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 4. Brigitte Schindler Cerimonia giapponese 2019

 Brigitte Schindler, Cerimonia giapponese 2019, stampa a colori su carta cotone / colour print on cotton paper. © Brigitte Schindler

 

Collezione Maramotti, in collaborazione con Museo Casa Mollino, è lieta di presentare la nuova mostra "Mollino/Insides"

Attraverso alcuni scorci dell’ultima enigmatica dimora di Mollino si accede alle fotografie degli anni ’50 e ’60 delle modelle di Mollino, sfumate nell’essenza misteriosa dell’immaginario che abitano. 

Prendendo spunto dal tema di Fotografia Europea 2020 “Fantasie. Narrazioni, regole, invenzioni”,Collezione Maramotti, in collaborazione con Museo Casa Mollino, è lieta di presentare dal 4 ottobre 2020 al 16 maggio 2021 la nuova mostra Mollino/Insides, con opere pittoriche di Enoc Perez e fotografie di Brigitte Schindler e di Carlo Mollino.

Attraverso alcuni scorci dell’ultima enigmatica dimora di Mollino in via Napione a Torino – che ospita ora il Museo Casa Mollino – trasformata dall’interpretazione pittorica di Perez e dall’occhio fotografico di Schindler, si accede alle fotografie degli anni ’50 e ’60 delle modelle di Mollino, sfumate nell’essenza misteriosa dell’immaginario che abitano.

Dalla seconda metà degli anni Novanta Enoc Perez, artista portoricano con base a New York, ha avviato una ricerca su architetture iconiche del Novecento e su come queste siano state appropriate dall’immaginario collettivo come forme e metafore sociali di fascinazione e di bellezza. Al contempo, dalla materia pittorica affiora una consistenza fantasmatica delle immagini, simboli che il tempo trasfigura e trasporta in una dimensione più indefinita, a tratti onirica. Alla Collezione Maramotti appartengono già diverse opere dell’artista, tra cui un dittico su Casa Malaparte realizzato per una mostra temporanea nel 2008 e ora esposto in permanenza.

Nel settembre 2019, Perez ha visitato il Museo Casa Mollino e scattato delle fotografie degli interni, a partire dalle quali ha tratto e realizzato, specificamente per questa mostra, alcuni nuovi dipinti di grandi dimensioni.

La stessa Casa è stata e continua ad essere fonte di ispirazione anche per Brigitte Schindler, la cui passione per la fotografia ha dato vita, negli ultimi tre anni, a immagini suggestive e prospettive inedite degli interni, ricche di dettagli rivelatori. Queste fotografie di Schindler – mai esposte prima – intercettano il mistero sospeso negli ambienti, le sottili connessioni tra gli oggetti accuratamente scelti e posizionati da Mollino. In un raffinato equilibrio di specchi, riflessi, metamorfosi e disvelamenti, le sue visioni introducono chi guarda in profondità a un percorso di scoperta estetica e concettuale del complesso mondo di Carlo Mollino, personalità multiforme del Novecento, conosciuto, tra le altre cose, come architetto, designer e fotografo.

La fotografia accompagna Mollino (1905-1973) dall’infanzia fino alla sua scomparsa. Egli la utilizza come strumento per la creazione di una realtà diversa, alternativa. Il corpo femminile è un tema ricorrente, dai primi ritratti di ispirazione surrealista alle polaroid di nudi degli anni Sessanta. Con grande minuzia, Mollino sceglie e prepara ambienti, oggetti, vestiti, accessori per ritrarre le sue modelle, le trasporta in uno spazio particolare accuratamente studiato, ne glorifica la bellezza, ne esalta l’iconografia. Attivato da uno sguardo visionario e teso alla sperimentazione, Mollino si dedica alla composizione di un’immagine ricercata e multiforme della controparte femminile ideale della sua esistenza, alla creazione di quello che Fulvio Ferrari, direttore del Museo Casa Mollino, definisce un “esercito di farfalle”, che completi Mollino e lo accompagni anche oltre la vita terrena.

