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Gino Rossi a Venezia

Dialogo tra le collezioni della Fondazione Cariverona e Ca' Pesaro

Dal 23 febbraio al 20 maggio, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro dedica una mostra a Gino Rossi, artista tra i più interessanti dell’avanguardia veneziana che proprio a Ca’ Pesaro ha trovato il suo centro nei primi anni del ‘900.

Curata da Luca Massimo Barbero ed Elisabetta Barisoni, "Gino Rossi a Venezia" vuole restituire la forza e l’ampiezza dell’innovazione nata e cresciuta a Ca’ Pesaro dal 1908 fino ai primi anni Venti, attraverso lo sguardo di uno dei suoi protagonisti.

La mostra s’inserisce all’interno di un rinnovato interesse per la figura di questo artista, a 70 anni dalla sua scomparsa.

Il percorso espositivo, che si svilupperà negli ambienti espositivi al secondo piano del museo, si svilupperà intorno ad alcuni capolavori di Gino Rossi, realizzati nel corso di una carriera artistica breve eppure intensissima: alle opere di Ca’ Pesaro si affiancherà il nucleo di significativi lavori raccolti e conservati nella collezione di Fondazione Cariverona.

L’esposizione, che è organizzata in collaborazione con BARCOR17, sarà inoltre arricchita da un catalogo edito da Marsilio (Venezia, 2018), con i testi dei curatori, Luca Massimo Barbero ed Elisabetta Barisoni, cui si affiancheranno le schede delle opere e un saggio di Nico Stringa, che a Gino Rossi ha dedicato una lunga e approfondita ricerca filologica e storica.

 

Adele Ceraudo La pietà 2012 collezione Le affinità elettive 2011 2013 disegno a bic su carta Fabriano cm 48x33

 Adele Ceraudo, La pietà, 2012, collezione Le affinità elettive, 2011-2013, disegno a bic su carta Fabriano, cm 48x33

 

Nel nome della madre. Adele Ceraudo

L'esposizione a cura di Daniela Wollmann è dedicata al tema della femminilità con oltre cinquanta opere

La personale di Adele Ceraudo al Pan, Palazzo delle Arti di Napoli dal 24 febbraio al 19 marzo ripercorre attraverso una selezione di oltre 50 opere i momenti salienti dei 10 anni di attività dell'artista che si esprime attraverso molteplici linguaggi. Tema dell'esposizione, curata da Daniela Wollmann, è la femminilità che caratterizza da sempre la ricerca artistica di Adele Ceraudo. La sua arte è un messaggio sociale, l'artista infatti pone al centro della sua opera la figura della donna di cui descrive tutte le caratteristiche, sia quelle legate alla gioia, alla positività, alla seduzione fino ad arrivare agli aspetti più tragici legati alla violenza e al dolore.
In mostra sono esposti disegni, opere a tecnica mista, fotografie - di medie e grandi dimensioni - affiancati da video e installazioni. In occasione dell'inaugurazione e nel corso di tutta la rassegna (da mercoledì a sabato) verrà eseguita dall'artista la performance intitolata "Da Madonna a donna".
Accompagna la mostra un catalogo con testi della curatrice Daniela Wollmann, di Gianpasquale Greco e Luigi Polillo.

Promossa e realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo, la mostra è organizzata in collaborazione con l'Assessorato alla cultura e turismo del comune di Napoli, dall'associazione culturale CreativiATTIVI/rivoluzionART, nell'ambito dell'iniziativa "la bottega delle sensazioni", idea, progetto e curatela di Daniela Wollmann.

 

viaggioin italia

 

Beat Generation. Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia

La mostra fotografica e documentaria presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea a cura di Enzo Eric Toccaceli

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dal 16 febbraio al 2 aprile presenta la mostra fotografica e documentaria Beat Generation. Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia, a cura di Enzo Eric Toccaceli, che ripercorre le tappe di un movimento che ha fatto storia.

Saranno esposte circa 200 fotografie in bianco e nero realizzate dallo stesso curatore, tutte inedite e tutte acquisite dalla Galleria Nazionale, nell’ambito di una nuova politica istituzionale, che dedica alle fonti una serie di iniziative, che traggono origine dagli archivi documentari e fotografici recentemente acquisiti o conservati nella Galleria.

Le fotografie, corredate da un apparato di circa 600 documenti (prime edizioni, vinili, manifesti, inviti, locandine, ritagli stampa), descrivono gli ultimi viaggi in Italia di tre dei più importanti esponenti della Beat Generation, che si recarono in Italia diverse volte in occasione di incontri e performance: Allen Ginsberg, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, il più longevo dei tre artisti, ormai quasi centenario. In un arco di tempo che prende avvio dalla fine degli anni Settanta per concludersi negli anni più recenti, Enzo Eric Toccaceli ha seguito e fotografato Ginsberg, Corso e Ferlinghetti in tutte le loro peregrinazioni nelle grandi città e capitali dell’arte: da Milano a Venezia, Roma, Firenze, per giungere fino allo Stretto di Messina.

