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No Anorexia, 2007, Copyright Oliviero Toscani

 

 

Oliviero Toscani.  Più di 50 anni di magnifici fallimenti

Una mostra che ripercorre la carriera del grande fotografo, oltre 100 fotografie mettono in scena la potenza creativa e la carriera di Oliviero Toscani attraverso le sue immagini più note.

Il Comune di Ravenna–Assessorato alla Cultura e il MAR Museo d'Arte della città di Ravenna, presentano dal 14 aprile al 30 giugno la mostra Oliviero Toscani. Più di 50 anni di magnifici fallimenti a cura di Nicolas Ballario e con l’organizzazione di Arthemisia. Una mostra che ripercorre la carriera del grande fotografo, oltre 100 fotografie mettono in scena la potenza creativa e la carriera di Oliviero Toscani attraverso le sue immagini più note. Toscani mediante la fotografia ha fatto discutere il mondo su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Tra i lavori in mostra il famoso Bacio tra prete e suora del 1992, i Tre Cuori White/Black/Yellow del 1996, No-Anorexia del 2007 e decine di altri. Saranno esposti anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare radicalmente: dalle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, oltre ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Carmelo Bene, Federico Fellini e i più grandi protagonisti della cultura dagli anni ‘70 in poi. La mostra vede come media partner Sky Arte e Rolling Stone.

Più di 50 anni di magnifici fallimenti è il titolo dell’esposizione al MAR che mette in mostra qualche decennio del lavoro del fotografo. Per chi conosce la storia di Toscani, sa che il fallimento rappresenta per l’artista una prospettiva, per non fermarsi mai e sfidare ogni limite. L’esposizione - che complessivamente presenta quasi 150 fotografie - gravita attorno a un corpo centrale di immagini costituito da 100 fotografie di piccolo formato che ripercorrono la carriera di Toscani. Completano e integrano il percorso espositivo due corpi di lavoro che si sviluppano lateralmente: il “Progetto Razza Umana” e il “Focus newyorchese”.

Il corpo centrale della mostra intende offrire una sintesi dei tanti ambiti della creatività toccati da Oliviero Toscani nella sua vita. Toscani nasce a Milano nel 1942 ed è figlio d’arte: suo padre, Fedele, è stato infatti il primo fotoreporter del Corriere della Sera. Sono proprio il padre, la sorella e il cognato Aldo Ballo (il più affermato fotografo del design milanese) a spingerlo a studiare in una grande scuola assecondando il desiderio di diventare un grande fotografo. La scuola migliore in quel momento si trova a Zurigo, la Kunstgewerbeschule, con Johannes Itten come preside - il maestro del colore della Bauhaus – e con alcuni dei più importanti grafici e fotografi del mondo come insegnanti. Qui impara la teoria del colore, la tecnica e la composizione.

Di questo periodo sono gli emozionanti scatti che un Toscani, appena ventunenne, realizza a Don Lorenzo Milani, nella sua scuola di Barbiana. Si diploma nel maggio del 1965 e finalmente può cominciare quella che si sarebbe rivelata una carriera brillante. Sono gli anni della frattura con il vecchio mondo, gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, della minigonna inventata da Mary Quant, sono gli anni delle contestazioni studentesche. Toscani immortala quei momenti con la sua macchina fotografica e non si lascia sfuggire gli eventi salienti che contraddistinguono la sua generazione.

È in prima linea al concerto del Velodromo Vigorelli di Milano per fotografare i Beatles in occasione della loro unica tournée italiana. Baffi alla Gengis Khan, stivaletti della beat generation e ovviamente capelli lunghi, Toscani ci mette poco ad affermarsi e a diventare uno dei fotografi più richiesti dalle riviste di tutto il mondo. Agli inizi degli anni ’70 decide di trasferirsi a New York.