Mollino molto raramente utilizza come ambientazione per le sue fotografie la sua ultima dimora di Via Napione – mai realmente abitata e sempre tenuta segreta –, disegnata nei minimi dettagli e concepita come specchio della sua visione del mondo. In un percorso eclettico in cui sempre il contenuto precede la forma e la forma non è mai scontata, dalla camera oscura del fotografo alla camera oscura, nascosta e segreta, delle sue case (in particolare dell’ultima), Mollino lavora con la materia della “parentesi necessaria” che è la nostra vita, studia ed esplora la bellezza della natura (umana e non) per indagare il senso profondo dell’esistenza attuale e preparare la sua prosecuzione ultraterrena.

Oltre al soggetto delle opere in mostra – Mollino e il suo raffinato e complesso immaginario – trasformazione e creazione visionaria accomunano i tre autori.

Perez muta in pittura l’architettura e gli spazi, passando attraverso la riproduzione fotografica, aggiungendo nuovi livelli di lettura e di valori associati a quelle immagini. L’utopia degli architetti nella progettazione di edifici e spazi è condivisa dall’artista nella dimensione del linguaggio pittorico e nel valore della sua espressione.

Mollino costruisce concettualmente e fisicamente i mondi/case in cui ambientare le sue fotografie. Ogni oggetto, ogni dettaglio diventa simbolo e attivatore di storie e rimandi. Con un approccio mentale estremamente ordinato e uno stile a un tempo composto ed estremo, Mollino dà vita a narrazioni e scenari altri, simbolici e spesso di complessa decifrazione.

Schindler si concentra sull’essenza di dettagli all’apparenza minori, sulla loro capacità di diventare chiavi e indizi per accedere a una magia dello sguardo, a nuove “stanze visive”. Ogni scatto condensa lo scenario di un racconto che si rivela attraverso gli oggetti del mondo, grazie a uno spostamento della loro percezione.

La mostra sarà accompagnata da un libro con testi di Mario Diacono e Fulvio Ferrari e contributi di Enoc Perez e Brigitte Schindler.

 

Collezione Maramotti

Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia

Tel. +39 0522 382484

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www.collezionemaramotti.org

 

 1. Shepard Fairey Bias By Numbers 2019 Silkscreen and mixed media collage on paper HPM 76 x 104 LR

 Shepard Fairey, Bias By Numbers, 2019, Silkscreen and mixed media collage on paper HPM, 76 x 104

 

La Galleria d’Arte Moderna di Roma inaugura la mostra “3 Decades of dissent”

 Un progetto espositivo esclusivo curato dallo stesso Shepard Fairey, urban artist tra i più conosciuti al mondo. 

La Galleria d’Arte Moderna di Roma ospiterà dal 17 settembre al 22 novembre 2020 SHEPARD FAIREY / 3 DECADES OF DISSENT, un progetto espositivo esclusivo curato dallo stesso Shepard Fairey, urban artist tra i più conosciuti al mondo, insieme a Claudio Crescentini, Federica Pirani e galleria Wunderkammern. Sperimentatore assoluto di linguaggi, stili e messaggi politici tramite l’arte, l’artista statunitense Shepard Fairey (Charleston, 1970) ha voluto creare un concept unico e irripetibile appositamente per la Galleria d’Arte Moderna, presentando un nucleo unitario di trenta sue recenti opere grafiche inedite (2019) - con il quale ripercorre molti dei suoi temi di dissenso, tra cui la lotta per la pace e contro la violenza razziale, la difesa della dignità umana e di genere, la salvaguardia dell’ambiente - in dialogo con importanti opere della collezione d’arte contemporanea della Sovrintendenza Capitolina.

La mostra, ad ingresso gratuito con la MIC, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali e galleria Wunderkammern. É organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Sarà accompagnata da un catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, con testi di Maria Vittoria Marini Clarelli, Claudio Crescentini, Federica Pirani, Arianna Angelelli insieme a Daniela Vasta e galleria Wunderkammern.

L’iniziativa fa parte di Romarama, il programma di eventi culturali promosso da Roma Capitale.

Ad aprire l’esposizione, un’opera che ne circoscrive anche il limite temporale dei tre decenni di dissidenza: una copia autografata di HOPE (2008), una delle opere più celebri di Fairey, in cui l’artista ha ridefinito il volto di Barack Obama, creando l’immagine iconica che ha fatto il giro del mondo, simbolo del primo politico di origini afroamericane a ricoprire la carica di Presidente U.S.A. Lo stesso Obama, in una lettera a Fairey poi resa pubblica, si congratulò direttamente con lui.

