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 EMILIO VEDOVA a cura di Germano Celant a Palazzo Reale

Un'esposizione tra le più importanti mai dedicate a uno dei più autorevoli artisti del ‘900, promossa dal Comune di Milano Cultura, da Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.

A Palazzo Reale di Milano apre al pubblico dal 6 dicembre 2019 al 9 febbraio 2020 la mostra EMILIO VEDOVA. L’esposizione, curata da Germano Celant, tra le più importanti mai dedicate a uno dei più autorevoli artisti del ‘900, è promossa dal Comune di Milano Cultura, dal Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.

“Questa esposizione a Palazzo Reale di Milano - afferma Alfredo Bianchini, Presidente della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova - corona il lavoro della Fondazione per celebrare il centenario della nascita di Emilio Vedova, a partire dalla pubblicazione del prestigioso volume Vedova De America, edito da Skira, cui ha fatto seguito la mostra Emilio Vedova di/by Georg Baselitz, curata dal grande pittore tedesco nel Magazzino del Sale a Venezia. Altra tappa importante, la produzione del film Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio realizzato da Twin Studio per la regia di Tomaso Pessina, con la lettura dai diari del pittore da parte di Toni Servillo, che è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori”. Contestualmente, la Fondazione e Marsilio Editori hanno riproposto Pagine di diario, libro edito da Prestel Verlag nel 1960, nella stessa veste grafica voluta allora dal Maestro per la pubblicazione dei suoi scritti.

La mostra EMILIO VEDOVA nasce con un progetto e un allestimento che vedono la spettacolare Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale quale luogo espositivo ideale, proponendo una chiave insolita per documentare il linguaggio artistico del pittore. Presenta oltre ad opere che vanno dagli anni ʼ40 agli anni ʼ90, un intervento ambientale, progettato dallo studio Alvisi Kirimoto di Roma, che prevede la costruzione nella Sala delle Cariatidi di una parete lunga 30 metri e alta 5, circondata da una struttura luminosa indipendente che attraversa diagonalmente il salone, quasi provocandone la severità architettonica, in uno “scontro di situazioni”, come si sarebbe espresso Vedova. In questo contesto lacerato sono esposte, sia a muro che a pavimento, una sessantina di opere, alcune delle quali di imponenti dimensioni, tra cui il celebre ciclo Absurdes Berliner Tagebuch ʼ64 (1964).

L’allestimento progettato per presentare il percorso creativo di Vedova ha l’intento di lavorare sulla forte componente scenografica dell’ambiente per far emergere, nelle due parti contrapposte, gli aspetti innovativi e radicali del suo contributo linguistico alle vicende dell’arte moderna e contemporanea. Vale a dire porre a confronto i suoi lavori degli anni ʼ60, dipinti e sculture, come il ciclo dei Plurimi, con le grandi tele e i Dischi, installati a pavimento, degli anni ‘80/’90. In tale dialogo tra estremi si esplicita il valore fondamentale dell’opera di Vedova nel contesto dell’arte contemporanea internazionale.

A partire dagli anni ʼ50 il suo linguaggio rompe con la rigidità formale dell’astrazione arrivando a realizzare tele dal segno pittorico aperto e libero, drammatico e graffiante, connesso alla sua gestualità. Questo fare informe, intriso di materialismo, che rifiuta di lasciarsi assimilare a qualsiasi narrazione e figurazione che non sia quella dell’inconscio e della forza emotiva dell’artista, nel 1962 lo porta a spezzare anche la superficie del quadro con la serie dei Plurimi, articolazioni lignee coperte di stratificazioni cromatiche, realizzate a Berlino, che sembrano esemplificare il suo desiderio di sacrificio dell’arte a favore di un mutamento del contesto ambientale e sociale. Un discorso radicale che libera la sua pittura dall’omogeneità e che, in quel periodo, segnato dal mondo lineare, impersonale e riduttivo dell’arte minimale e concettuale, intende offrire un contributo estraneo ed estremamente soggettivo, basato su tensioni e strappi personali.

