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"2, 11, 47” la personale di Olivier Mosset alla Fondazione Antonio Dalle Nogare

Le undici opere esposte vanno dal 1970 al 2017 e toccano alcuni dei momenti più significativi della carriera dell’artista, cercando di presentare tutte le decadi di produzione. 

“2, 11, 47” è il titolo della mostra personale di Olivier Mosset (Svizzera, 1944) presso la Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano.
Il titolo prende spunto da tre numeri legati al concept e all’allestimento della mostra. Il numero 2 si riferisce alle superfici sulle quali le opere sono allestite, 11 è la quantità delle opere stesse e 47 sono gli anni complessivi di carriera che vengono affrontati in mostra. Infatti, le undici opere esposte vanno dal 1970 al 2017 e toccano alcuni dei momenti più significativi della carriera dell’artista, cercando di presentare tutte le decadi di produzione.

Tre opere degli anni ‘70, due degli anni ‘80, quattro degli anni ‘90, una degli anni 2000 e una degli anni 2010.
Si tratta chiaramente di una piccolissima selezione della prolifica carriera di un artista, il cui astuto e provocatorio approccio alla pittura lo ha reso all'avanguardia nell'arte contemporanea dalla fine degli anni ‘60 ad oggi.  Superfici colorate, cerchi, materia e ripetizione ossessiva di pattern geometrici tracciano le tappe della carriera di Mosset: un’opera radicale e dinamica che rifiuta qualsiasi tipo di soggettività.

Fondatore a Parigi del gruppo BMPT con Daniel Buren, Michel Parmentier e Niele Toroni, Mosset ha riflettuto criticamente sulla natura spettacolare e autocosciente della nuova avanguardia. Ha messo alla prova idee consolidate di autorialità artistica e originalità per rendere l'arte più accessibile e per sottolineare l'importanza dell'oggetto artistico rispetto alla sua paternità. Dopo essersi trasferito negli USA nel 1978, ha iniziato a lavorare su un corpo di dipinti monocromatici che ha avuto un'influenza fondamentale sulla generazione di pittori neo-geo che sarebbero emersi negli anni '80. Mantenendosi sempre entro i limiti e le preoccupazioni particolari della pittura e con una profonda comprensione della sensualità e della fisicità dei colori, il lavoro di Mosset si lega in modo impeccabile alla rete di relazioni istituzionali che sono alla base del nostro incontro con l'arte.

“2, 11, 47” è strutturata come una piccola retrospettiva, una narrazione non lineare ma a salti tra alcune delle tappe fondamentali della carriera di uno dei più influenti artisti concettuali degli ultimi 50 anni.

 

 

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Hey, Mr. Mario Vespasiani al Macro di Roma

Una pubblicazione che pone in evidenza una caratteristica principale del protagonista, la completa fusione tra vita e opere, sottolineando l'aspetto vitale e coraggioso di un'arte che va oltre il confine del quadro per diventare stile, comportamento, educazione.

Il Museo Macro di Roma sabato 18 maggio alle ore 16,00 si prepara ad accogliere l'artista Mario Vespasiani, in occasione della presentazione del recente libro intitolato Hey, Mr. Mario Vespasiani, un volume molto atteso, sorprendente quanto originale. Una pubblicazione che pone in evidenza una caratteristica principale del protagonista, la completa fusione tra vita e opere, sottolineando l'aspetto vitale e coraggioso di un'arte che va oltre il confine del quadro per diventare stile, comportamento, educazione. A cura del critico Gianluca Marziani, altra eccellenza del panorama culturale - che conosce Vespasiani fin dalla sua prima personale e con il quale ha condiviso con ritmo constante mostre, installazioni e cataloghi - la presentazione del volume si pone come un'opportunità per approfondire il pensiero dell'autore, per cogliere in viva voce quella passione che lo guida fin dall'Istituto d'Arte, dove ha incontrato la sua musa Mara -  "regista" della pubblicazione - e con la quale forma una delle coppie più incredibili dell'arte italiana.

Scrive Gian Ruggero Manzoni, finalista al premio Strega 2019: Innegabilmente è sempre piacevole ricevere i libri-cataloghi dell’amico Mario Vespasiani e, in essi, oltre alle opere, scoprire gli scatti fotografici che lo immortalano da solo o assieme alla sua splendida musa-moglie Mara. Mario Vespasiani è un artista che oltrepassa le più comuni classificazioni e che si muove su più versanti, con una vitalità invidiabile. Nato in quel golfo di Venezia i cui toni di colore arrivano fino alle Marche, al compimento dei quarant’anni e dei venti di attività si svela in questo libro che rispecchia il suo essere, tra leggerezza e profondità, semplicità della parola e potenza del messaggio. “Hey, Mr. Mario Vespasiani” è il titolo che proprio Mara ha scelto per la pubblicazione, cioè il richiamando-saluto dei tanti amici stranieri dell’artista, e sempre Mara ha imposto il ritmo delle pagine come una sorta di narrazione cinematografica che ferma, oltre alle opere del marito, anche momenti privati, inaugurazioni, allestimenti, alternando le immagini con frasi e considerazioni di Mario. Così Mara ha scritto del libro: “Il risultato è quello di un manuale di volo, con flashback avanti e indietro, sul questo ventennio di carriera di un artista che ha saputo fondare regole proprie, in uno spazio mobile ma ben definito, dove l’etica corrisponde all’estetica, la luminosità delle opere alla brillantezza dei suoi occhi”. Finora quaranta, tra libri e cataloghi personali, hanno immortalato la ricerca di Vespasiani e questo volume sembra essere un segnale di come lui voglia porsi, anche fisicamente, sottolineando la sparizione del confine tra arte e vita e attualizzando il senso del sacro in ogni tema trattato come in ogni giorno speso in studio, indifferente se la nostra società ha puntato invece a desacralizzare anche quelli che venivano considerati, da sempre, dei valori indiscutibili. Il volume si apre con la personale “Cosmogonia”, un’inaspettata e minuziosa descrizione degli elementi di cui è composta la sua ricerca, elencando sia quelli visibili che quelli invisibili di cui si nutre. Un grazie quindi a Mario, ma, soprattutto, a Mara, per come lo ha celebrato con amore e dedizione.