L’artista ha da sempre definito il suo stile come politico, audace e iconico, basato sulla stilizzazione e idealizzazione delle immagini, così come dimostrano anche altre opere in mostra, fra le quali la ridefinizione della celeberrima campagna di sticker dal titolo “André the Giant Has a Posse”, con il volto del campione di wrestling disseminato su migliaia di muri delle città americane. “André the Giant”, nella sua versione HENDRIX, sarà presente in mostra insieme a JESSE - con il volto del Reverendo Jesse Jackson - della serie “Brown Power”. In questa opera Fairey adotta esplicitamente il linguaggio visivo dei decenni Sessanta-Settanta e in particolare del movimento Black Power, utilizzando una combinazione di colori pan-africana - rosso, nero e verde - ripresa dai combattenti per la libertà e i diritti degli afroamericani. Così come espresso in un’altra sua opera in mostra, POWER AND EQUALITY dedicata ad Angela Davis, fondamentale attivista del movimento afroamericano statunitense e militante del Partito Comunista degli Stati Uniti d'America.

Anche in questo caso ritorna potente l’iconicità dell’uso del segno di Fairey, sempre molto riconoscibile, anche per essere pura espressione di legami con la tradizione grafica dell’arte dissidente e avanguardista dell’Europa del Novecento. Dal Futurismo al Costruttivismo russo, come nell’opera in mostra GUNS AND ROSES, definita dal gioco linguistico e visivo fra rock - il titolo riprende la denominazione dell’omonimo gruppo musicale - e i simboli pacifisti, specificatamente anni Sessanta, con le rose nei fucili. Il pacifismo quindi, altro tema dominante di Shepard Fairey, che va di nuovo a legittimarsi con la sua (ri)appropriazione della grafica del Modernismo europeo, come nella serie OBEY LOTUS ORNAMENT e in quella, sempre in mostra, della serie MONEY con Lenin, Mao e Nixon. Così come in un’altra opera di forte impatto politico GREETINGS FROM IRAQ, strutturata come una cartolina dove però le “bellezze” dell’Iraq diventano i bombardamenti aerei americani.

I personaggi di spicco dell’attivismo politico pacifista e anti-razzista, la volontà di operare e lottare per la pace del mondo e contro la violenza razziale, la difesa della dignità umana e di genere, la lotta contro la violenza sulle donne e l’infanzia violata, la salvaguardia e difesa dell’ambiente. Questi in breve alcuni dei temi politici della nostra contemporaneità perseguiti dall’arte di Shepard Fairey e rivitalizzati dalle sue opere in mostra, con un’idea base, fare dell’arte la legge del “dissenso” politico privato in funzione pubblica. Dissenso attivo e puntuale che va a connettersi, per scelta dello stesso artista, con una serie di “Interferenze d’arte”, ossia rapporti - concettuali, tematici, iconografici - che Fairey stesso, insieme agli altri curatori della mostra, ha voluto intenzionalmente creare per la Galleria, facendo dialogare le sue opere e i suoi temi con le opere della collezione d’arte contemporanea della Sovrintendenza Capitolina, costruendo percorsi visivi che tendono a loro volta verso altri e più personali intrecci visuali con i quali il pubblico potrà interagire e confrontarsi. Un concreto bisogno di sfidare visivamente sé stesso e la propria arte con l’arte del suo e del nostro recente passato.

