esprimersi attraverso miarteducational, il servizio di visite guidate gratuite realizzate grazie al supporto di Fidenza Village e Value Retail.

Come da tradizione miart diventa l’epicentro della Milano Art Week, un ricco calendario di opening, eventi e aperture specialidi mostre e progetti organizzati dalle maggiori istituzioni pubbliche e fondazioni private di Milano, che includono (tra gli altri) Sheela Gowda e Giorgio Andreotta Calò da Pirelli HangarBicocca, Lizzie Fitch / Ryan Trecartin alla Fondazione Prada Milano, Anna Maria Maiolino al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea,Broken Nature. Design Takes on Human Survival + Design Museum alla Triennale, Lygia Pape alla Fondazione Carriero, Antonello da Messina e Jean-Auguste-Dominique Ingres a Palazzo Reale, Renata Boero e Marinella Pirelli al Museo del Novecento,The Unexpected Subject: 1978 Art and Feminism in Italy da FM – Centro per l’Arte Contemporanea, Sophia Al Maria alla Fondazione Pomodoro, Hans Josephsohn presso ICA Milano, Carlos Amorales alla Fondazione Pini, Anj Smith al Museo Poldi Pezzoli e un nuovo progetto speciale commissionato dalla Fondazione Nicola Trussardi.

A conferma della ricchezza e vivacità del programma che caratterizzerà le giornate di miart, l’apertura speciale domenica 7 aprile delle gallerie private di Milano chiuderà la settimana dell’arte.

miart 2019 ringrazia i numerosi partner che affiancano e sostengono la ventriquattresima edizione della fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano in molteplici forme:

Main Partner: Intesa Sanpaolo – Intesa Sanpaolo Private Banking
Partners: Herno, Fidenza Village, Snaporazverein, LCA Studio Legale
miartalks powered by: In Between Art Film
Sponsors: Ruinart, Flos, Nava press
Media Partner: Elle Decor
International Media Partner: The New York Times
Official Guide: My Art Guides
Online exclusively on: Artsy

 

 

 

 

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Cleo Fariselli, Hydria, official image for In Pratica 7, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano 

 

La Collezione Giuseppe Iannaccone presenta HYDRIA

Settimo appuntamento del progetto IN PRATICA, dedicato a Cleo Fariselli.

Sabato 6 aprile 2019 inaugura, nello studio legale dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, negli stessi spazi in cui è conservata parte della sua collezione d’arte, il settimo appuntamento del progetto IN PRATICA, dedicato a Cleo Fariselli.

Dopo le presentazioni di Davide Monaldi, Luca De Leva, Andrea Romano, Beatrice Marchi, Giovanni Iudice e di un progetto dedicato a dieci giovani artisti albanesi realizzato in collaborazione con ART HOUSE di Adrian, Melisa e Zef Paci; IN PRATICA prosegue nel suo intento di proporre, attraverso il susseguirsi di piccole mostre, un continuo confronto tra le opere degli artisti già consacrati nel panorama internazionale presenti in Collezione e quelle di artisti emergenti di talento, anche se talvolta ancora poco conosciuti dal grande pubblico, invitati per l'occasione a concepire progetti site-specific.

Filo conduttore di HYDRIA sarà l’acqua, elemento fortemente ricorrente nell’immaginario di Cleo Fariselli.

“Mi capita spesso di sognare l’acqua, a volte come un mare calmo, una pioggia imminente, un fiume impetuoso, un lago oscuro e così via” spiega Cleo Fariselli “negli anni ho imparato a interpretare il suo aspetto mutevole come spia dei movimenti più profondi del mio mondo interiore, ed è sempre stato per me oggetto di ispirazione, riflessione e di auto-analisi. Mi interessa esplorare questo tema non solo in chiave introspettiva e auto-analitica ma anche come paradigma estetico e metaforico della contemporaneità. L’immagine contemporanea dell’acqua è trasparente, cristallina; dall’estetica delle nuove interfacce tecnologiche che ne propongono seducenti rappresentazioni, all’acqua in bottiglia nelle réclame di uno stile di vita salutista e up-to-date, quest’acqua infallibilmente limpida, senza ombre, incarnazione di una perfetta chiarezza, è domata, epurata di ogni mistero e, in ultima istanza, di ogni vitalità.”

L’intenzione concettuale della mostra è quella di “restituire all’acqua il suo aspetto mutevole, la sua capacità generativa, il suo lato affascinante, misterioso e conturbante.” “Fin dalle prime visite della collezione” racconta l’artista “ho immaginato l’ufficio dell’avvocato con le sue finestre affacciate sulla fontana di Piazza San Babila, come la cabina di una nave”. 