Presentazione del libro Hey, Mr. Mario Vespasiani, a cura di Gianluca Marziani - Sabato 18 maggio 2019 - ore 16,00

Macro Asilo Museo d'Arte Contemporanea di Roma - Via Nizza 138 Roma

 

 

Marchio decennale Dialoghi sulluomo

 

I Dialoghi sull’uomo compiono dieci anni Pistoia, 24-26 maggio 2019, X edizione

La decima edizione del festival di antropologia del contemporaneo, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto fin dalla prima edizione da Giulia Cogoli. 

Dialoghi sull’uomo si prepara a festeggiare un compleanno importante: la decima edizione del festival di antropologia del contemporaneo, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto fin dalla prima edizione da Giulia Cogoli, è in programma dal 24 al 26 maggio 2019.

Nati nel 2010 come progetto di condivisione e approfondimento di taglio antropologico, i Dialoghi – che nell’ultima edizione hanno registrato oltre 30.000 presenze – sono stati animati fin da subito da un forte impegno culturale e civile e dalla volontà di offrire un nuovo modo di fare approfondimento culturale, con contenuti inediti e nuovi sguardi sulle società umane. Un percorso lungo e intenso, premiato da numeri in continua crescita: nelle prime nove edizioni le presenze sono state circa 167.000 (più che triplicate dalla prima edizione); i relatori – italiani e internazionali – 250; gli eventi 249; i volontari più di 3.000; i follower sui social circa 43.000.

Negli anni, al festival si sono affiancate una serie di importanti iniziative di produzione e documentazione culturale: i 13 volumi editi da UTET nella serie Dialoghi sull’uomo, con 19 edizioni e una tiratura di 65.000 copie; un vasto archivio di 252 registrazioni audio e video disponibili sul sito della manifestazione; un canale YouTube dedicato che ha avuto oltre un milione di visualizzazioni; un progetto di divulgazione antropologica per le scuole che ha visto la partecipazione di circa 25.000 giovani; il Premio Internazionale Dialoghi sull’uomo, oggi alla sua terza edizione; 5 mostre con grandi maestri della fotografia che ogni anno completano il percorso del festival.

Inoltre, nel 2018, il festival ha valicato i confini nazionali, organizzando una serie di incontri all’Istituto Italiano di Cultura di Londra e portando all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi la mostra fotografica di Gianni Berengo Gardin ideata appositamente per la manifestazione.

Il tema scelto per il decennale è: Il mestiere di con-vivere: intrecciare vite, storie e destini.

Con-vivere significa “vivere con”, “vivere assieme” rispettandoci e rispettando la Terra su cui ci è dato vivere. Con-vivere è un “mestiere”, nel senso che la società è un luogo di costruzione. In un mondo ogni giorno più segnato da un’accelerazione generale, in cui i rapporti sono sempre più mediati dal digitale e i legami si indeboliscono a causa del venire meno di quelle narrazioni che stanno alla base di ogni comunità, diventa sempre più difficile stabilire un rapporto reciproco, profondo ed egualitario. Un percorso, dunque, di tematiche che si tengono assieme e che compongono, anche grazie ai contributi di alcuni fra i più importanti intellettuali contemporanei, un grande mosaico culturale, fatto di tante tessere, pensieri, approfondimenti, con una forte visione e valenza unitaria. Questo è forse il punto di forza dei Dialoghi: produrre cultura – una cultura della convivenza – e farlo in un percorso ideato e costruito appositamente, sia all’interno del singolo programma di ogni anno, sia nella visione più ampia del decennale.

«Dieci anni fa è sembrato molto innovativo dedicare un festival all’antropologia contemporanea. – commenta Giulia Cogoli – Ma il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi, e forse oggi cercare di capire la realtà che ci circonda dall’angolatura antropologica è quanto di più utile si possa proporre. Perché significa rilanciare l’interesse per gli altri, per le altre culture, a cui non ci deve legare solo il rispetto e il dialogo, ma la consapevolezza di essere su un’imbarcazione comune, in un viaggio attorno all’umanità, liberi da quelle zavorre del razzismo e dell’indifferenza che tanto pesano sulla vita quotidiana».