Attraverso le fotografie, ma anche attraverso i documenti, i manifesti, gli articoli e varie rarità e curiosità, l’autore descrive in una sorta di moderno grand tour il viaggio in Italia dei tre poeti, in un appassionante racconto tra arte, cronaca e storia. L’idea della mostra ha preso avvio nel 2017, nel ricordo di Allen Ginsberg, a venti anni dalla sua morte e nel solco delle celebrazioni per il centenario della nascita di Fernanda Pivano, amica e traduttrice dei tre poeti, la prima a parlare in Italia della Beat Generation e a farla conoscere in tutte le sue svariate sfaccettature ad un ampio pubblico di tutte le età. 

L’inaugurazione della mostra sarà preceduta da una conversazione in cui Mita Medici, Maria Anita Stefanelli e Carlo Massarini condivideranno con il pubblico i ricordi, la poesia e la conoscenza della Beat Generation, attraverso testimonianze e letture dei tre personaggi. 

Coordina Claudia Palma, Direttrice dell’Archivio Bioiconografico e dei Fondi Storici della Galleria Nazionale. 

Mita Medici è cantante e attrice dalla fine degli anni Sessanta, quando era conosciuta come la “ragazzina del Piper”, simbolo di una gioventù libera e sfrenata. Popolarissima come soubrette di “Canzonissima”(1973-1974), ha recitato, cantato e ballato in teatro, al cinema, in televisione.

Maria Anita Stefanelli è professore associato di poesia e letteratura teatrale angloamericana all’Università di Roma Tre e “visiting fellow” al Trinity College Dublin. Si è occupata di Whitman e Dickinson, di William Carlos Williams e altri modernisti, della poesia visiva di Kenneth Patchen, di Lawrence Ferlinghetti e dei City Lights Pocket Poets, delle sperimentazioni teatrali degli anni Sessanta, oltre ai classici O’Neill, Miller, Albee e Tennesse Williams.

Carlo Massarini è un giornalista, fotografo, conduttore televisivo e radiofonico. Nei primi anni Settanta è fra i conduttori di “Per voi giovani” e “Popoff”, trasmissioni di musica rock su Radio Rai. Scrive inoltre per “Popster” e “Rolling Stone”, e dal 1981 al 1984 è autore e presentatore di “Mister Fantasy”, trasmissione di Rai Uno dedicata alla videoarte e al videoclip. Ha diretto le trasmissioni “Non necessariamente” e “Mediamente” dedicate alle nuove tecnologie. Attualmente, conduce “Ghiaccio Bollente” su Rai5.

Enzo Eric Toccaceli è autore di numerosi libri e curatore di mostre. Ha collaborato con la cattedra di “Storia e critica del cinema” di Mario Verdone. Ha collaborato con giornali, riviste e radio e ha frequentato personaggi come John Cage, Julian Beck, Judith Malina, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Anne Waldman, John Giorno, Ed Sanders.

 

Informazioni

Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea

viale delle Belle Arti 131, Roma

Ingresso disabili Via Gramsci 71

 

orari di apertura

dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30

ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

 

biglietti

intero: € 10,00

ridotto: € 5,00

 

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Eva Kot’átková - The Dream Machine is Asleep

Esposizione a cura di Roberta Tenconi  dal 15 Febbraio fino al 22 Luglio

La mostra personale di Eva Kot’átková (Praga, 1982) “The Dream Machine is Asleep”, sarà visibile dal 15 febbraio al 22 luglio presso l' HangarBicocca. L'esposizione è un progetto inedito e immersivo dove opere esistenti sono affiancate a nuove produzioni, tra installazioni, sculture, oggetti fuori scala, collage e momenti performativi. Partendo dalla visione del corpo umano come una macchina, un grande organismo il cui funzionamento necessita di revisioni, rigenerazione e riposo, e dall’idea del sonno come momento in cui attraverso i sogni si creano nuove visioni e mondi paralleli, la mostra esplora le nostre proiezioni e i pensieri più intimi, le ansie e il disorientamento del vivere contemporaneo.

