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 Giorgio de Chirico, Le consolateur, 1929, olio su tela.

Fondazione Magnani-Rocca ospita una grande mostra dedicata a Giorgio de Chirico e Alberto Savinio

La Fondazione presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell’avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia 

Dal 16 marzo al 30 giugno la Fondazione Magnani-Rocca ospita una grande mostra dedicata a Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, i «Dioscuri» dell’arte del XX secolo.
I due fratelli hanno ripensato il mito, l’antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell’avanguardia e della citazione, traslandoli e reinterpretandoli per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell’uomo contemporaneo, dando vita a quella che Breton definì una vera e propria mitologia moderna.
La mostra – allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma – presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell’avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia e giunge alla ricchissima produzione per il teatro, documentata anche da preziosi bozzetti, figurini e costumi per l’opera lirica del Teatro alla Scala di Milano.

I Dioscuri dell’Arte – «Sono l’uno la spiegazione dell’altro» scriveva Jean Cocteau dei due fratelli de Chirico. Vicinissimi nei primi passi delle rispettive carriere, de Chirico e Savinio lavorano a stretto contatto nei primi anni parigini. André Breton definiva il loro lavoro “indissociabile nello spirito”: le visioni concepite da Giorgio in quegli anni, trovano un corrispettivo letterario nella poetica del fratello; nonostante il merito sia stato storicamente attribuito al genio di de Chirico, ad oggi è ormai riconosciuto il ruolo rivestito da Savinio nell’elaborazione dell’estetica metafisica.

L’esposizione – curata da Alice Ensabella, Università di Grenoble, e da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca – si propone di ricostruire criticamente le fonti comuni dei fratelli de Chirico al fine di metterne in evidenza affinità, contrasti e interpretazioni del fantastico universo che prende forma nelle loro traduzioni pittoriche, letterarie e teatrali.

Giorgio (1888-1978) e Andrea (1891-1952) de Chirico – nascono in Grecia, dove trascorrono tutta l’infanzia. Figli di un milieu alto borghese e cosmopolita, ricevettero un’educazione solida ed internazionale, influenzata dal romanticismo e dal nichilismo tedeschi, dall’avanguardia parigina, dalla cultura classica mediterranea, greca certamente, ma anche profondamente italiana.
Questo particolarissimo imprinting filosofico, artistico e letterario, che forgia le menti dei fratelli de Chirico nei loro anni di formazione e primi anni di attività, darà come risultato uno dei momenti più originali e più alti della cultura figurativa italiana del Novecento.

Il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito – Nonostante il comune percorso intellettuale, de Chirico e Savinio dimostrarono fin da giovani caratteri e approcci diversi alla pratica artistica. Savinio, figura poliedrica, nasce come musicista e compositore, diviene in seguito scrittore e approda alla pittura solo all’età di trentacinque anni. De Chirico, dalla personalità più decisa e granitica, individua fin dall’adolescenza la sua strada nella pittura.
Se le opere di entrambi sono caratterizzate da temi di interesse comune come il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito, all’antico, le interpretazioni che i due fratelli ne forniscono non sono le stesse, approdando spesso a risultati stilisticamente e iconograficamente distanti.
Più freddo, mentale e concettuale, de Chirico, anche dopo la grande stagione metafisica non rinuncerà a rappresentazioni ancora impregnate di enigmi, che caratterizzeranno i suoi paesaggi che richiamano ai miti dell’antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte.
Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l’estetica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra un’innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici la sapiente leggerezza dell’ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un’unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane e animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all’interno di prospettive impossibili e di un’atmosfera improbabile quanto ludica.

Le opere – Le opere provengono da importanti istituzioni quali, fra le altre, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Mart di Rovereto, la Fondazione Teatro alla Scala di Milano, il Fondo Ambiente Italiano, celebri collezioni quali la Collezione Barilla di Arte Moderna e gallerie da tempo impegnate nella valorizzazione dei due artisti.