Gli anni ʼ70 conoscono da un lato l’irrigidimento delle strutture dei Plurimi, costretti ora a scorrere su rigidi binari, il ciclo Lacerazione ʼ77/ʼ78, Plurimi/Binari (1977-1978) appunto, quasi la ribellione estetica fosse incanalata e portata a ripiegarsi su se stessa e dall’altro la pulsione irrazionale dei ...Cosiddetti Carnevali.. ʼ77/ʼ83 (1977-1983) che si connettono all’aspetto dionisiaco e antirituale dell’arte. Dopo le collaborazioni con Luigi Nono per Intolleranza 1960 e per Prometeo. Tragedia dell’ascolto (1984) che gli aprono un territorio di scatenamento delle immagini in tutto lo spazio architettonico, è negli anni ’80 che si apre l'altra fondamentale stagione dell’arte di Vedova. Dopo una serie di grandi dipinti dal materismo cromatico assoluto, egli passa infatti alla costruzione dei Dischi, grandi dipinti in tondo che possono essere esposti come entità autonome su pavimento o a parete, quasi fossero attori capaci di danzare nello spazio o arrampicarsi sui muri, evidenziando la loro mobilità e intrusione architettonica.

L’itinerario biografico e professionale del grande pittore, nato a Venezia nel 1919 dove è scomparso nel 2006, sarà ricostruito nella Sala del Piccolo Lucernario che precede l’ingresso a quella delle Cariatidi. Qui una cronologia, composta da dati biografici, immagini e dichiarazioni poetiche, sarà accompagnata da una selezione di opere che copre il lungo arco della sua produzione artistica.

In occasione della mostra di Palazzo Reale, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova pubblicherà con Marsilio Editori una monografia, curata da Germano Celant, dedicata alla ricostruzione della vicenda artistica e biografica del pittore veneziano. Il libro mira a configurare un percorso completo delle diverse connotazioni linguistiche sperimentate dall’artista. La narrazione è arricchita da un ampio apparato iconografico: le opere, le fotografie personali e i testi di Vedova, corredati dai riferimenti al contesto storico e artistico.

L’esposizione è sostenuta da Generali Valore Cultura, il programma di Generali Italia per rendere l’arte e la cultura accessibili a un pubblico sempre più ampio.

 

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Inge Morath, Audrey Hepburn sul set di "Unforgiven", Messico, 1959. ©Fotohof archiv/Inge Morath/ Magnum Photos”

 

INGE MORATH La vita. La fotografia

La prima retrospettiva italiana di INGE MORATH, prima fotoreporter donna entrata a far parte della famosa agenzia fotografica Magnum Photos.

Dal 30 novembre al 19 gennaio 2020 al Museo di Roma in Trastevere la prima retrospettiva italiana di INGE MORATH (1923-2002), prima fotoreporter donna entrata a far parte della famosa agenzia fotografica Magnum Photos.

Nella lunga e intensa carriera di Inge Morath, non poteva mancare Roma, la Città Eterna. Quando nel 1954 si reca per la prima volta nella Capitale, la fotografa americana ha da poco iniziato a lavorare per l’agenzia Magnum. Ora Roma ospita nel Museo di Roma in Trastevere la sua retrospettiva italiana: INGE MORATH. La vita. La fotografia, aperta al pubblico dal 30 novembre al 19 gennaio 2020.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Marco Minuz, Brigitte Blüml – Kaindl, Kurt Kaindl. Organizzazione: Suazes, in collaborazione con Fotohof e Magnum photos, e con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Catalogo: Silvana editoriale.

L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card.

Il percorso espositivo si sviluppa in 12 sezioni che ripercorrono tutte le principali esperienze professionali e umane della Morath, attraverso circa 140 fotografie e decine di documenti originali. Compaiono anche immagini, realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e Yul Brinner, che ritraggono Inge Morath in diversi momenti della sua carriera.

Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Cresciuta in un ambiente colto e intellettuale, studia lingue romanze all’università di Berlino e ama viaggiare. Non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche. La meta del suo primo viaggio in Italia è Venezia. Proprio nella Laguna prende corpo la passione per la fotografia, quando Inge rivolge il suo obiettivo verso i luoghi meno frequentati e i quartieri popolari della città, cogliendo le persone nella loro quotidianità. Un soggiorno più lungo, nell’autunno 1955, è dedicato agli scatti per il volume illustrato “Venice Observed” della storica dell’arte Mary McCarthy.