Una serie di inedite sculture dialogheranno con dei dipinti che per la prima volta faranno il loro “debutto ufficiale” in una mostra di Cleo Fariselli. Questo medium infatti, utilizzato da Cleo per formare la sua vocazione artistica, era stato poi abbandonato, ma ora, forse stimolata anche dalle opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, i dipinti prenderanno forma e si inseriranno tra le sculture in ceramica realizzate con la tecnica giapponese del Raku. Una tecnica che ricalca parti anatomiche dell’artista che paiono “oggetti fuori dal tempo, in bilico tra l’umano e il naturale. Nascono dalla suggestione dei volumi del mio corpo immaginati come ambienti vuoti, nei quali aggirarmi, o strumenti di visione, nei quali perdersi con l’occhio”.

“Cleo” raccontano l’Avvocato Giuseppe Iannaccone e la curatrice Rischa Paterlini “con le sue opere cariche di suggestioni, rimandi ed esperimenti materici, ci parla di una profonda relazione con il mondo, attraverso il suo sguardo rivolto prima alla sua realtà interiore e poi a quella circostante, un rapporto continuo tra corpo, gesto, mente e inconscio. Le sue sculture, dalle forme imprecisate, che non esaudiscono mai del tutto il bisogno dello spettatore di attribuirgli un significato, ci portano in una dimensione diversa, eclettica, indefinita e talvolta seducente”.

La mostra di Cleo Fariselli, che sarà accompagnata da un catalogo distribuito gratuitamente edito da MadeinTemp, sarà visitabile nello studio legale dell’avvocato Giuseppe Iannaccone dall’7 aprile al 12 luglio 2019, solo su appuntamento, per piccoli gruppi di persone.

 

 

 

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 Ibrahim Mahama / Silence between the lines, Ahenema Kokoben, Kumasi, 2015 / Kumasi, Ghana, installation view / Courtesy the artist

 

Fondazione Nicola Trussardi presenta IBRAHIM MAHAMA A FRIEND

L’installazione è realizzata in occasione dell’Art Week milanese, coordinata dal Comune di Milano, e rimarrà visibile anche per l’intera durata della Design Week. 

Da martedì 2 a domenica 14 aprile 2019, la Fondazione Nicola Trussardi presenta A Friend, un’imponente installazione concepita appositamente per i due caselli daziari di Porta Venezia dall’artista ghanese Ibrahim Mahama (Tamale, Ghana, 1987), a cura di Massimiliano Gioni. L’installazione è realizzata in occasione dell’Art Week milanese, coordinata dal Comune di Milano, e rimarrà visibile anche per l’intera durata della Design Week.

Dopo i suoi grandi interventi all’interno di importanti rassegne internazionali di arte contemporanea – dalla 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (2015) a Documenta 14 (2017) a Kassel e Atene – la Fondazione Nicola Trussardi ha invitato Mahama a realizzare a Milano un’installazione su scala urbanistica che coinvolgerà interamente un luogo simbolo della città: il crocevia di Porta Venezia, una delle sei porte principali della cinta urbana, che sorge sullo stesso asse viario su cui erano sorte in precedenza le omonime porte di epoca romana, medievale e spagnola. Per secoli Porta Venezia è stata per Milano la porta d’Oriente, segnando il confine che delimitava il territorio urbano rispetto alla campagna, luogo che storicamente ha contribuito a definire la topografia di Milano e la relazione tra la città e il mondo esterno, ricorrente tanto nella vita quanto nelle cronache: dall’ingresso della peste che devastò la città con l’epidemia del XVII secolo, passando per le descrizioni nelle pagine de I Promessi Sposi, fino ad arrivare ai quartieri multietnici che oggi si articolano intorno a questo snodo fondamentale. A Friend vuole innescare una riflessione sul concetto stesso di soglia, quel luogo di passaggio che definisce l’interno e l’esterno, il sé e l’altro, l’amico e il nemico.

Come già avvenuto per le numerose opere pubbliche realizzate da Ibrahim Mahama nelle capitali dell’arte contemporanea in musei, biblioteche, palazzi governativi, teatri e stazioni ferroviarie, anche a Milano l’artista avvolgerà i caselli neoclassici di Porta Venezia con sacchi di juta, creando una seconda pelle che conferirà ai due edifici una nuova identità, portandoci a riguardarli non più come semplici monumenti, ma alla luce della loro origine storica e della loro funzione simbolica ed economica come luogo di scambio commerciale. Rivolgendosi a tutte le persone che quotidianamente abitano e frequentano la città, Mahama metterà in scena in uno snodo nevralgico per la viabilità cittadina uno spettacolo temporaneo capace di confrontarsi con il passato e il presente di Milano. In questa presentazione milanese, l'opera di Mahama sembra anche ricollegarsi esplicitamente agli interventi urbanistici dell'artista Christo, che negli anni Settanta aveva impacchettato i monumenti a Leonardo da Vinci e a Vittorio Emanuele in Piazza Scala e Piazza Duomo. Se in quegli anni le azioni di Christo sembravano criticare il mondo dei consumi, oggi le "dimostrazioni civili" – come le descrive l'artista – di Mahama raccontano un mondo assai più complesso di tensioni globali.