Il catalogo – I contributi in catalogo si concentrano sull’approccio dei fratelli alle loro fonti (Nicol Mocchi), oltre ai rispettivi percorsi nelle varie discipline artistiche in cui si sono confrontati: la pittura (Alice Ensabella), ovviamente, ma anche il libro d’artista e il teatro (Mauro Carrera), oltre alle consonanze fra i ‘Dioscuri’ e Luigi Magnani, creatore della Fondazione (Stefano Roffi). Essendo i motivi di ispirazione della costruzione della suddetta mitologia moderna al centro di questo progetto, due contributi in catalogo si focalizzano su aspetti più specifici dell’iconografia saviniana (Gerd Roos) e dechirichiana (Daniela Ferrari).

La mostra è realizzata grazie al contributo di:

FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA.

Con la collaborazione di AXA XL Art & Lifestyle, parte di AXA XL, divisione di AXA, e di AON S.p.A.
Media partner: Gazzetta di Parma.

Sponsor tecnici: Angeli Cornici, Cavazzoni Associati, Fattorie Canossa, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.

 

 

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Luca Bertolo. I baffi del bambino - Scritti sull'arte e sugli artisti 

Un libro che raccoglie i testi sull’arte che Luca Bertolo, ormai da vent’anni, affianca alla sua attività di pittore.

I baffi del bambino – Scritti sull’arte e sugli artisti è un libro che raccoglie i testi sull’arte che Luca Bertolo, ormai da vent’anni, affianca alla sua attività di pittore. L’autore si confronta con dei nuclei tematici ben precisi, come il rapporto tra arte e politica o lo statuto della pittura contemporanea nel contesto di un’arte che si suppone postmediale, riflettendo allo stesso tempo sulla crisi attuale della critica d’arte. Questi temi vengono variamente declinati da Bertolo attraverso i ritratti di artisti della sua generazione, le recensioni delle mostre e riflessioni teoriche più generali, restando sempre fedele all’urgenza di mostrare in controluce gli aspetti essenziali della propria pratica artistica.

Il libro è accompagnato da un testo introduttivo di Davide Ferri, Scrivere e dipingere e dall’inedito La passione del rettangolo, di Tiziano Scarpa.

Programma di presentazioni al pubblico

Giovedì 28 marzo: Bologna, MAMbo - ore 18.30

Con l'autore, Lorenzo Balbi (direttore artistico MAMbo) Davide Ferri (curatore indipendente, insegna all'Accademia di Belle Arti di Rimini e all'Accademia di Belle Arti di Bologna) e Simone Menegoi (direttore di Arte Fiera e curatore indipendente).

Mercoledì 3 aprile: Milano, Libreria Verso - ore 19.00

Con l'autore, Cecilia Guida (curatrice indipendente, insegna all'Accademia di Belle Arti di Brera) e Giulio Ciavoliello (insegnante all'Accademia di Belle Arti di Brera) .

Mercoledì 17 aprile: Firenze, Museo Novecento - ore 18.00

Con l'autore, Sergio Risaliti (direttore artistico Museo Novecento e curatore indipendente), Michele Dantini (storico dell'arte e scrittore, insegna all'Università per Stranieri di Perugia e a IMT,  Scuola di Alti Studi Lucca), Flavio Favelli (artista).

Domenica 5 maggio: Torino, Galleria Norma Mangione - ore 11.30

Con l'autore, Elena Volpato (curatore e conservatore presso GAM di Torino) e Francesco Barocco (artista)

Luca Bertolo è pittore. Ha vissuto a Milano, San Paolo, Londra, Berlino e Vienna. Dal 2015 insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Tra le numerose mostre in istituzioni pubbliche e private si segnalano: “Luca Bertolo”, Mart, Rovereto (2018); “Se non qui dove”, MAN, Nuoro (2017); “Oltreprima”, Fondazione del Monte, Bologna (2017), “Le Belle Parole”, SpazioA, Pistoia (2017); “Everybody Is Always Right”, Arcade, Londra (2017); “If Anything”, Marc Foxx, Los Angeles (2016); “Recto Verso”, Fondazione Prada, Milano (2015); “Il metodo. Ci interessa il metodo”, GAM, Torino (2014); “Figura 2: natura morta”, GNAM, Roma (2013); “La figurazione inevitabile”, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato (2013); “A Painting Cycle”, Nomas Foundation, Roma (2012). I suoi testi sono apparsi su cataloghi monografici e riviste, tra cui «Flash Art», «Il Giornale dell’Arte», «Exibart», «Artribune», «Warburghiana», «doppiozero», «Le parole e le cose», «ATP Diary».