La terza edizione del Premio Internazionale Dialoghi sull’uomo, conferito a una figura del mondo culturale che testimonia la centralità del dialogo per lo sviluppo delle relazioni umane, dopo David Grossman e Wole Soyinka, quest’anno andrà a Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, tra i massimi esperti mondiali di ecologia sociale, già premiata con il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo per la Pace, per le sue battaglie a difesa dell’ambiente. Sabato 25 maggio alle 21.15, in piazza del Duomo, Vandana Shiva terrà una lectio dal titolo: Impariamo a condividere il nostro pianeta: è di tutti! Il dialogo permette di imparare a riconoscerci come membri della comunità della Terra, che ha strabilianti capacità e il potenziale per rigenerarsi, nonostante ci si trovi sull’orlo del baratro. Si deve coltivare la speranza, fondata sulla filosofia della Terra intesa come un’unica famiglia, sostiene Vandana Shiva: ce la faremo solo credendo nella capacità di trascendere le divisioni, di pensare, agire e vivere come un’umanità unita, impegnandoci a partecipare in ogni momento alla difesa e alla rigenerazione del tessuto naturale e sociale della vita.

 IL PROGRAMMA 2019

VENERDÌ 24

Apre il festival la lezione inaugurale di Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, dal titolo Insieme…. Non c’è uomo senza altri uomini: davanti al quadro scoraggiante di una società dominata dall’egolatria e dai comportamenti incivili che propongono solo parole e gesti carichi di odio, emerge l’urgenza di riconoscere la presenza di una spiritualità – intesa come impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla creazione di bellezza nei rapporti umani – che faccia dire che l’umanità è una sola.

Parole per dividere, parole per con-dividere. Un dialogo fra linguistica e antropologia è il titolo dell’incontro con il linguista dell’Università di Reading Federico Faloppa, consulente di Amnesty International su hate speech e contrasto al linguaggio d’odio, e l’antropologo Adriano Favole. Oggi si è circondati, nella comunicazione pubblica e privata, da parole che offendono, feriscono, esprimono odio, amplificate dai social network. Dividere è diventato un affare per molti, un prodotto con cui cambiare le nostre abitudini. Si va dall’odio esplicito fatto di insulti contro donne, bambini, migranti, neri, omosessuali, disabili, studenti, a un odio più raffinato, fatto di vittimismo e retorica. Ma c’è chi prova a opporsi con strumenti come l’indignazione, le leggi, la costruzione di un dialogo reale.

“Comunità” è una parola che sembra venire dal passato, che evoca calore, intimità, capacità di stare assieme. Per costruire una comunità, osserva l’antropologo Marco Aime, occorre una volontà continua di convivere, di negoziare quotidianamente con gli altri, di mantenere vive le relazioni. Influenze esterne o fratture interne possono mettere in crisi i legami tra le persone; paura, rabbia, egoismo possono restringere i confini del Noi, fino a escluderne gli Altri, risvegliando nuovi o vecchi razzismi.

SABATO 25

La difficoltà di convivere, l’odio, la vendetta sono temi centrali della letteratura di tutti i tempi. Il grande scrittore spagnolo Fernando Aramburu, autore del caso editoriale Patria, riflette, in un dialogo con il giornalista e saggista Wlodek Goldkorn, sulla scrittura come memoria contro l’oblio: le linee d’ombra della vita, le zone grigie fra bene e male che solo la letteratura sa raccontare, possono anche essere strumento per aiutarci a non ripetere errori e per imparare le regole della convivenza.

Convivere con la malattia fa sperimentare la fragilità del corpo ed è una sfida continua alla comprensione e all’accoglienza del dolore. Lo psichiatra Eugenio Borgna spiega come solo il dialogo fra l’interiorità di chi è malato e di chi non lo è consente di accogliere la malattia e di conviverci, nella sua dimensione psicologica e umana.

Nulla sembra più naturale che pensarci come individui, eppure biologi e antropologi, percorrendo strade lontane fra loro, hanno messo in discussione il concetto di identità individuale e scoperto che quelli che normalmente chiamiamo “individui” sono in realtà “condividui”. La filosofa della scienza Elena Gagliasso e l’antropologo Francesco Remotti spiegano come si è arrivati a questa definizione.

Le imperfezioni sono il vero segno dell’evoluzione, come intuì Charles Darwin. Ma quali sono le conseguenze dell’umana imperfezione nel nostro modo di concepire e organizzare le relazioni sociali e quelle con l’ambiente e il mondo che ci circonda? Ricerche scientifiche recenti mostrano quanto la mente umana sia profondamente ambivalente nel suo distinguere un “noi” protettivo da un estraneo “altro”, potenzialmente minaccioso. Questa attitudine, commenta il filosofo della scienza Telmo Pievani, nel passato aveva un senso, ma oggi rende attraente e ricorrente il razzismo.