Il suo primo grande scandalo è del 1973: fotografa in primissimo piano il fondoschiena di Donna Jordan con su i jeans della marca Jesus e ci piazza sopra lo slogan “Chi mi ama, mi segua”. Il manifesto fa il giro del mondo e le polemiche infuriano come mai prima era successo intorno a una pubblicità. È Pier Paolo Pasolini sulla prima pagina del Corriere ad ammonire tutti quei facili moralismi, parlando di come quell’immagine ponesse un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista. Il nome di Oliviero Toscani, e non solo le fotografie, è ormai noto in tutto il mondo.

Gli anni ‘70 sono quelli che lo vedono come forza creativa dietro i più grandi giornali e marchi di tutto il mondo: Vogue, Harpe’s Bazaar, GQ, Elle. E poi Missoni, Valentino, Armani, Esprit, Prenatal, Chanel e soprattutto Elio Fiorucci, il vero innovatore della moda a livello mondiale, con il quale Toscani stringe una forte collaborazione, oltre che un’amicizia indissolubile.

Nel 1982 avviene invece l’incontro che cambia il mondo della comunicazione: Toscani inizia a realizzare le campagne per Benetton, dando vita a una serie ormai radicata nell’immaginario di tutti. Viene inventato il marchio “United Colors Of Benetton”, quel rettangolino verde che sarà posto sulle fotografie che scuoteranno le coscienze del mondo. Toscani ribalta il senso delle fotografie di moda e con le campagne Benetton parla di razzismo, fame nel mondo, AIDS, religione, guerra, violenza, sesso, pena di morte.

In quegli anni attira su di sé pesantissime accuse, quelle di sfruttare i problemi del mondo per fare pubblicità ai maglioni. È l’esatto contrario: Toscani usa il mezzo pubblicitario per parlare dei problemi del mondo. Anche dopo Benetton i suoi “scandali via advertising” arrivano puntuali: dà uno slancio alla discussione sulla regolamentazione delle unioni gay, creando una grande campagna che mostra una coppia di omossessuali in atteggiamenti affettuosi su un divano o spingere un passeggino.

Nel 2007 invece scuote violentemente il fashion system, facendo trovare pronta proprio per la settimana della moda di Milano una campagna con la fotografia di una ragazza anoressica completamente nuda, a mostrare i segni distruttivi della malattia che le case di abbigliamento invece sfruttano.

Nel 2018 torna a dirigere FABRICA, il centro di ricerca sulla comunicazione fondato insieme a Luciano Benetton quasi 30 anni prima. In mostra c’è anche il primissimo piano di un uomo di etnia africana con due occhi di colore diverso tra loro, fotografia con la quale Toscani lanciò il centro di ricerca: David Bowie fu così colpito da quell’immagine da decidere di scrivere la canzone Black Tie, White Noise.

Dal 2007 Toscani ha dato vita al progetto “Razza Umana”, con il quale ha girato mezzo mondo ritraendo persone nelle piazze e nelle strade, mettendo in piedi uno studio itinerante. Forse è dalle parole di Achille Bonito Oliva che emerge forte il senso di questo grande progetto: “Nella Razza Umana, una galleria infinita di ritratti di varia e anonima umanità, la fotografia non è casuale e istantanea, non è il risultato di un raddoppiamento elementare, bensì di una messa in posa che complica e rende ambigua la realtà di cui parte. In definitiva la Razza Umana è frutto di un soggetto collettivo, lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze”.

Agli inizi degli anni ’70 Toscani decide di trasferirsi a New York e non va a vivere in un posto qualunque: si trasferisce per qualche tempo al Chelsea Hotel, intorno alle cui stanze ruota tutta la cultura underground della grande mela. È lì che abitano o avrebbero abitato Bob Dylan e Leonard Cohen, Iggy Pop e Sam Shepard, Tom Waits e Robert Mapplethorpe. È lì che verrà trovato il corpo senza vita di Nancy Spungen, per il cui omicidio venne arrestato Sid Vicious.

Di questi anni è il fidanzamento con la modella Donna Jordan e la frequentazione della Factory di Andy Warhol, amico e modello per sue le fotografie. Oliviero Toscani passa le serate al Max Kansas City o al Club 57 e fotografa tutti i protagonisti della scena musicale e creativa di allora: Mick Jagger, Joe Cocker, Alice Cooper, Lou Reed. Quest’ultimo sceglie proprio uno scatto di Toscani per la copertina di un suo disco del 1974.