 

Scheda del libro

Luca Bertolo, I baffi del bambino. Scritti sull’arte e sugli artisti

Fabula picta 

Arte, Critica e storia dell'arte

ISBN 9788822902993

2018, pp. 232

120x180 mm, brossura, con illustrazioni a colori

Per informazioni > www.quodlibet.it

 

 

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Due appuntamenti al MIDeC: "È Sempre l’Ora del Tè" e "Progetto focus di Samuele Bonomi"

Per la prima iniziativa del calendario espositivo 2019  presenta un’articolata indagine della cultura del tè e in contemporanea anche un progetto sull’operato di emergenti italiani e stranieri, interpreti attuali della pratica ceramistica. 

Il primo Appuntamento è un progetto e mostra a cura di Lorenza Boisi: È sempre l'ora del tè, visitabile dal 31 marzo al 26 maggioInaugurazione domenica 31 marzo h 11,30.

Per la prima iniziativa del calendario espositivo 2019, MIDeC presenta un’articolata indagine della cultura del tè, nelle sue diverse accezioni culturali e significati socio-rituali. La mostra, curata da Lorenza Boisi, raccoglie una selezione di opere ceramiche di cinque autori contemporanei che, in un approccio estremamente libero e sperimentale, avvicinano la tematica del “servizio da tè” o delle sue parti, secondo logiche ed esigenze formali che percorrono trasversalmente il Fare ceramistico, avvicinando il pubblico ad un’esperienza eterogenea di conoscenze, tecniche e stili, comprendendo tradizioni desunte dalla storia occidentale e da quella orientale, attingendo alla qualità di un operato sapiente che si muove dalla tradizione del colaggio, attraverso un uso rinnovato della porcellana, della paper clay, delle terre e del Raku, in una commistione suggestiva di intenti che dipartono dall’uso quotidiano, nel rispetto ergonomico, per giungere ad una dimensione del design di pezzo unico, che infrange la norma dell’usabilità per farsi affermazione liminale e scultorea.

 

Il secondo appuntamento: Samuele Bonomi - focus. Dal 31 marzo al 26 maggio. Inaugurazione domenica 31 marzo h 11,30

 

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Con Samuele Bonomi, MIDeC – Museo Internazionale del Design Ceramico inaugura il progetto focus, un calendario di concentrato sull’operato di emergenti italiani e stranieri, interpreti attuali della pratica ceramistica. 
Una sala dedicata ad un unico autore, precisamente una “lente focale” che concentra una riflessione sul lavoro, la ricerca, lo stile e le innovazioni di interessanti figure del panorama ceramistico del Presente. 
Samuele Bonomi, invitato da Lorenza Boisi, offre un estratto della sua produzione recente – vasi globulari e gioielli ceramici che riuniscono, in un profilo di squisita eleganza formale, preziosa fragilità ad un sentimento di misteriosa compostezza, conferendo, come ne disse Matteo Zauli, direttore del Museo Carlo Zauli di Faenza: “… nuovi e profondi significati concettuali ad un oggetto…”.  Partecipano alla mostra con opere inedite: Roberto Castellano, Luciana Grazia Menegazzi – M’I Lumina, Alice Reina – BIANCODICHINA, Manifattura Sottosa6 maggurazione domenica 31 marzo h 11,n Samuele Bonomi, MIDeC – Museo Internazionale del Design Ceramico inaugura il progetto focus, un calendario di concentrato sull’operato di emergenti italiani e stranieri, interpreti attuali della pratica ceramistica.


 

 

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Fondazione Carriero presenta Lygia Pape

La prima mostra personale, a cura di Francesco Stocchi, dedicata da un’istituzione italiana a una delle maggiori esponenti del Neoconcretismo in Brasile

Dal 28 marzo al 21 luglio la Fondazione Carriero presenta Lygia Pape, a cura di Francesco Stocchi, prima mostra personale mai dedicata da un’istituzione italiana a una delle maggiori esponenti del Neoconcretismo in Brasile, organizzata in stretta collaborazione con l’Estate Projeto Lygia Pape.