Al centro di “The Dream Machine is Asleep” è l’omonima installazione, un gigantesco letto alla cui base è presente quello che l’artista definisce un ufficio per la creazione di sogni. Con questo lavoro Eva Kot’átková prosegue la sua ricerca sui sistemi che regolano la nostra vita, contrapponendo loro immagini provenienti dall’universo infantile per supplire alla mancanza o alla perdita di immaginazione.
Per accedere allo spazio espositivo i visitatori sono invitati ad attraversare l’opera Stomach of the World (2017), un’allegoria del mondo, descritto come un organismo caotico che alterna processi di assimilazione famelica, a momenti di stasi, di empatia o di scontro tra i suoi abitanti, a fasi di controllo, digestione, espulsione e riciclo delle “scorie” prodotte, ovvero le fobie e gli stati d’ansia. L’opera, composta da un video presentato all’interno di un’installazione percorribile dai visitatori e che assume la forma del disegno stilizzato di uno stomaco, si avvale di protagonisti e immagini presi dal mondo dell’infanzia e della mitologia.
Numerosi oggetti fuori scala punteggiano l’intera mostra, mettendo il pubblico a confronto con un immaginario a cavallo tra letteratura fantastica e scienze neurologiche.
Accanto a una serie di sette enormi teste in metallo (Heads, 2018) che vengono regolarmente attivate e completate dalla presenza immobile di performer e che rappresentano maschere in cui trovare riparo, i visitatori possono sfogliare le pagine di libri che raggiungono i due metri di altezza. Questi libri (Diaries, 2018) raccolgono piccole sculture e collage – una tecnica largamente adottata nel Surrealismo e molto amata da Eva Kot’átková per la sua natura intrinseca in cui si uniscono frammenti ed elementi differenti in nuove composizioni – e rappresentato un diario in cui vengono raccolti pensieri attorno alle disfunzioni e alle peculiarità del mondo contemporaneo. In Theatre of Speaking Objects (2012), invece, undici oggetti quotidiani e di arredamento come un vaso, una porta o un muro, assumono caratteristiche antropomorfe, facendosi portavoce di traumi nascosti. L’opera è stata presentata alla 18a Biennale di Sydney ed è ispirata a una serie di schizzi dell’architetto ceco Jiří Kroha (1893-1974), che negli anni ’20 aveva immaginato una pièceteatrale utilizzando semplici utensili quotidiani a cui dava voce e caratteristiche umane. Nella cacofonia di voci, che parlano idiomi differenti, e nell’utilizzo di oggetti come surrogato del corpo umano, Eva Kot‘átková mette in luce le situazioni in cui non è possibile esprimersi liberamente dando invece la possibilità di farlo attraverso questa comunicazione indiretta, usando gli oggetti come mediatori.
L’intera mostra viene concepita come un organismo: attraverso performance programmate, si anima e viene abitata da figure che si aggirano nello spazio attivando le opere con semplici azioni statiche, con coreografie più complesse o attraverso narrazioni orali estemporanee. Così in Asking the Hair about Scissors (2018), un anomalo e surreale parrucchiere,i visitatori possono ricevere racconti liberamente composti da Eva Kot‘átková a partire da fatti di cronaca: chiedendo di rinunciare a una parte del proprio corpo, i capelli, l’artista ripropone l’idea di frammentazione.

Orari delle performance

Asking the Hair about Scissors
giovedì 18-20, domenica 17-19

Heads
Feeding the Cleaning Machine with what Others didn’t Finish
sabato e domenica 18-20

 

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JAGO “HABEMUS HOMINEM”

Il giovane scultore racconta la contemporaneità in rapporto costante con la Storia

A Roma presso il Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese dal 16 febbraio al 2 aprile sarà visibile la mostra Jago "Habemus Hominem".

Cardine fondamentale delle opere presentate, che vanno dal 2009 a oggi, due ritratti di Papa Benedetto XVI: il primo iniziato quando il pontefice era nel pieno delle sue funzioni (sacrali), il secondo che mostra l’immagine del rappresentante di Dio tornato a essere uomo, Habemus Hominem.

Jago nasce nel 1987 a Frosinone, vive e lavora tra Anagni e Verona. Nel 2011, a soli 24 anni, è selezionato da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54esima edizione della Biennale di Venezia (Regione Lazio, Palazzo Venezia, Roma) per poter prender parte alla quale abbandona gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone. La sua opera più celebre e controversa è il busto in marmo di Papa Benedetto XVI, premiato nel 2012 con la “Medaglia del Pontificato”, poi “spogliato” e trasformato in Habemus Hominem in seguito alle dimissioni del Pontefice. Con più di 237.000 “followers” attivi sulla sua pagina Facebook e oltre 15.000.000 di visualizzazioni del documentario dedicatogli da FanPage, Jago condivide la propria arte sui social network in maniera indipendente, per questo motivo da molti è definito social artist.

A cura di Maria Teresa Benedetti, JAGO “HABEMUS HOMINEM” è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. I servizi museali sono a cura di Zètema Progetto Cultura.