Il fotografo Paolo Pellegrin, famoso nel mondo per i suoi reportage di guerra, in un dialogo con Roberto Koch, approfondisce il tema del confine e del conflitto, riflettendo sui muri che costruiamo a partire da noi stessi. La fotografia di Pellegrin è sempre evocazione emotiva di uno stato d’animo: nel raccontare l’altro si immerge nelle conflittualità umane, che generano tragedie di cui ci arriva un’eco ormai soffusa nella grande massa di immagini a cui siamo sottoposti quotidianamente, come ben testimonia la mostra Paolo Pellegrin – Confini di umanità, realizzata per il festival e allestita nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia fino al 30 giugno.

La filosofa teoretica Donatella Di Cesare parla di Esilio, ospitalità, coabitazione. Nell’epoca postnazista è rimasta salda l’idea che sia legittimo decidere con chi coabitare: la xenofobia populista e il razzismo trovano qui il loro punto di forza. Riconoscere invece la precedenza dell’altro nel luogo in cui si vive significa aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione.

La criminologia è stata definita la “scienza del male”. Ma come si fa a convivere con il male? Perché interi popoli possono rendersi responsabili di massacri e poi tornare alle loro vite come se nulla fosse? A questi interrogativi risponde la criminologa Isabella Merzagora, analizzando in particolare il nazismo, inteso come matrice di tutti gli “altrismi”, cioè i pregiudizi verso chi si considera “diverso”. È qui la causa del delitto: la criminologia dei diversi studia i crimini dei “normali”.

Siamo esseri sociali? Un dialogo tra neuroscienze e filosofia è l’appuntamento con il neuroscienziato di fama internazionale Giacomo Rizzolatti e il filosofo della scienza Corrado Sinigaglia. A quasi trent’anni dalla scoperta dei neuroni specchio, oggi sappiamo che essi sono alla base della nostra facoltà di comprendere le azioni e le emozioni altrui. Si tratta di una comprensione particolare, che avviene dall’interno. Sotto certi aspetti, ciò di cui facciamo esperienza quando osserviamo gli altri agire o provare un’emozione non è diverso da quando agiamo o proviamo un’emozione in prima persona.

DOMENICA 26

Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini affronta uno dei temi scottanti per il mondo degli adolescenti: perché con-dividono e non con-vivono? Per comprendere i significati e i rischi delle esperienze digitali giovanili è necessario interessarsi ai miti affettivi familiari e sociali. Da questi si può partire per comprendere le forme del profondo disagio adolescenziale odierno, a cominciare dal sempre più diffuso ritiro sociale.

Stefano Allievi, sociologo delle religioni e delle migrazioni, propone una riflessione di forte attualità sulle caratteristiche che una società autenticamente plurale dovrebbe avere, focalizzandosi soprattutto sul pluralismo religioso e sul rapporto con l’Islam europeo. Le religioni possono infatti essere un riferimento identitario nella società e nella politica, diventare strumento per dar vita a conflitti culturali o, al contrario, per aiutare a risolverli.

In un mondo di solitudini e antagonismi, ricco di eroi solitari e vittorie contro tutti, forse è arrivato il momento di riflettere su quanto la Storia sia stata fatta dalle collettività, dalla condivisione di ideali che porta piccoli gruppi o intere nazioni ad allearsi e a unirsi per uno scopo comune. Le scrittrici Michela Murgia e Ritanna Armeni raccontano storie e motivazioni, spesso di donne, del più grande motore dell’umanità: l’unione.

Cambiamenti climatici improvvisi, global warming, carestie, guerre, migrazioni epocali sono indice di un collasso ambientale sempre più prossimo. Gli esseri umani hanno dimenticato la cura del mondo in cui gli è dato vivere, avverte il diplomatico e scrittore Grammenos Mastrojeni, coordinatore per l’Ambiente della Cooperazione allo Sviluppo, che da trent’anni si occupa dei legami fra tutela dell’ambiente, sviluppo e pace. Ogni gesto, piccolo o grande, che protegge l’ambiente è fondamentale per il futuro comune.

Mentre gli sguardi si appuntano sugli sbarchi, sui richiedenti asilo e sui porti che si vorrebbero chiudere, la sfida principale per una visione lungimirante dei fenomeni migratori in Italia riguarda l’integrazione delle seconde generazioni: è quanto afferma il sociologo delle migrazioni Maurizio Ambrosini. L’integrazione comporta tre dimensioni: trovare un lavoro dignitoso; stabilire una rete di amicizie; sviluppare le competenze necessarie per inserirsi. Occorre domandarsi se le istituzioni pubbliche e la società stiano promuovendo le azioni necessarie per favorire l’integrazione delle seconde generazioni.

Nella conferenza Alle origini del mondo attuale: incontri e scontri di culture nell’età della “prima globalizzazione” lo storico Adriano Prosperi racconta l’inizio dell’età moderna, quando fu l’Europa a guidare una fase rivoluzionaria della storia mondiale. Due furono i modi della tentata unificazione del mondo conosciuto: la conquista e l’assoggettamento politico e religioso del continente americano, fino alla sua assimilazione alla cultura europea, e la ricerca di un “accomodamento” tra cultura europea e culture orientali, avvicinate grazie alla navigazione portoghese fino ai porti cinesi e giapponesi.