“Interferenze” perciò fra le sue opere esposte e quelle di altri artisti contemporanei appositamente selezionati dall’artista, insieme al team curatoriale, e allestite, su idea dello stesso Shepard Fairey, in una sequenza unica tramite la quale il pubblico potrà riconoscere molte suggestioni stilistiche e artistiche di Fairey nello specchio dell’arte contemporanea italiana. A cominciare dal gioco di sguardi del “Big brother is watching you” con “Il dubbio” (1907-08) di Giacomo Balla, proseguendo con “Commanda” in dialogo con “Donna alla toletta” (1930) di Antonio Donghi. E ancora: “Exclamation” con “Il Cardinal Decano” (1930) di Scipione; “Jesse” con “L’autoritratto” (1937) di Renato Guttuso; il pugno chiuso di “Obey fist” con il totalizzane “Il Comizio” (1949-50) di Giulio Turcato, in cui le essenze cromatiche delle bandiere rosse si trasformano in forza politica e voce d’artista antagonista. Stessa cosa per il confronto con “Compagni Compagni” (1968) di Mario Schifano. “Guns and Roses” di Fairey si confronterà invece con il “Cannone” di Pino Pascali (1965) nell’altrettanto iconica foto di Claudio Abate; “Proud parents” con “Gli Arnolfini Mazzola at Madmountain” (1978) di Luca Maria Patella; “Nixon Money” con “1) Willy Brandt / 2) Morder von Rechts / 3) Non esiste l’anima?”  (1992-97) di Fabio Mauri. E altri ancora, fino a coprire un ideale arco storico virtuale che va dal XIX secolo all’oggi dissidente di Shepard Fairey.

In mostra per le “Interferenze d’arte” opere di: Claudio Abate, Carla Accardi, Giacomo Balla, Domenico Belli, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Primo Conti, Nino Costa, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Francesco Guerrieri, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Cipriani Efisio Oppo, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Fausto Pirandello, Giuseppe Salvatori, Mario Schifano, Scipione, Mario Sironi, Giulio Turcato e altri.

 

 Behind the Walls02 da Beh

Paolo Ventura: Behind the Walls#02 (da Behind the Walls) 2011

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia ospita Carousel, un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura

Sin dalle sue prime opere Ventura unisce alla capacità manuale una particolare visione poetica del mondo, costruendo delle scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche. 

Dal 17 settembre al 8 dicembre CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia ospita Carousel, un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere Ventura unisce alla grande capacità manuale una particolare visione poetica del mondo, costruendo delle scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica.

Con “War Souvenir” (2005), ambientato in un tempo imprecisato che rimanda alle atmosfere dell’Italia della Seconda Guerra Mondiale, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC “The Genius of Photography” nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio del 2017.

In quest’occasione le sale del museo ospitano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non mancano i progetti più iconici della prima fase della sua produzione: il già citato “War Souvenir”, “L’Automa” e una selezione dalle “Winter Stories”, in cui i protagonisti delle narrazioni sono dei burattini e gli ambienti dei piccoli set teatrali costruiti dallo stesso Ventura sul tavolo del suo studio. Con le “Short Stories” si sancisce una fase nuova della sua ricerca: di ritorno dalla Grande Mela si stabilisce nel piccolo borgo di Anghiari, nei pressi di Arezzo, dove, all’interno di uno studio particolarmente luminoso ricavato da un vecchio fienile, allestisce una pedana e un fondale su cui lui stesso impersona, insieme alla moglie e al figlio, brevi vicende paradossali e fiabesche. Un elemento che ritroviamo anche nei progetti più recenti che, pur perdendo la sequenzialità narrativa, rimangono ricchi di una suggestione surreale. In particolare, lo si nota nei collage in cui i soggetti – gli stessi che ricorrono nell’intera produzione dell’artista: soldati, maghi, artisti, pagliacci e saltimbanchi – si stagliano su una superficie che nel corso degli anni ha lasciato sempre maggior spazio alla pittura.
Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi più frequenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. Le prime sale dello spazio espositivo torinese diventano quindi un’autentica full immersion nella poetica di Ventura, un vero e proprio ingresso all’officina dove nascono e si compongono le storie elaborate dall’artista, anche grazie all’allestimento di alcuni degli elementi che concorrono alla loro realizzazione. Un viaggio e un racconto, dunque, secondo quelli che sono i temi e le modalità espressive predilette da Ventura, rappresentante di una fotografia volutamente narrativa: non a caso, i testi che accompagneranno questo percorso saranno stesi e scritti direttamente dall’artista, che diviene la voce narrante della mostra.