Già a quell’epoca Toscani ha una capacità incredibile di cogliere i talenti nascosti ed è lui a proporre alle redazioni le prime fotografie fatte ad una ancora sconosciuta Patti Smith, appena trasferitasi a New York.

In mostra saranno visibili anche tre testimonianze video: il documentario No-Anorexia, girato in occasione dell’uscita della campagna nel 2008; il video WART, una fortissima sequenza di immagini che racconta il nesso tra guerra e arte, tra bellezza e tragedia; uno speciale della serie “fotografi” di SkyArteHD realizzato interamente sulla figura di Oliviero Toscani.

 

 

 

 

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© Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti | Immersione Libera, Palazzina dei Bagni Misteriosi, Milano

 

Immersione libera alla Palazzina dei Bagni Misteriosi a Milano 

Interazione, libertà e ricerca sono le parole chiave di Immersione libera, la mostra collettiva, a cura di Giovanni Paolin in collaborazione con Associazione Pier Lombardo, Galleria Continua e Teatro Franco Parenti.

Interazione, libertà e ricerca sono le parole chiave di Immersione libera, la mostra collettiva, a cura di Giovanni Paolin, in programma dal 2 aprile al 18 maggio negli spazi della Palazzina dei Bagni Misteriosi. Realizzata in collaborazione con Associazione Pier Lombardo, Galleria Continua e Teatro Franco Parenti, Immersione libera è un momento espositivo voluto e sostenuto dall’imprenditrice e collezionista Marina Nissim per promuovere una nuova generazione di artisti.  

Selezionati tra le voci emergenti più interessanti e innovative del panorama internazionale contemporaneo, Alfredo Aceto, Agreements to Zinedine, Antonello Ghezzi, Calori & Maillard, Campostabile, Giovanni Chiamenti, Alessandro Fogo, Francesco Fonassi, Valentina Furian, Raluca Andreea Hartea, Ornaghi & Prestinari e Marta Spagnoli sono gli artisti chiamati a ideare nuove opere site-specific per la Palazzina dei Bagni Misteriosi.

La mostra non segue un unico filo conduttore, ma abbraccia un ampio ventaglio di proposte che spaziano tra linguaggi, materiali e tecniche differenti. Tutte le opere sono pensate per fondersi con gli ambienti circostanti favorendo il coinvolgimento dei visitatori. Per tutta la durata della mostra, inoltre, gli interventi site-specific dialogheranno anche con una serie di eventi temporanei, organizzati con la collaborazione dei curatori ospiti: Giulia Colletti, Caterina Molteni, Treti Galaxie. 
 
Il percorso di Immersione libera inizia nell’Atrio della Palazzina dei Bagni Misteriosi con χρόα di Giovanni Chiamenti: un organismo con un’anima di ferro ricoperta da una pellicola dicroica, che nasce dall’osservazione e dall’ascolto della natura. L’intervento di Chiamenti prosegue nella sala successiva con le due sculture Bone e Cortex, scansioni 3D che cercano di leggere e memorizzare l’oggetto in modo fedele, mettendone in luce tutte le imperfezioni e le tracce lasciate dal tempo. Il mondo della natura torna in Iperbole (δU = δQ - δW), digigrafia che fotografa il ribollire della superficie di un geyser, mentre con Scratch – una stampa incisa su carta – l’artista rivendica il diritto alla lentezza in un mondo, come quello attuale, votato al primato dell’istante.

Alfredo Aceto definisce lo spazio espositivo della Sala Mosaico con tre sculture che spuntano dal pavimento come se emergessero dal mare: le Gutter-Gargoyle. Sono il risultato dell’ibridazione tra un idrante, una grondaia e un animale marino che, in questo contesto, si fanno vettori di nuovi significati. La manipolazione scultorea, intesa come assemblaggio di elementi con inedite possibilità narrative, è anche alla base di Claire: un timido personaggio fiabesco frutto dell’evoluzione di un portacravatte che ha acquisito dimensioni umane e una pinna sul dorso. 