L’antropologo di origini iraniane Shahram Khosravi, dell’Università di Stoccolma, propone una riflessione sulla natura dei confini, fisici e politici, sui rituali e sulle pratiche dell’attraversamento, basandosi anche sulla sua personale esperienza di migrante illegale che trent’anni fa lo ha condotto in Svezia. Khosravi intreccia metodologia etnografica a narrazioni dense di emozioni, restituendoci il pensiero di intellettuali che hanno fatto parte di alcune minoranze storiche, come Kafka e Benjamin, e raccontando le testimonianze di protagonisti diretti, come quelli che dall’America centrale premono sul confine meridionale degli Stati Uniti o di coloro che si accalcano alle frontiere della “fortezza Europa”.

Chiude il festival l’incontro con l’attore e drammaturgo Ascanio Celestini: un racconto in forma di spettacolo dedicato agli ultimi, ai dimenticati, a coloro cui è stata negata la convivenza, a quelli che non sono graditi, al massimo tollerati. Celestini ci racconta di personaggi diversi tra loro che si muovono, in questo progetto di narrazione, in un unico ambiente: una periferia. Il narratore racconta quello che vede: a volte è ciò che conosce, altre quel che immagina. Con Celestini sul palco il musicista Gianluca Casadei.

GLI SPETTACOLI

Un grande debutto sul palcoscenico dei Dialoghi per celebrarne il decennale: Michele Serra porta a Pistoia, in prima nazionale, il suo nuovo spettacolo (venerdì 24, ore 21.15, Teatro Manzoni) “L’amaca di domani”. Considerazioni in pubblico alla presenza di una mucca. Le parole, con le loro seduzioni e le loro trappole, sono le protagoniste di questo monologo teatrale comico e sentimentale, impudico e coinvolgente nel quale Serra apre allo spettatore la sua bottega di scrittura. Dipanando la matassa della propria scrittura, l’autore fornisce anche traccia delle proprie debolezze e manie. Il finale, per fortuna, è ancora da scrivere (regia di Andrea Renzi). Una produzione SPAlive in collaborazione con Teatri Uniti e Feltrinelli.

Sabato al Teatro Manzoni alle 21.30 un concerto degli Avion Travel: una sorta di percorso biografico-musicale attraverso i brani più famosi e amati dal pubblico, che sottolinea come il ruolo della parola sia centrale nelle ultime canzoni del gruppo, composto da: Peppe Servillo (voce); Mimì Ciaramella (batteria); Peppe D’Argenzio (sax); Flavio D’Ancona (tastiere); Duilio Galioto (piano e tastiere); Ferruccio Spinetti (contrabbasso). Il mestiere di cantare per gli Avion Travel è anche mestiere di convivere.

Come sempre, ogni giornata si conclude con una proiezione cinematografica al teatro Bolognini: una mini rassegna dedicata al racconto della società italiana attraverso le pellicole del grande Luchino Visconti, con introduzione della critica Paola Jacobbi. Da Rocco e i suoi fratelli, film definitivo sull’immigrazione interna nel nostro Paese (venerdì, ore 22.30), a Il Gattopardo, che indaga i mutamenti sociali in Sicilia all’indomani dell’Unità d’Italia (sabato, ore 22.30), fino a Gruppo di famiglia in un interno, affresco dei tormenti dell’Italia post-Sessantotto (domenica, ore 20).

LA MOSTRA

Anche quest’anno i Dialoghi organizzano una mostra fotografica: Paolo Pellegrin – Confini di umanità, a cura di Annalisa D’Angelo, propone sessanta scatti, alcuni dei quali inediti, di uno dei fotografi più apprezzati nel panorama mondiale, che pone, come un antropologo, l’essere umano sempre al centro della sua arte. Realizzate in Algeria, Egitto, Kurdistan, Palestina, Iraq e Stati Uniti, le immagini sono accompagnate da un video dello stesso Pellegrin, realizzato in America per indagare le linee razziali che ancora dividono il Paese, confini invisibili ma ancor più insormontabili di quelli fisici. Le immagini coprono un arco temporale di quasi trent’anni, sviluppando, per sottrazione e opposizione, l’impervio percorso della convivenza, ostacolata da muri, guerre, mari in tempesta, deserti, frontiere naturali e artificiali: un viaggio lungo i confini dell’umanità, per mostrare lo sforzo continuo, ma necessario, alla base della convivenza.

La mostra sarà visitabile gratuitamente dal 24 maggio al 30 giugno nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia (catalogo Contrasto).

 I VOLONTARI

Anima e cuore del festival sono i giovani volontari provenienti in massima parte dalle scuole secondarie di secondo grado di Pistoia e della provincia, ma anche da università di tutta Italia. Negli anni, il loro numero è cresciuto e la loro squadra, compatta e appassionata, è la vera protagonista della manifestazione. Sono circa 3.500, con i volontari del 2019, i ragazzi che nelle 10 edizioni hanno scelto di partecipare al festival per un’esperienza formativa e culturale unica.

Biglietti in vendita dal 24 aprile (€ 3,00 incontri e proiezioni cinematografiche - € 7,00 spettacoli) presso La Torre, via Tomba di Catilina 5/7, Pistoia, e sul sito www.dialoghisulluomo.it.