A Roma, Inge ritorna invece nel 1960 per un lavoro su commissione: fotografare la bellissima attrice e modella Rosanna Schiaffino, che immortala all’interno della sua abitazione romana. Nei pochi anni che intercorrono tra i due momenti romani, Inge Morath si è ormai affermata. Il suo sviluppo è stato graduale. Dopo l’esordio come traduttrice e scrittrice in Austria, aveva iniziato a scattare nel 1952. L’anno successivo, grazie a Robert Capa, comincia a lavorare per Magnum Photos a Parigi.
Il suo primo importante reportage, datato 1953, è dedicato ai “Preti operai”. È di questi anni l’incontro con Henry Cartier-Bresson, con cui inizia un sodalizio decennale che ne segnerà l’esistenza. Proprio nel 1960, l’anno del ritratto di Rosanna Schiaffino, Inge accompagna infatti Cartier-Bresson a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. Qui scatta uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn quasi scomposta che sola, lontana dal set, prova dei passi di danza. Durante le riprese Inge conoscerà lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, che diventerà suo marito nel 1962.

Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue sono immagini che sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Riesce a fissare l’anima di grandi artisti – da Henri Moore, a Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso – e di scrittori come André Malraux, Doris Lessing, Philip Roth e celebrità come Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Immortala l’anima dei luoghi. Imperdibili le sue foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Cechov, degli studi di artisti permeate dallo spirito delle persone che vi avevano vissuto.

Inge Morath è stata, soprattutto, una viaggiatrice. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medio Oriente, Stati Uniti, Russia e Cina, tutti preparati con cura maniacale. La sua conoscenza di diverse lingue straniere le ha permesso di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente. Preparazione, conoscenza, empatia. Così può giungere al momento magico, quello della «chiusura dell’otturatore. Un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tende una mano verso un oggetto desiderato.»


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NOVECENTO LUNARE Lucio Fontana, Eliseo Mattiacci, Fausto Melotti, Giulio Turcato. Un progetto di Museo Novecento

Nell’anno in cui si celebra il cinquantenario di quello storico momento, la mostra NOVECENTO LUNARE. Lucio Fontana, Eliseo Mattiacci, Fausto Melotti, Giulio Turcato, ospitata nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, a Firenze vuole rendere un poetico omaggio alla Luna e alla sua conquista.

Il 20 luglio del 1969, alle 22.17 ora italiana, si compì, sotto gli occhi di milioni di telespettatori, un millenario sogno dell’uomo. Il modulo lunare Eagle della missione Nasa Apollo 11 sbarcò sulla polverosa superficie lunare e l’astronauta americano Neil Armstrong – primo uomo al mondo – vi posò poco dopo il piede. “Un piccolo passo per un uomo – disse – un grande salto per l’umanità”. E da allora più niente è stato come prima.

Nell’anno in cui si celebra il cinquantenario di quello storico momento, la mostra NOVECENTO LUNARE. Lucio Fontana, Eliseo Mattiacci, Fausto Melotti, Giulio Turcato, ospitata nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, a Firenze, fino al 15 gennaio 2020, vuole rendere un poetico omaggio alla Luna e alla sua conquista. Curata da Sergio Risaliti, la mostra è un progetto di Museo Novecento, visibile lungo il percorso espositivo del museo di Palazzo Vecchio e si inserisce nel programma di F-LIGHT 2019, il festival delle luci del Comune di Firenze che per une mese ridisegnerà il volto notturno della città.

In molte opere d’arte realizzate dopo la seconda guerra mondiale, il linguaggio astratto e quello informale sembrano evocare la superficie lunare e l’assenza di gravità, fare riferimento alle teorie scientifiche contemporanee e alle nuove osservazioni astronomiche. Nel Manifiesto Blanco del 1946, promosso da Lucio Fontana, si legge: “Le scoperte smisurate della scienza gravitano su questa nuova organizzazione di vita. Il ritrovamento di nuove forze fisiche, il dominio sulla materia e lo spazio impongono gradualmente all’uomo condizioni che non sono mai esistite in tutto il corso della storia”. All’arte, secondo il padre dello Spazialismo, spetta dunque la conquista illusoria dello spazio infinito. È per questo che, nelle sue opere, Fontana arriva a bucare e tagliare la tela.