A quindici anni dalla scomparsa di Lygia Pape (Rio de Janeiro, 1927-2004), la Fondazione Carriero intende raccontare e approfondire il percorso dell’artista brasiliana sottolineandone in particolare l’eclettismo e la poliedricità. Nell’arco dei quarantacinque anni della sua carriera, Pape si è confrontata con una molteplicità di linguaggi – dal disegno alla scultura, dal video al balletto, sconfinando nell’installazione e nella fotografia – facendo propria la lezione del modernismo europeo per poi fonderlo con le istanze della cultura del suo Paese, fino ad arrivare a una personalissima sintesi tra le pratiche artistiche. Seguendo l’architettura della Fondazione, la mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel mondo dell’artista, che si articola in diversi ambienti, ciascuno deputato all’approfondimento di un aspetto del suo lavoro attraverso la presentazione di nuclei di opere realizzate tra il 1952 e il 2000. La mostra propone un’occasione di conoscenza, analisi e confronto con un’artista la cui pratica contiene alcune delle ricerche chiave dell’arte del secondo dopoguerra.

Il lavoro di Lygia Pape presenta una particolare declinazione del modernismo, dove la figura umana acquisisce centralità e il linguaggio si apre alla sensualità, in una sorta di sincretismo artistico che riesce ad attrarre e far convivere mondi diametralmente opposti. Il rapporto con la sua terra natale, il Brasile, si fonde con lo studio delle istanze del costruttivismo russo, assorbito e riformulato in un linguaggio multiforme e originale. Mentre il modernismo europeo propone il superamento del passato tramite un sistema organizzato di teoria e metodo, di rigore e razionalità, la proposta modernista di Lygia Pape si nutre della sua cultura d’origine e riesce a muoversi e trasformarsi più liberamente traendo ispirazione dalla natura e dall’uomo. Il risultato di questo processo dà vita a un corpus di opere che, alchemicamente, miscela diversi mezzi espressivi, stimolando tutti i canali percettivi fino a reinventare il rapporto tra opera e spettatore in un’ottica fortemente contemporanea, per cui il percorso verso il futuro è veicolato dall’istinto e dall’assenza di un processo preordinato.

La mostra Lygia Pape offre ai visitatori l’occasione di avvicinarsi alla produzione dell’artista e osservarla da molteplici punti di vista, a partire dall’analisi della sua ricerca, una sintesi tra invenzione e contaminazione, da cui emergono colore, gioia e sensualità. Il pieno e il vuoto, la presenza e l’assenza convivono ponendo in risalto la figura di Pape e la sua continua sperimentazione, supportata dalla capacità di fondere in maniera inedita materiali e tecniche mediante l’utilizzo di modalità espressive e linguaggi non convenzionali. Il complesso della sua produzione evidenzia infatti come ogni nuova ricerca nasca e si sviluppi come naturale evoluzione delle precedenti. Queste connessioni sono messe in risalto dall’allestimento delle opere in mostra, che si articolano negli ambienti della Fondazione e rimangono legate a una radice comune; il filo conduttore trova la sua origine nell’osservazione della natura e nella sua traduzione in segno.

Tra le opere esposte troviamo ad esempio Livro Noite e Dia e Livro da Criação, alcuni dei suoi principali lavori, libri intesi come oggetti con cui entrare in relazione che condensano esperienze mentali e sensoriali. I Tecelares, la serie di incisioni su legno in cui si fondono tradizione popolare brasiliana e ricerche costruttiviste di origine europea. E ancora, Tteia1, la celebre installazione che racchiude tutta l’indagine di Lygia Pape sui materiali, la tridimensionalità e la costante propensione all’innovazione e reinterpretazione del suo linguaggio.

Ancora oggi il suo lavoro offre interessanti strumenti per interpretare le istanze del nostro presente con un approccio meno intriso di regole e più orientato alla spontaneità, che già l’artista aveva adottato come chiave di lettura per rappresentare il mondo che ci circonda.

Lygia Pape si inserisce coerentemente nel percorso iniziato dalla Fondazione Carriero con imaginarii (settembre 2015), FONTANA • LEONCILLO Forma della materia (aprile 2016), FASI LUNARI (ottobre 2016), PASCALI SCIAMANO (marzo 2017), Sol Lewitt. Between the Lines (novembre 2017-giugno 2018, co-curata con Rem Koolhaas) e Giulio Paolini. del Bello ideale mostre curate da Francesco Stocchi il cui punto cardine è l’approccio dialogico e la tensione costante verso ricerca e sperimentazione.