Informazioni e programma: www.dialoghisulluomo.it e sulla App del festival.

 

 

 

In Dante Veritas Vasily Klyukin Venezia

 

"In Dante Veritas", all'Arsenale di Venezia

Un'opera senza tempo come la Divina Commedia di Dante la fonte di ispirazione della mostra con il patrocinio del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo e del Comune di Venezia. 

È un'opera senza tempo come la Divina Commedia di Dante la fonte di ispirazione della mostra "In Dante Veritas", all'Arsenale di Venezia fino al 26 novembre 2019 dove ha inaugurato lo scorso 7 maggio, organizzata con il patrocinio del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo e del Comune di Venezia. Più che una semplice mostra, si tratta di una vera e propria esperienza, come la definisce lo stesso artista, Vasily Klyukin (Mosca, 1976), che da alcuni anni vive a Montecarlo dedicandosi all'arte nelle sue diverse espressioni - scultura, design, scrittura. Più precisamente, è un'esperienza dell'inferno quella che Klyukin intende far vivere a chi si addentra nello spazio maestoso e carico di suggestione della Tesa 94 dell'Arsenale di Venezia, con i suoi oltre 900 mq si superficie espositiva.

L'inferno di Dante appunto, con i suoi nove cerchi, gironi e bolge che Klyukin reinterpreta in una forma originalissima e assolutamente nuova: "una rivisitazione della Commedia che si avvicina non solo alla scultura, ma anche alla performance e all'installazione, dando l'impressione di essere immersi in una pièce teatrale fortemente scenografica e incredibilmente coinvolgente" - afferma la curatrice della mostra Paola Gribaudo. In Dante Veritas potrebbe essere definita un'opera teatrale in 3 atti, un viaggio dentro di sé che prende il via nel Bacino dell'Arsenale con la scultura di 10 metri dal titolo Why People Can't Fly, per poi snodarsi lungo il Tunnel dell'Apocalisse e attraversare l'Inferno vero e proprio, concludendosi nell'ultima stanza, la più significativa, la Sala del Tradimento.

Questo "inferno" è popolato non più dai personaggi danteschi, ma da 22 rappresentazioni scultoree dei vizi umani e della loro punizione nell'aldilà: Gola, Lussuria, Blasfemia, Ipocrisia, Corruzione... A vegliare sulle porte infernali, Beatrice e il suo alter-ego in forma di tigre, a simboleggiare il suo coraggio nel sostenere il sommo poeta - e noi - nel viaggio attraverso gli inferi. All'inferno siamo condotti dal Tunnel dove i 4 Cavalieri dell'Apocalisse svettano imponenti nei loro 3,5 metri di altezza. Interessanti sono i nomi che Vasily Klyukin dà a questi cavalieri: al posto dei nomi biblici (Morte, Pestilenza, Guerra e Carestia), troviamo nuovi nomi che riecheggiano i mali del nostro tempo: Disinformazione, Sovraffollamento, Sfruttamento delle Risorse e Inquinamento - la conseguenza dei nostri peccati e ciò che, senza ravvedimento, porta all'inferno.

Proprio l'inquinamento ha un posto speciale nelle intenzioni dell'artista: se l'uomo non prende consapevolezza e non cambia il suo comportamento, assumendosi responsabilità verso l'ambiente, siamo destinati alla morte, all'Apocalisse che si avvicina. Ma Klyukin va oltre: nella scultura-installazione Why People Can't Fly ("Perché le persone non possono volare") che incontriamo nel Bacino dell'Arsenale, l'inquinamento è raffigurato come il nuovo peccato, che va ad affiancarsi ai 7 peccati capitali, ciò che in ultima analisi trattiene l'uomo a terra, impedendogli di volare: una presa di coscienza morale è quello a cui l'artista ci chiama. E il forte intento introspettivo, di invito alla riflessione, immergendosi nei propri pensieri e nella propria anima, è chiaro fin dall'ingresso in mostra: ogni visitatore è invitato a un percorso individuale, confrontandosi personalmente con ogni opera e lasciandosi interrogare e provocare da essa, con l'aiuto di un'audioguida in poesia scritta dallo stesso Klyukin - originariamente in russo, e poi tradotta in altre 11 lingue mantenendo intatta la rima, che è una parte imprescindibile dell'esperienza.

Tutte le sculture sono realizzate interamente in acciaio, attraverso una speciale tecnica definita "live sculpture" (letteralmente "scultura viva"), frutto dell'esperienza ingegneristica dell'autore, e basate su calcoli precisi: le lastre d'acciaio incastrate tra loro senza elementi di fissaggio, creano tridimensionalità mantenendo al contempo flessibilità e creando molteplici prospettive, ricordando così le pagine di un libro aperto da sfogliare. Sono state tutte create in meno di un anno, in un momento di grande ispirazione, nel corso del 2018. Alle sculture si affiancano lightboxes - raffiguranti i guardiani dei cerchi infernali - un sottofondo sonoro, luci e un'atmosfera fumosa, oltre alla voce narrante in poesia e all'installazione interattiva Betrayal (Tradimento), in un percorso composto da oltre 100 elementi multimediali: più di una mostra, un'esperienza immersiva in cui ognuno è invitato a confrontarsi con il proprio male - "Occorre visualizzare il nemico per poterlo combattere", afferma Klyukin - quel male che, intessuto al bene, è parte di ogni uomo e in cui ognuno può riconoscere se stesso in diversi momenti della sua vita ed esperienza quotidiana.