In NOVECENTO LUNARE la conquista dello spazio e l’allunaggio vengono evocati con una selezione di opere di artisti italiani che, in modo diretto o meno, si ispirano alla Luna e alla sua orbita, alla sua superficie rugosa, con le costellazioni, i pianeti maggiori e i fenomeni celesti. Di Lucio Fontana è esposto un Concetto spaziale del 1961, con una sua tonalità “celestiale”, costituito da una serie di buchi che evocano quasi l’orbita ellittica di un pianeta; La cometa di Fausto Melotti, del 1978, porta nella Sala dei Gigli l’armonia, il ritmo e la poesia delle sfere celesti; di Eliseo Mattiacci, artista che nel suo percorso ha sempre manifestato un “afflato cosmico”, riuscendo a trasformare la materia, lo spazio e il tempo, è presentato Riflesso del cielo del 1989 e infine di Giulio Turcato Superficie lunare, del 1971, che si inserisce nella sua produzione, iniziata a metà degli anni Sessanta, di grandi composizioni su gommapiuma o schiuma di poliuretano che rievocano superfici, crateri, tonalità dei corpi celesti.

NOVECENTO LUNARE

Lucio Fontana, Eliseo Mattiacci, Fausto Melotti, Giulio Turcato

a cura di Sergio Risaliti

Firenze

Museo di Palazzo Vecchio, Sala dei Gigli

29 novembre 2019 – 15 gennaio 2020

Orari

Tutti i giorni h.9.00-19.00, eccetto il giovedì h. 9.00-14.00.

La biglietteria chiude un’ora prima del museo.

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GEORGE TATGE con IL COLORE DEL CASO al Museo del Novecento e del Contemporaneo di Pistoia

La rassegna è accompagnata da un video, che dà conto degli scatti di George Tatge dedicati a Pistoia, e da un ricco catalogo, nel quale le 74 opere fotografiche esposte sono affiancate da un testo critico del curatore Carlo Sisi.

Palazzo Fabroni, Museo del Novecento e del Contemporaneo di Pistoia, la mostra GEORGE TATGE | IL COLORE DEL CASO – curata da Carlo Sisi e realizzata dal Comune di Pistoia/Palazzo Fabroni con il contributo della Regione Toscana nell'ambito del progetto “Toscanaincontemporanea2019” - sarà inaugurata venerdì 29 novembre, alle ore 18.00, e resterà aperta al pubblico fino al 16 febbraio 2020.

La rassegna nasce da una svolta nel modus operandi dell'artista. Noto da sempre per il suo lavoro in bianco e nero, da sette anni egli si dedica esclusivamente a riprese a colori. Non ha abbandonato il suo leggendario Deardorff, un banco ottico 13x18cm, che lo accompagna da quando è arrivato in Italia, 46 anni fa. Ma la scelta del colore ha richiesto un modo radicalmente diverso di guardarsi intorno. La mostra ci presenta così luoghi di misteriosa metafisicità, città sovraffollate, ma prive di persone, sospese nel tempo, quasi a sottolineare la solitudine esistenziale. Strade ed angoli dove vige quel conflitto continuo tra il man-made e la natura, una convivenza difficile e spesso comica. Oggetti ricorrenti nel lavoro di Tatge sono i muri, le barriere, i recinti, le staccionate. Visioni che ci toccano oggi con significati ancora più profondi ed attuali. E pure la fotografia di Tatge rimane lontanissima dall’essere documento. E’ pura metafora, un’espressione poetica che va oltre il visibile. Tatge si muove raramente con progetti precisi in mente. Preferisce vagare per lasciare che sia il mondo a sorprenderlo, che sia la sua psiche a reagire e a rispondere alle sollecitudini dei luoghi. Al Caso, appunto. Come Gerhard Richter, “non persegue obiettivi, né sistemi, né tendenze; non ha programmi, né uno stile, né una direzione; gli piace l'indefinito, lo sconfinato, l'incertezza continua”. 

Sono dunque frutto del nuovo lavoro di George Tatge le 74 immagini, suddivise in sei diverse sezioni, di cui si compone la mostra, completamente pensata per le sale del secondo piano di Palazzo Fabroni, in una relazione stretta ed organica con il contesto architettonico dell'edificio, a tal punto che l'alternanza degli spazi, irregolari di forma e differenti per dimensioni, governa la disposizione delle opere. La rassegna è accompagnata da un video, che dà conto degli scatti di George Tatge dedicati a Pistoia, e da un ricco catalogo, nel quale le 74 opere fotografiche esposte sono affiancate da un testo critico del curatore Carlo Sisi.