La mostra è resa possibile grazie alla stretta collaborazione con l’Estate Projeto Lygia Pape e a prestiti provenienti da prestigiose istituzioni pubbliche e importanti collezioni private.

Per tutta la durata della mostra verranno organizzati gratuitamente laboratori didattici per le scuole e durante i fine settimana saranno pianificati percorsi educativi per i bambini per le loro famiglie.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo (italiano e inglese), edito da Koenig Books, curato da Francesco Stocchi, che raccoglierà testi critici, materiale di archivio e immagini delle opere allestite negli spazi della Fondazione Carriero.

 

 

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Emilio Tadini 1967-1972 - Davanti agli occhi, dietro lo sguardo

La terza mostra dedicata all’artista e intellettuale milanese Emilio Tadini.

Fondazione Marconi presenta da mercoledì, 27 marzo, dalle 18.00 alle 21.00Emilio Tadini 1967-1972, la terza mostra dedicata all’artista e intellettuale milanese Emilio Tadini. Dopo Emilio Tadini 1960-1985. L’occhio della pittura del 2007 e Emilio Tadini 1985-1997. I profughi, i filosofi, la città, la notte del 2012, questo nuovo progetto espositivo visitabile dal 28 marzo al 28 giugno pone l’attenzione sugli esordi della produzione artistica di Tadini, dal 1967 al 1972, ovvero dal primo ciclo Vita di Voltaire, che segna la nascita del suo linguaggio pittorico, fino ad Archeologia.

Considerato uno tra i personaggi più originali del dibattito culturale del secondo dopoguerra italiano, fin dagli anni Sessanta Emilio Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, popolati da un clima surreale in cui confluiscono elementi letterari, onirici, personaggi e oggetti quotidiani, spesso frammentari, dove le leggi di spazio e tempo e quelle della gravità sono totalmente annullate.

Le opere di Tadini nascono da un clima emotivo, da un flusso mentale “in qualche zona semibuia della coscienza” dove le immagini emergono in un procedimento freudiano di relazioni e associazioni e dove le situazioni “reali” che il pittore raffigura sono immerse nell’atmosfera allucinata del sogno, in un clima surrealista-metafisico. Questo processo automatico si sviluppa, più che sulla prima immagine del quadro, sulla serie: da un’immagine ne scaturiscono altre, modificandola e alterandola.

Ogni volta l’artista produce un racconto, tanto che la sua pittura cresce a cicli, come una serie di romanzi a puntate.
La lettura delle sue opere richiede strumenti di natura concettuale, le immagini apparentemente semplici e immediate, nascondono molteplici significati (“tutto accade davanti ai nostri occhi… il pensiero si ripara… dietro lo sguardo”), non mancano i riferimenti al Surrealismo e alla Metafisica di de Chirico, come anche alla psicanalisi di Lacan e Freud. Tadini domina con singolare capacità due tipi di linguaggi, il visivo e il letterario, lavorare per cicli lega anche la sua pittura alla cultura letteraria e in particolare alla pratica della scrittura, di cui è maestro. Il suo lavoro è dunque luogo di convergenza di linguaggi differenti.

Tra il 1967 e il 1972 l’attività pittorica dell’artista è particolarmente prolifica e va delinandosi la sua modalità operativa e stilistica.
Punto di partenza è la pop art: le prime due grandi serie di opere per cui Tadini concepisce un linguaggio pop sono la Vita di Voltaire, del 1967, e L’uomo dell’organizzazione, dell’anno successivo. Seguono, nell’ordine, Color & Co. (1969), Circuito chiuso (1970), Viaggio in Italia (1971), Paesaggio di Malevič e Archeologia (1972).

Non sono tuttavia le aggressive manifestazioni tipiche del pop americano a interessarlo, bensì le varianti più introspettive e personali, a volte intellettuali, politiche e critiche, del pop britannico. Un occhio particolare è rivolto all’arte di Kitaj, Blake, Hockney e Allen Jones ma anche a Francis Bacon e Patrick Caufield, alla Figuration narrative di Adami, Arroyo e Télémaque. Sarà questa una fase di passaggio che l’artista abbandonerà negli anni Ottanta, destinata comunque a lasciare un segno indelebile nei suoi lavori successivi.