Alessandro Fogo elabora il pattern della moquette posata nella stessa sala ispirandosi al motivo del parquet liquido di Giorgio De Chirico; le sue tele appese alle pareti sono invece sospese nel tempo e nello spazio, estremamente connotate da un punto di vista simbolico. Si rifà al mondo dei simboli e del mito anche l’Animale Cerimoniale, installazione ambientale curata dal collettivo milanese Agreements to Zinedine – ATZ che, attraverso cinque interventi, ricrea all’interno della Sala Testori un esempio di tempio contemporaneo animato da antiche leggende.
Nella stessa sala Scena di caccia è un’installazione sonora, in quattro movimenti, realizzata da Francesco Fonassi: l’opera audio, mixata su tre sorgenti differenti, mescola elettronica, strumenti a corda, manipolazioni analogiche e voce, che si svelano all’ascoltatore come iterazioni di gesti che rievocano antiche strategie di caccia. Il contributo di Fonassi prevede anche un intervento di natura scultorea – Arco – che si ispira a un vecchio modello d’arco giapponese, lo Yumi.
 
Nella Sala Centrale della Palazzina, Raluca Andreea Hartea installa tra i volumi della libreria una serie di scatti fotografici che, riproducendo le copertine dei libri, creano un gioco di percezione tra realtà e finzione. Nei quadri di Marta Spagnoli lo sguardo si perde in un labirinto di linee e colori, mappe che tracciano paesaggi fatti di relazioni, i cui segni s’intrecciano, interrompono e moltiplicano. Mc2, il lavoro di Calori & Maillard, si articola in due progetti complementari, uno scultoreo e uno fotografico, con cui il duo italo-francese interpreta in chiave simbolica l’equazione più famosa della fisica che stabilisce l’equivalenza tra l’Energia e la massa di un sistema fisico. 

Il percorso prosegue con Pool, struttura in legno e tessuto, del duo Campostabile. Il titolo fa riferimento al termine inglese che, tra le tante accezioni, indica un gruppo, un’entità collettiva, un organismo in condivisione proprio come l’installazione nella Sala Zenitale: un organismo composito in cui il valore dell’unico è sempre maggiore della somma delle singole parti che lo compongono. Sempre nella Sala Zenitale è esposta l’opera di Ornaghi & Prestinari: Cionco, una scultura in legno che raffigura un burattino astratto e claudicante: sorretto da un meccanismo a pressione, quando perde l’equilibrio, cade, si scompone per poi rialzarsi e ricomporsi in modo sempre nuovo. 

Al piano inferiore la mostra continua con 55: la video installazione a due canali di Valentina Furianpresenta uno scenario onirico, volutamente ambiguo, in cui il processo narrativo gioca sullo scarto tra finzione e realtà. Infine, sulla terrazza, il percorso espositivo si conclude con Alla luna del duo Antonello Ghezzi, un’installazione partecipativa, poetica ed evocativa: camminando su un tapis roulant che evidenzia sul display la reale distanza della Terra dalla Luna, 384.400 km, i visitatori contribuiranno a un countdown che avvicina il nostro pianeta al suo satellite. 
 
Immersione Libera inaugura in occasione di miart per poi inserirsi tra gli eventi che animeranno il Parenti District – ART & DESIGN, un nuovo distretto di sinergie tra arte, arti performative e design, voluto dal Teatro Franco Parenti e dai Bagni Misteriosi in occasione della Milano Design Week.

Immersione libera prende il via lunedì 1 aprile. La mostra sarà visitabile da martedì a venerdì dalle 16.00 alle 21.00. Sabato e domenica l’apertura è anticipata alle 14.00. Aperture speciali in occasione di miart – dalle 10 alle 22 – e del Fuorisalone – dalle 14 alle 22. 
 