L'intento è quello di riflettere, indagare nelle pieghe della propria anima, e poter poi agire, contrastare il male, e infine cambiare. Cambiare noi stessi e il mondo che ci circonda. "Ogni persona che visita questa mostra uscirà diversa da come è entrata" dice Klyukin, in quello che in ultima analisi è un messaggio di profonda speranza: lo capiamo nell'ultima e forse più importante parte del percorso, la Sala del Tradimento: qui ognuno è invitato a scrivere sulle pareti le iniziali o il nome di una persona - ma anche di un'organizzazione, di un'azienda, eccetera - che nel corso della sua vita lo ha tradito, lasciando aperto uno spiraglio al perdono.

Scrivere il nome di qualcuno non significa necessariamente condannarlo, ma prendere la decisione di perdonarlo, o, addirittura, quello che può uscire dalla nostra penna è il nome di qualcuno che noi stessi abbiamo tradito, e da cui vorremmo essere perdonati. Una mostra drammatica, un viaggio che è prima di tutto un viaggio interiore, un dialogo con se stessi, un percorso di riflessione da cui possiamo uscire cambiati, rivolti verso il bene come frutto di una decisione consapevole, fatti come siamo di luce e oscurità. Un percorso che sembra lasciarci una domanda che l'artista ha posto prima di tutto a sé e che ora pone a noi come provocazione: "Dove stai andando? Sei pronto a cambiare?".

Prima di essere esposta a Venezia, In Dante Veritas si è svolta con largo successo di pubblico e critica al Museo di Stato di San Pietroburgo, diventando la mostra più visitata in città, con un afflusso di oltre 200mila visitatori in soli 3 mesi. Inaugurata lo scorso 7 maggio all'Arsenale di Venezia, la mostra è aperta al pubblico fino al 26 novembre, per tutta la durata della Biennale Arte. È accompagnata da un importante catalogo edito da Skira.


VASILY KLYUKIN
Nato a Mosca nel 1976, Vasily Klyukin, dopo studi nel campo della finanza e una brillante carriera negli affari come fondatore di una banca e di un fondo immobiliare, si trasferisce a Montecarlo nel 2011 per dedicarsi completamente all'arte nelle sue diverse forme: architettura, scultura, design e scrittura. Raggiunge la notorietà con il volume "Designing Legends" del 2013 (Skira), dove pubblica una raccolta dei suoi concept architettonici più visionari, suscitando reazioni controverse ma anche grande ispirazione tra bambini e ragazzi, che sfogliando quelle pagine decidono di dedicarsi all'architettura. Dal suo interesse originario per l'architettura, Klyukin, riducendo la scala delle sue opere si volge poi alla scultura - che mostra un forte gusto per il design - inventando nel 2016 la tecnica detta "live sculpture", creando sculture composte da lastre d'acciaio incastrate tra loro, conferendo all'opera la mobilità delle pagine di un libro. Nel 2017 la sua statuetta della "Golden Madonina" realizzata con questa tecnica è il premio ufficiale Design Prize per la Milano Design Week. Nel 2016 pubblica il romanzo fantascientifico "Collective Mind", al cui seguito sta attualmente lavorando. Tra i diversi enti, Klyukin sostiene amfAR, la fondazione di Elton John per la ricerca sull'AIDS, e le sue opere si trovano spesso ad importanti aste di beneficienza. Tra i suoi collezionisti ricordiamo Alberto II, Principe di Monaco, Charles Saatchi, Sir Leonard Blavatnik, Eva Longoria e Leonardo di Caprio.

 

 

 

adams

 

I.D.E.A. Independent Domus Exhibiting Art ospita Igshaan Adams

Durante i mesi primaverili la residenza di campagna Cascina Maria a pochi chilometri dal Lago Maggiore, con un progetto a cura di Nicoletta Rusconiospita l'artista Igshaan Adams. 

Il 18 maggio 2019 ha inaugurato un nuovo appuntamento di I.D.E.A. (Independent Domus Exhibiting Art), la residenza di campagna a pochi chilometri dal Lago Maggiore a cura di Nicoletta Rusconi. Durante i mesi primaverili gli spazi della Cascina hanno ospitato l'artista Igshaan Adams (Cape Town, 1982), da poco premiato con lo Standard Bank Young Artist Award for Visual Art. Quest'esperienza si concluderà con una mostra in collaborazione con la galleria blank projects (Cape Town) che inaugurerà il 18 maggio con un Open Day e che sarà visibile fino al 14 settembre 2019.