Attraverso la ricerca e la trasformazione dei materiali, Ibrahim Mahama indaga alcuni dei temi più importanti della contemporaneità: la migrazione, la globalizzazione e la circolazione delle merci e delle persone attraverso i confini e le nazioni. Le sue installazioni su larga scala impiegano materiali raccolti da ambienti urbani, come frammenti architettonici, legno, tessuti e, in particolare, sacchi di juta che vengono cuciti insieme e drappeggiati su imponenti strutture architettoniche. Come i sacchi americani usati per la distribuzione in Europa degli aiuti alimentari del piano Marshall furono probabilmente alla base dell'ispirazione di Alberto Burri, così i sacchi di Mahama sono elementi fondamentali della sua ricerca: simbolo dei mercati del Ghana, sono fabbricati in Asia e importati in Africa per il trasporto su scala internazionale di merci alimentari e di vario genere (cacao, fagioli, riso, ma anche carbone).

Strappati, rattoppati e marcati con vari segni e coordinate, i sacchi con le loro drammatiche ricuciture raffazzonate diventano garze che tamponano le ferite della storia, simbolo di conflitti e drammi che da secoli si consumano all’ombra dell’economia globale. I sacchi di Mahama racchiudono allo stesso tempo un significato più nascosto che riguarda la forza lavoro che si cela dietro la circolazione internazionale delle merci. Il sacco di juta, spiega l’artista, “racconta delle mani che l’hanno sollevato, come dei prodotti che ha portato con sé, tra porti, magazzini, mercati e città. Le condizioni delle persone vi restano imprigionate. E lo stesso accade ai luoghi che attraversa”. Per assemblare i sacchi, spesso Mahama collabora con decine di migranti provenienti da zone urbane e rurali in cerca di lavoro, senza documenti né diritti, vittime di un’esistenza nomade e incerta che ricorda le condizioni subite dagli oggetti utilizzati nelle proprie opere. 

L'installazione A Friend di Ibrahim Mahama è stata commissionata dalla Fondazione Nicola Trussardi e prodotta in collaborazione con miart, fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano, nell'ambito dell'Art Week milanese 2019, un programma di eventi, inaugurazioni e aperture straordinarie nei musei e nelle istituzioni pubbliche e private, che raccoglie i principali operatori milanesi con la regia del Comune di Milano. 

Si ringraziano per il sostegno: Confcommercio Milano; Spada Partners; Apalazzogallery. 
Sponsor tecnico: Belluschi 1911. 
Media coverage: Sky Arte HD.
Un ringraziamento speciale va al Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano, la cui ventinovesima edizione si terrà dal 23 al 31 marzo 2019.

A Friend di Ibrahim Mahama fa parte di una serie di incursioni realizzate dal 2013 dalla Fondazione Nicola Trussardi in occasione di miart: una serie di progetti speciali, mostre temporanee, performance e interventi pop-up che hanno portato a Milano artisti internazionali tra cui Jeremy Deller, Sarah Lucas, Gelitin, Darren Bader e Stan VanDerBeek

La Fondazione Nicola Trussardi è un’istituzione no profit privata, un museo nomade per la produzione e la diffusione dell’arte contemporanea in contesti molteplici e attraverso i canali più diversi, che nasce a Milano nel 1996. Le sue attività sono rese possibili, oltre che dalle tre socie fondatrici Beatrice, Maria Luisa e Gaia Trussardi, anche grazie alla generosità di un gruppo di sostenitori che ne supportano i progetti.

Con A Friend continua così il percorso intrapreso dalla Fondazione nel 2003 con la Presidenza di Beatrice Trussardi e la Direzione Artistica di Massimiliano Gioni, portando l’arte contemporanea nel cuore della città di Milano, riscoprendo e valorizzando luoghi dimenticati o insoliti. Dopo importanti mostre personali tra cui quelle di Allora & Calzadilla, Pawel Althamer, Maurizio Cattelan, Tacita Dean, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Urs Fischer, Peter Fischli e David Weiss, Paul McCarthy, Paola Pivi, Pipilotti Rist, Anri Sala e Tino Sehgal e le due grandi mostre a tema La Grande Madre (2015) e La Terra Inquieta (2017), Beatrice Trussardi e Massimiliano Gioni sono ora orgogliosi di presentare questa grande installazione di Ibrahim Mahama, nel sedicesimo anno di attività nomade della Fondazione Nicola Trussardi.