Accanto ai quadri, la mostra presenta una selezione di disegni e opere grafiche a testimonianza del fatto che Tadini ha sempre affiancato nei suoi “racconti per immagini” tela e carta, pittura e disegno.
Obiettivo finale del progetto espositivo Emilio Tadini 1967-1972 è riportare “alla luce” il lavoro grafico e pittorico del maestro milanese per ricostruire la figura di un artista totale (pittore, disegnatore, intellettuale, scrittore e poeta) colto e profondo, anche alla luce del particolare rapporto con Giorgio Marconi, gallerista, collezionista e soprattutto amico di Tadini.

“L’incontro con Marconi è stato importante, mi ha dato una grande fiducia di potere fare questo lavoro di pittore professionalmente”, racconta lo stesso Tadini. “E subito dopo, lavorando, viene fuori la prima grande serie che è quella della ‘Vita di Voltaire’, dove si vede l’influenza della Metafisica, si alleggerisce la materia pittorica, uso fondi chiari monocromi e comincia un po’ la storia della mia pittura. A questo punto c’è ormai questa come attività professionale, tanto che io sospendo il lavoro letterario: prendo appunti, per me, come se volessi autorizzare davanti a me stesso una scelta.”
(A.C. Quintavalle, Emilio Tadini, Fabbri Editori, 1994)


INFO:
Fondazione Marconi
Via Tadino 15 - 20124 Milano
T. +39 02 29 419 232
F. +39 02 29 417 278
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.fondazionemarconi.org

 

 

 

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  Contadina al lavoro per la manutenzione delle siepi del tè di Dazhangshan, fattoria di Kaoshui, ottobre 2018. Fotografia di Davide Gambino per Fondazione Benetton Studi Ricerche.

 

 Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino a I giardini del tè di Dazhangshan

La Fondazione Benetton Studi Ricerche ha deciso di dedicare la trentesima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino a I giardini del tè di Dazhangshan.

Il Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche ha deciso di dedicare la trentesima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino a I giardini del tè di Dazhangshan, situati nella contea di Wuyuan, nella parte nord-orientale della provincia del Jiangxi, nella Cina meridionale.

Ai piedi della montagna Dazhangshan, un vasto sistema di rilievi collinari accoglie in questa regione le coltivazioni del tè: campi ondulati, inconfondibili per il disegno ordinato delle piantagioni che scorrono in forma di siepi parallele e a tratti interrompono la copertura del manto boschivo o la distesa delle risaie nei fondivalle. La pianta del tè – quella Camellia sinensis che in quest’area della Cina ha avuto buona parte delle sue origini storiche – dà forma a un paesaggio contemporaneo condotto secondo rigorosi criteri agroecologici, in grado di raccogliere il senso della storia e di proiettare nel futuro il valore di un ambiente rurale nel quale l’uomo stabilisce una relazione di armonia con la natura.

In questo luogo il Comitato scientifico ha individuato quei valori ricercati ogni anno dal Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, iniziativa che costituisce, dal 1990, uno dei principali e originali progetti condotti dalla Fondazione nell’ambito della sua attività scientifica rivolta al paesaggio, allo studio e alla cura dei luoghi, coniugando il campo della ricerca, della documentazione, dell’editoria e della divulgazione culturale.
Il Premio, così intitolato in onore di Carlo Scarpa (1906-1978), architetto e inventore di giardini, è una campagna di studio e di cura rivolta ogni anno a uno specifico luogo del mondo, scelto dal gruppo di studiosi che costituisce il Comitato scientifico perché particolarmente denso di valori di natura, di memoria e di invenzione e individuato a seguito di momenti di confronto, ricerche specifiche, viaggi di studio e approfondimento.

La campagna del Premio Carlo Scarpa consiste in una serie di attività ritenute utili per la conoscenza, la salvaguardia e la valorizzazione del luogo designato. In particolare sono previste: la cura e pubblicazione di un libro in italiano e in inglese, la produzione di un film documentario, la realizzazione di una mostra, l’organizzazione di uno o più incontri di studio e di una cerimonia pubblica nel corso della quale viene consegnato all’ente o alla persona responsabile del luogo un riconoscimento simbolico costituito da un “sigillo” disegnato da Carlo Scarpa.