La seconda metà dell’esposizione sarà invece dedicata interamente a due nuovi e inediti progetti: il primo è “Grazia Ricevuta”, rivisitazione affettuosamente ironica del tema dell’ex voto, che Ventura naturalmente rielabora a partire dalla manipolazione dell’immagine e dalla presenza costante della sua figura e di quella delle persone a lui vicine. Un ulteriore affondo nella cultura popolare, così amata e ben conosciuta da Ventura, una cultura che da sempre fornisce icone e tematiche al multiforme artista milanese. Il secondo lavoro inedito esposto in questa occasione è il frutto di una residenza svolta presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, avviata grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’ente ministeriale. Sulla scorta dello studio e della riflessione sulla rappresentazione delle vicende risorgimentali, a partire dagli Archivi dell’ICCD, Ventura allarga il proprio orizzonte ai temi della rappresentazione della guerra attraverso la fotografia e della difficile accettazione della modernità del mezzo fotografico in un paese fortemente legato alla tradizione come l’Italia del XIX secolo. Tutto questo attraverso il romanzesco rinvenimento di una serie di rare carte salate, risalenti al periodo risorgimentale, nel corso della residenza romana dell’artista.
Pressoché sconosciute al pubblico sono anche le prime opere, che ritroviamo eccezionalmente in mostra, con le quali Ventura inizia a sperimentare con un obiettivo close-up e un flash anulare alla fine degli anni Novanta, dopo essersi allontanato dall’ambiente della carta patinata.
Conclude il percorso una grande e spettacolare installazione, che trasforma l’intero lungo corridoio di CAMERA nel palcoscenico sul quale appare e si sviluppa una città immaginaria, composta dalle tante architetture realizzate da Ventura nel corso degli anni, riassemblate e reinventate per questa occasione in un allestimento di grande suggestione.

Curata da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Monica Poggi, la mostra sarà accompagnata da un volume monografico, pubblicato da Silvana Editoriale, che ripercorre per la prima volta in modo esaustivo e organico tutte le tappe salienti della ricerca dell’artista. Oltre al saggio dello stesso Guadagnini, al suo interno troviamo un testo della scrittrice e critica letteraria Francine Prose e una lunga intervista di Monica Poggi.
L’attività di CAMERA è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Lavazza, Eni, Reda, in particolare la programmazione espositiva e culturale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.


 Lea Porsager ATU XIV ART FuturDome IMG 5138 Lea Inst LW

 

FuturDome inaugura tre interventi espositivi e performativi dedicati a tre diversi artisti

Tra l’8 e il 12 settembre FuturDome inaugura tre interventi espositivi e performativi dedicati a tre diversi artisti: Lea Porsager, Andrea Bocca, Fos.

LEA PORSAGER ATU XIV ART’ a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria

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Lea Porsager, ATU XI 'LUST', 2015, 11 aligning struts, dimensions variable

 

Il 9 settembre, in omaggio al vuoto che ha segnato Milano, il più esteso intervento installativo mai realizzato da Lea Porsager, verrà reso pubblico e visitabile in FuturDome fino al 15 dicembre 2020. ATU XIV ‘ART’ (alchimia) è un’opera monumentale che sovverte ferocemente i fenomeni fisici come effetti di gravità e parallasse, esaltando il rapporto tra spazio e vuoto, come campi di battaglia di forze invisibili, sarà documentata nella prossima pubblicazione retrospettiva di Porsager, pubblicata da Mousse Publishing (www.moussepublishing.com), in occasione dell’inaugurazione della sua mostra personale al Moderna Museet di Stoccolma, a novembre 2020. La mostra monografica si trasferirà in diversi musei scandinavi nel 2021.

Parallelamente ad ATU XIV ‘ART’, verranno proiettate parti inedite del film THE ANATTA EXPERIMENT girato da Porsager nel 2012 ad Ascona per dOCUMENTA(13), il film e gli extra inediti saranno accompagnati da una istallazione site specific eseguita nei seminterrati di FuturDome. THE ANATTA EXPERIMENT ruota intorno al Monte Verità ad Ascona, in Svizzera. All'inizio del 1900, questa collina è stata una pietra miliare per la ribellione spirituale, attirando anarchici, sostenitori dell'amore libero, dadaisti, teosofi, psicoanalisti e occultisti, che rifiutavano una società sempre più materialista.

Alla fine dell'estate 2011, sette amici sono stati invitati da Porsager a Casa Anatta, l'edificio principale del Monte Verità, nei suoi ultimi momenti prima di essere sottoposto a un importante restauro. Casa Anatta è diventata teatro di una settimana di "caduta verticale" nelle leggi tantriche e nei processi normalmente oscurati dal rumore della produttività, trovando infine il suo fulcro nell'archivio di Harald Szeemann e nella sua sconcertante Strukturmutter del 1978.