Adams presenterà le nuove installazioni realizzate nel periodo in residenza, configurazioni tessili a parete e a soffitto che riprendono sia il vocabolario più riconoscibile della sua pratica che una nuova spinta a sperimentare con materiali recuperati durante la sua permanenza a Cascina Maria.
Le sue sculture tessili hanno una qualità organica, simulano la struttura di elementi vegetali, e trasmettono uno stato di evoluzione e decadenza allo stesso tempo. L'idea di movimento è resa dall'uso che Adams fa di differenti texture e composizioni, ed è integrata nell'esperienza sensoriale che si percepisce camminando attraverso gli spazi.
Il filato avvolge le strutture metalliche create deformando il materiale usato per le recinzioni da giardino, un gesto che vuole estetizzare e rendere piacevole un elemento il cui scopo è dividere gli ambienti e, di conseguenza, anche le persone al loro interno. Nonostente siano astratte, queste forme prendono vita e assumono delle caratteristiche antropomorfiche, figure e creature che sono sospese tra il reale e l'immaginario.

Il percorso continuerà all'esterno, nel parco di sculture della Cascina che anche quest'anno cambia configurazione e si avvarrà di opere di importanti artisti italiani e internazionali grazie alla collaborazione con le gallerie. Tra glli artisti presentati Eric Bainbridge, Rosa Barba, Riccardo Beretta, Mattia Bosco, Francesco Candeloro, Letizia Cariello, Latifa Echakhch, Yona Friedman, Paul Gees,Eduard Habicher, Eva Kot'átková, Marco Andrea Magni, Pierre-Etienne Morelle, Anne & Patrick Poirier.

Cascina Maria sarà aperta al pubblico solo su appuntamento a partire dal 20 maggio 2019

Nicoletta Rusconi Art Projects, in collaborazione con le gallerie: 

blank projects
Fumagalli
Kaufmann Repetto
Francesca Minini
Loom gallery
Martina Simeti
Massimo Minini
Meyer Riegger
Monitor
Studio G7
Vistamare/Vistamarestudio

 

 

 

 

annapa

 

Annapaola Negri-Clementi é l'avvocato dell'anno nel settore diritto dell'arte 2019

 Annapaola Negri-Clementi è stata premiata alla quattordicesima edizione dei IP&TMT Awards organizzata da Legalcommunity,

Lunedì 13 maggio 2019, alla quattordicesima edizione dei IP&TMT Awards organizzata da Legalcommunity, Annapaola Negri-Clementi, managing partner di Negri-Clementi Studio Legale Associato, è stata premiata come Avvocato dell’Anno Arte 2019.

L’avv. Annapaola Negri-Clementi si è distinta nella rosa dei cinque finalisti con “voto plebiscitario”. Come sottolineano le motivazioni del premio, conferito da una selezionata giuria di esperti in materia, “l’avvocato in questo ambito non ha rivali. La sua assistenza è approfondita e completa e riceve sempre il plauso del mercato per l’impegno instancabile e la sua sterminata esperienza.” Annapaola Negri-Clementi è socio fondatore e managing partner dell’omonimo studio, il cui motto è “Appassionati d’arte, esperti di diritto”. Negri-Clementi è infatti una boutique legale tra le prime in Italia a credere nelle potenzialità e nell’importanza di questa (nuova) practice che interessa un numero sempre crescente di soggetti.

La premiazione si è svolta a Milano, allo Spirit de Milan, davanti a oltre 550 professionisti IP & TMT per festeggiare le eccellenze del settore. A invitare sul palco e premiare l’avv. Negri-Clementi è stata la Coordinatrice Artistica Giuliana Picarelli.

“Sono onorata di ricevere questo importante riconoscimento nel settore dell’Arte che condivido con tutto lo Studio. Il mio merito e talento più grande è quello di dirigere, credere e promuovere un Team che si distingue per competenza e professionalità e che è senza dubbio il migliore in questo campo”, ha commentato Annapaola Negri-Clementi.

Negri-Clementi Studio Legale Associato, inoltre, è stato selezionato tra i cinque finalisti del premio Studio dell’Anno Arte, di cui detiene il premio per la scorsa edizione, e un suo partner, l’avv. Gilberto Cavagna di Gualdana, è stato riconosciuto tra i cinque finalisti nella categoria di Avvocato dell’Anno Diritto d’Autore.

NEGRI CLEMENTI STUDIO LEGALE ASSOCIATO

Negri-Clementi Studio Legale Associato è uno «studio-boutique» con sedi a Milano, Brescia, Verona e Vicenza. Lo Studio offre un servizio integrato di assistenza e consulenza nell’ambito del diritto d’impresa: diritto societario e M&A; contenzioso e arbitrati; diritto immobiliare; proprietà intellettuale; diritto del lavoro; diritto penale d’impresa sicurezza e ambiente; e diritto dell’arte. Oltre il diritto dell’arte, Negri-Clementi Studio Legale fornisce un servizio completo di assistenza e consulenza specializzato nel settore dell’arte, orientando la propria clientela nei mercati dell’arte antica, moderna e contemporanea. Il servizio di art advisory è gestito da un dipartimento interno con competenze artistiche ed economiche specifiche che si distingue per talento, assicurando un servizio di consulenza altamente qualificato. Grazie ad una pluriennale esperienza nel settore dell’arte, lo Studio vanta collaborazioni con un network di partners che si distingue per talento e professionalità, garantendo così una copertura a 360° dell’intero settore.