In occasione della trentesima edizione si è scelto, nell’ambito della mostra connessa al Premio, di coinvolgere anche il linguaggio dell’arte per raccontare alcuni valori fondativi del Premio stesso e ripercorrerne brani di storia. Le Gallerie delle Prigioni di Treviso, luogo dedicato alla cultura contemporanea, spazio di esposizioni e programmi educativi, casa dei progetti di arte contemporanea promossi da Luciano Benetton sotto l’egida della Fondazione Benetton, sono parse l’ambiente ideale dove dar vita a questo inedito percorso. L’esito sarà una mostra che unirà ricerca nell’ambito dello studio del paesaggio e ricerca in ambito artistico e indagherà un tema centrale nelle attenzioni della Fondazione e in molte edizioni del Premio, quale quello del “curare la terra”, attraverso lo sguardo di alcuni artisti.

Il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2019 prevede nel mese di maggio, a Treviso, i suoi principali appuntamenti pubblici.
Venerdì 10 maggio alle ore 18 è in programma, nelle Gallerie delle Prigioni, l’apertura dell’esposizione The Ground We Have in Common, che vede la curatela di Patrizia Boschiero, Fondazione Benetton, e di Nicolas Vamvouklis, Gallerie delle Prigioni. La mostra durerà fino al 30 giugno.

Sabato 11 maggio si svolgeranno un convegno internazionale di approfondimento nella sede della Fondazione Benetton (ore 9.30-13.30) e la cerimonia pubblica del Premio nel Teatro Comunale di Treviso (ore 17), con la presentazione di un film documentario realizzato dalla Fondazione con il regista Davide Gambino e la collaborazione di Gabriele Gismondi, e di un volume collettivo, curato da Patrizia Boschiero, Luigi Latini e Maurizio Paolillo, entrambi dedicati a I giardini del tè di Dazhangshan, e con la consegna del sigillo disegnato da Carlo Scarpa, simbolo del Premio, a Hong Peng, figura responsabile dell’Associazione dei coltivatori di tè biologico di Dazhangshan e delle sue coltivazioni, nonché presidente della Jiangxi Wuyuan Dazhangshan Organic Food Company. Il Premio, posto nelle sue mani, intende essere espressione di vicinanza e riconoscimento per tutte quelle persone che in questo luogo, dove la complessità degli aspetti economici, ecologici, etici ed estetici che definiscono un paesaggio appaiono unirsi armoniosamente, testimoniano con il proprio lavoro la necessità di sviluppare una relazione sempre più consapevole con la terra e con i suoi frutti, nella dimensione fisica di questi “giardini” radicati nel loro contesto e insieme nella realtà mobile delle contemporanee “rotte del tè” che da quest’angolo di Cina portano altrove foglie depositarie di valori culturali ed ecologici profondi.

Domenica 12 maggio alle ore 18 sarà proposto, nella chiesa di San Teonisto, un concerto di musica cinese in omaggio al luogo designato dal Premio.

Iniziativa culturale con il patrocinio di: Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo; Ministero per i beni e le attività culturali; Regione del Veneto; Città di Treviso.

Comitato scientifico e coordinamento del Premio

Luigi Latini, architetto, Università Iuav di Venezia (presidente);
Maria Teresa Andresen, paesaggista, Università di Porto;
Giuseppe Barbera, agronomo, Università degli Studi, Palermo;
Hervé Brunon, storico del giardino, CNRS, Centre André Chastel, Parigi;
Anna Lambertini, paesaggista, Università di Firenze;
Monique Mosser, storica dell’arte, Scuola superiore di architettura, Versailles;
Joan Nogué, geografo, Università di Girona;
José Tito Rojo, botanico, Università di Granada.

Membri onorari: Carmen Añón, paesaggista, Università di Madrid; Domenico Luciani, architetto, direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche dal 1987 al 2009, ideatore e responsabile del Premio 1990-2014 (membro onorario dal 2015).

Partecipano ai lavori del Comitato il direttore della Fondazione, Marco Tamaro e i responsabili dei diversi settori, Patrizia Boschiero, Francesca Ghersetti, Massimo Rossi, Simonetta Zanon.

Le attività del Premio Carlo Scarpa sono coordinate da Patrizia Boschiero e dal presidente del Comitato scientifico, Luigi Latini.

Info: www.fbsr.it