Orari:

dal 10 settembre al 15 dicembre 2020: da mercoledì a sabato, ore 16.00 - 19.30

Ingresso gratuito  

FuturDome

via Giovanni Paisiello 6 - 20131 Milano

 

ANDREA BOCCA, UKIYO a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria

3 Bocca 1

 

FuturDome è lieto di presentare la prima mostra personale a Milano di Andrea Bocca (1996, Crema). Un percorso che trova luogo negli attici dell’edificio, proponendo una nuova serie di sculture, posizionate nelle stanze come punti geografici e di orientamento. L’artista ha ragionato su aree e superfici suddivise in fasce architettoniche, percorrendo i corridoi d’entrata come spazi di passaggio, tra un prima e un dopo. Canalizzatori di spazio e tempo. Bocca, incorpora con il proprio lavoro l’isolamento della parte più alta e luminosa di FuturDome, ispirandosi a Hiroshige (1797-1828), il grande maestro del paesaggio giapponese per mettere in atto un processo scultoreo di pittura idealizzante, attraverso l’utilizzo di colori sfumati dei rossi, dei blu così come dei toni di grigi, che emergono nell’adattare diverse metodologie di stampa e trovando la tridimensionalità nei volumi principali degli ambienti.

Il titolo della mostra UKIYO trae spunto dalla pubblicazione delle Cinquanta Stazioni della Tokaydo (1832-1834) di Hiroshige. La parola ukiyo-e significa letteralmente immagini da un mondo fluttuante e trae la sua origine dal concetto buddista dell’illusorietà dell’esistenza terrena. Le immagini prospettiche venivano allora definite fluenti o fluttuanti (ukiyo, 浮世), un termine che descriveva il fenomeno per il quale lo spazio della composizione o la profondità dell’immagine si avvicina all’osservatore e ne cattura lo sguardo.

Ispirato a questo cambio di paradigma ottico, Bocca applica, per UKIYO, non solo una prospettiva centrale ma esercita una prospettiva a volo d’uccello, astraendo una geometria decorativa e piatta che utilizza le sfumature cromatiche per smaterializzare le sfaccettature delle superfici, come a portare ogni traccia dei gesti impressi al centro di una scena teatrale. Il risultato finale è l’installazione di due serie inedite di interventi scultorei, avvalendosi anche della collaborazione artistica di Mida Fiore (1996, Potenza).

Inaugurazione: mercoledì 9 settembre 2020

ore 18.30 – 21.00

Date della mostra:

10 settembre - 15 dicembre 2020

 

FOS, SMALL WHITE MAN a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria

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FOS (Thomas Poulsen), Small White Man, Performance presso lo spazio Clutch, Kvadrat, Copenhagen, Settembre 2016.

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Performance:

martedì 8 settembre 2020

ore 18.00 - 22.00

Chiesa di San Celso

Corso Italia 37 - 20121 Milano

Video installazione:

sabato 12 settembre 2020, ore 19.00 - 22.00

FuturDome

via Giovanni Paisiello 6 - 20131 Milano

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

 

FOS (Thomas Poulsen) (1971, Danimarca) presenta per la prima volta in Italia la sua performance Small White Man, l’8 settembre presso gli spazi di San Celso (Corso Italia) e replicherà durante la notte bianca dell’arte sabato 12 settembre in FuturDome. Attraverso una serie di rituali legati all’improvvisazione, svilupperà un concerto all’interno del quale le frequenze immateriali della musica interagiranno con diversi oggetti, creando elegie simultanee. Un intervento architettonico temporaneo che trasformerà parte della Chiesa di San Celso (Corso Italia 37, 20121 Milano) in studi di registrazione. Utilizzando 190 metri di viola Divina, colore 692 e 984, l’artista costruirà una stanza temporanea, una sorta di grembo musicale, dove, nel corso di quattro ore, il suo progetto musicale in corso Small White Man registrerà il suo secondo album.