Si ringrazia Technogym, l’azienda italiana leader mondiale nella fornitura di tecnologie, servizi e prodotti di design per il Wellness, che per l’installazione Alla luna di Antonello Ghezzi ha messo a disposizione “Run Personal”, il tapis roulant della linea PERSONAL, che rappresenta la sintesi perfetta di tecnologia all’avanguardia e funzionalità, frutto della collaborazione tra Technogym e il design d’autore di Antonio Citterio. 

 

 

 

4. GUCCIONE Tramonto a Punta Corvo

GUCCIONE ,Tramonto a Punta Corvo

 

A MENDRISIO IL MARE E IL CIELO DI PIERO GUCCIONE

La prima retrospettiva post mortem che ripercorrere il viaggio attorno al mare di Guccione attraverso l’esposizione di 56 capolavori dal 1970 fino alla conclusione del suo percorso.

Dal 7 aprile al 30 giugno 2019 il Museo d’arte Mendrisio presenta una grande antologica dedicata a PIERO GUCCIONE (1935-2018), tra i più grandi artisti italiani del secondo Novecento, attivo sino allo scorso anno, celebre per le sue magnifiche marine.

Non c’è mai stato un artista che sia riuscito a dare la dimensione della luce e della relazione tra l’azzurro, il mare e il cielo come Piero Guccione. Nato nel 1935 a Scicli e recentemente scomparso, per oltre quaranta anni ogni mattina Guccione ha guardato il mare cercando di coglierne le variazioni, non per semplice descrittivismo, ma per trovarci sempre l’anima dell’uomo.

«Mi attira l'assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento.» Guccione ha portato la sua ricerca ai limiti dell’astrazione, restando tuttavia ben ancorato alla realtà. Persino nelle ultime opere dove la rarefazione è condotta all’estremo e il senso di vuoto diventa qualità principale, egli vuole e sa rimanere pittore di un’antica tradizione radicata nel dato realistico, figurativo.

Con la prima retrospettiva post mortem, il Museo d'arte Mendrisio intende ripercorrere il viaggio attorno al mare di Guccione attraverso l’esposizione di 56 capolavori tra oli e pastelli, a partire dal 1970 fino alla conclusione del suo percorso. La scelta delle opere è stata curata dal Museo d’arte Mendrisio in collaborazione con l'Archivio Piero Guccione.

Un catalogo di 120 pagine, edito dal Museo d’arte Mendrisio, documenta con fotografie e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e seguite da apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni.

Una mostra incantevole per ricordare un grande artista.

 

 

 

Storie in Movimento mostra mudec interno

Immagine della mostra "Storie in movimento. Italiani a Lima, Peruviani a Milano" - Foto tratta dal sito del MUDEC

 

 

Storie in movimento. Italiani a Lima, Peruviani a Milano

I legami storico-culturali tra Milano, l'Italia e il Perù nella mostra in partenza al MUDEC, concepita in collaborazione con l'Università Statale.

Fino al 14 luglio, al MUDEC Museo delle Culture di MilanoStorie in movimento. Italiani a Lima, Peruviani a Milano, la mostra nata dalla collaborazione tra Maria Matilde Benzoni, docente di Storia della Spagna e dell'America latina e di Storia moderna al dipartimento di Scienze della mediazione linguistica e di Studi interculturali dell'Università Statale di MilanoGiorgia Barzetti Carolina Orsini, conservatrici del MUDEC, e il team di antropologhe coordinato da Sofia Venturoli dell'Università degli Studi di Torino.

Al centro del percorso espositivo il racconto dei legami storico-culturali tra Milano, l'Italia e il Perù sul filo di molteplici esperienze di vita, individuali e collettive, da "scoprire" attraverso gli intrecci che legano, nel tempo e tra loro, i diversi protagonisti della mostra: Antonello Gerbi (1904-1976), capo dell'Ufficio studi della Banca Commerciale Italiana e studioso di storia delle idee costretto a un decennale esilio in Perù (1938-1948), a causa delle leggi razziali e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, capace di trasformarsi proprio a Lima in un grande americanista; l'artista peruviano Jorge Eduardo Eielson (1924 -2006), giunto in Europa nel 1948, la cui intensa produzione, ricca di elementi preispanici, è intimamente legata all'Italia, e a Milano, in particolare; la variegata e numerosa comunità peruviana milanese, che con la ricchezza delle sue tradizioni culturali e il dinamismo socioeconomico contribuisce a fare della Milano contemporanea una vitale "città mondo".