Con la mostra Palazzo FabroniMuseo del Novecento e del Contemporaneo di Pistoia, riapre al pubblico al termine di alcuni importanti lavori di ristrutturazione che hanno determinato il recupero di un'ampia porzione del pianoterra, con l'allestimento di nuovi spazi riservati all'accoglienza del pubblico e di nuove sale destinate a funzione museale.

George Tatge nasce a Istanbul nel 1951 da madre italiana e padre americano e inizia a fotografare negli Stati Uniti d'America nel 1966. Laureatosi in letteratura inglese nel Wisconsin, giunge in Italia nel 1973 e già nello stesso anno tiene una personale alla Galleria Il Diaframma di Milano. Da questo momento prende parte alle più importanti mostre che segnano l'avvento di una tradizione della fotografia di paesaggio italiano, caratterizzata dalla particolare attenzione dedicata ai mutamenti avvenuti sul territorio nazionale tra anni Settanta e Ottanta. Nel 1986 inizia la sua attività di dirigente tecnico-fotografico presso gli Archivi Alinari, attività che proseguirà fino al 2003. Sue opere fanno parte di collezioni tra cui quella del Metropolitan Museum di New York, del Houston Museum of Fine Arts, della George Eastman House di Rochester e della Maison Européenne de la Photographie a Parigi.

http://www.georgetatge.com/

Sede

Palazzo Fabroni, via Sant’Andrea 18 - Pistoia

Periodo

30 novembre 2019 | 16 febbraio 2020

Inaugurazione

venerdì 29 novembre 2019 - ore 18.00

con apertura straordinaria fino alle ore 23.30

 

 

 Cubo multispaziale C2 2005. Legnoneon porporaspecchi. 39x39x39 cm 14 cm base. Foto Bruno Bani

Cubo multispaziale C2 2005. Legnoneon porporaspecchi. 39x39x39 cm 14 cm base. Foto Br

  

"Sconfinamento”  personale di Paola Scirpa a cura di Sabino Maria Frassà

L'esposizione chiude il ciclo di mostre IN-MATERIAL, quando la materia si fa pensiero', promosso dal brand tedesco insieme al progetto non profit Cramum per tutto il 2019.  

Sconfinamento è la personale dell'artista Paolo Scirpa a cura di Sabino Maria Frassà, che inaugura il 20 novembre 2019 presso lo spazio Gaggenau DesignElementi Hub di corso Magenta 2, a Milano. L'esposizione - visitabile fino al 31 gennaio 2020 - chiude il ciclo di mostre IN-MATERIAL, quando la materia si fa pensiero', promosso dal brand tedesco insieme al progetto non profit Cramum per tutto il 2019.

Attraverso le sue opere, Paolo Scirpa indaga l'infinito quale dimensione a cui l'uomo tende, sempre scevro dalla piena comprensione e dalla possibilità di possesso, senza però la pretesa o la presunzione di rappresentarlo. Eternità e infinito sembrano essere solo il movente per Scirpa, piuttosto l'inizio del viaggio. "Quanto tempo è per sempre?” chiedeva Alice al Bianconiglio. Guidandoci nel suo Mondo anche Paolo Scirpa, come il Bianconiglio, sembra risponderci: "A volte, solo un secondo". Per l'artista, sconfinare è un percorso di libertà mentale e fisica: senza non c'è progresso né evoluzione. I suoi Ludoscopi sono opere tridimensionali che propongono la percezione di profondità fittizie, veri iperspazi-luce in cui è abolito il limite tra il reale e l'illusorio, che mirano a liberare e elevare l'essere umano, ad approcciare e percepire l'infinito anche solo per un secondo.

Quella che si sprigiona è una vertigine di gioia, una possibilità di riassaporare quello stupore e quella meraviglia propria dei bambini, ancora incoscienti e non pienamente consapevoli di sé e dei propri limiti. Complice la struttura stessa dello spazio, pensato per ricreare un'atmosfera di 'lusso domestico' elegante, accogliente e inclusiva. Con un percorso, ideato da artista e curatore, che riesce a 'donare' un forte senso di sconfinamento e estraniamento positivo allo spettatore.