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Da mercoledì 2 settembre la Collezione Peggy Guggenheim torna ad aprire le porte di Palazzo Venier dei Leoni

L’accesso sarà esclusivamente su prenotazione online effettuabile sul sito guggenheim-venice.it a partire dal 31 agosto. 

A partire da mercoledì 2 settembre, a distanza di 3 mesi esatti da quel 2 giugno in cui la Collezione Peggy Guggenheim riapriva timidamente le porte ai visitatori dopo un lungo lockdown durato 13 settimane, il museo veneziano torna ad aprire i cancelli di Palazzo Venier dei Leoni 6 giorni la settimana, rendendo così accessibile il suo straordinario patrimonio artistico dal mercoledì al lunedì, dalle 10 alle 18. L’accesso sarà esclusivamente su prenotazione online effettuabile sul sito guggenheim-venice.it a partire dal 31 agosto, e continuerà ad essere contingentato e per fasce orarie nel rispetto della normativa per il contenimento del Covid-19. I soci e i visitatori che hanno diritto all’ingresso gratuito potranno prenotare la propria visita scrivendo una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o chiamando lo 041. 2405440/419 il lunedì e dal mercoledì al venerdì dalle ore 10 alle ore 15, specificando giorno e fascia oraria.

L’invito è dunque a visitare la collezione permanente tra i grandi capolavori dei maestri che hanno scritto la storia dell’arte del XX secolo, mentre la mostra temporanea Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall'Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim è momentaneamente chiusa al pubblico, ma rimane comunque allestita in attesa di verificarne una possibile data di ripresa. Il Museum Shop esterno, che si trova lungo la fondamenta che porta all’ingresso della biglietteria, e il Museum Café seguono l’orario di apertura del museo, rimane invece chiuso il Museum Shop interno agli spazi museali.

Questo graduale ritorno a una nuova normalità è reso possibile anche grazie ai risultati ottenuti finora dalla campagna di raccolta fondi “Insieme per la PGC” avviata l’8 luglio, a seguito delle ingenti perdite economiche subite dalla Collezione dopo i 90 giorni di chiusura forzata e tutt’ora non colmate. La strada per raggiungere il traguardo è ancora lunga, affinché la riapertura quotidiana possa essere assicurata anche per il futuro e il museo torni a garantire la programmazione delle mostre temporanee, al momento limitate a una all’anno, e una piena ripresa delle tante attività educative gratuite per il pubblico. La mostra dedicata all’artista veneziano Edmondo Bacci, Edmondo Bacci. L'energia della luce, a cura di Chiara Bertola, prevista in autunno, è stata rimandata alla primavera del 2022, dal 9 aprile al 12 settembre, mentre viene al momento confermata nel 2021, dall’8 maggio al 13 settembre la grande esposizione Surrealismo e magia. Da Max Ernst a Leonora Carrington, a cura di Grazina Subelyte, Curatorial Department del museo. Stanno gradualmente riprendendo alcune attività educative come le visite per la “quarta età” di “Estate a Palazzo”, il cui prossimo appuntamento sarà il 17 settembre sempre dalle 9 alle 10, e il museo si sta impegnando, oggi più che mai, per poter tornare a una programmazione quanto più completa delle tante attività gratuite destinate ai suoi visitatori, sia dentro che fuori gli spazi museali, sospese sia per motivi legati alla sicurezza anti Covid-19 sia, in parte, per la necessità di fonti economiche che possano garantirne la continua gratuità al pubblico, dai bambini alle famiglie, ai non vedenti, ai giovani, agli over 75.

La generosa accoglienza finora dimostrata da chi ha risposto all’appello a sostegno della collezione ha permesso di costruire giorno dopo giorno la riapertura post lockdown e continua a trasmetterci segnali di forte ottimismo e positività per il futuro. Ogni contributo, anche il più piccolo, è oggi fondamentale affinché il museo torni a essere quel luogo libero e accessibile, di dialogo e scambio che il pubblico da sempre ama. Per donare basta un clic > https://www.guggenheim-venice.it/it/sostienici/dona-ora/

Infine, per chi desiderasse visitare la Collezione fuori dal consueto orario di apertura, dal mercoledì al lunedì, dalle 9 alle 10, è possibile prenotare una visita guidata con un operatore didattico del museo. Per informazioni e prenotazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..