La mostra dà voce a testimonianze ed espone documenti, opere e materiali messi a disposizione da numerosi prestatori, per restituire al visitatore una "storia" frutto dell'integrazione di prospettive storiche, antropologiche, fino al cinema documentario. In particolare per la sezione dedicata ad Antonello Gerbi, curata più da vicino da Maria Matilde Benzoni, di rilevante importanza per la realizzazione della mostra sono stati i contributi della famiglia Gerbi, dell'Archivio storico di Intesa Sanpaolo e della Biblioteca di Scienze della Storia e della Documentazione Storica dell'Università Statale di Milano.
Il percorso espositivo al MUDEC si inserisce nel ricco palinsesto di iniziative "Milano Città Mondo #04 Perù", a cura dell'Ufficio Reti e Cooperazione Culturale del Comune di Milano che, insieme alla comunità peruviana milanese, farà conoscere più da vicino il Perù alla città attraverso conferenze, incontri, proiezioni ed eventi promossi, anche in collaborazione con l’Università Statale, in programma fino a fine maggio.

 

 

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Nulla è lasciato al caso. "Trascendenza" di Alberto di Fabio

La mostra a cura di Sabino Maria Frassà ci accoglie in un luogo inconsueto, negli spazi di Gaggenau Hub a Milano, showroom del noto Brand tedesco, dove l’arte dialoga con altre forme d’arte. Recensione a cura di Camilla Delpero.

La mostra “Trascendenza” di Alberto di Fabio a cura di Sabino Maria Frassà ci accoglie in un luogo inconsueto, non canonico del mondo dell’arte, che tuttavia con essa ha creato un connubio vincente. Fino al 1 aprile si potranno ammirare le opere del Maestro negli spazi di Gaggenau Hub a Milano, showroom del noto Brand tedesco, dove l’arte dialoga con altre forme d’arte.

Le opere in mostra, di cui alcune totalmente inedite, sono volutamente in numero limitato. Esse rimbombano nel luogo asciutto e lineare al fine di concentrare l’attenzione dello spettatore sia sulle tele di grande formato, tipiche della poetica di di Fabio, sia su mosaici del tutto, appartenenti alla collezione dell’artista.

I colori terrosi, caldi anch’essi insoliti nella sua produzione, riverberano la bellezza del pennello che ricrea liquide stratificazioni. I suoi dipinti sono compositi e composizioni di differenti livelli di liquido; delle sinapsi che creano congiunzioni infinite.

 

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In particolare mi ha accattivato il mosaico dorato posto sul pavimento, visibile da ogni angolazione,collocata in tale posizione dal curatore per essere la chiave di interpretazione della mostra. L’artista ha usato l’oro, materiale prezioso tipico delle pale d’altare medioevali per richiamare forse quella sacralità che un tempo veniva affidata alla preziosità del materiale, sacralità che ora viene dissacrata nel pensiero umano.

La sua è una visione orizzontale del mondo che porta e deve portare a un maggiore distaccamento dall’usuale punto di vista verticale. Il gioco delle tessere dei due mosaici rappresenta e diventa un mantra che l’artista stesso esegue cercando di distogliere il pensiero dalle cose terrene ed elevarlo verso una pura spiritualità. Come in tutte le filosofie orientali il gesto non è solo un mezzo per raggiungere la perfezione, ma è la perfezione stessa. Che si tratti di tessere, ricami, mosaici il gesto porta la mente ad innalzarsi.

Nulla è lasciato al caso. Tutto è collegato ad un discorso più complesso, un’arte che vuole ritornare e ritrovare un tempo biologico, un tempo meditativo non inquinato dalla frenesia e disillusione quotidiana.

 

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