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 Nicolas Party, Rocks, 2014, Pastello morbido su tela, 150 x 180 cm. Collezione Donald Porteous. Foto: Michael Wolchover © Nicolas Party

 

Nicolas Party "Rovine" al Masi di Lugano

Un progetto a cura di cura di Tobia Bezzola e Francesca Bernasconi. 

Dal 27 giugno 2021 al 9 gennaio 2022 il Museo d'arte della Svizzera italiana presenta “Rovine”, un progetto a cura di cura di Tobia Bezzola e Francesca Bernasconi. La prima grande mostra monografica di Nicolas Party (Losanna, 1980) allestita in un museo europeo. Con questo progetto immersivo l’artista ha dato vita a un universo straniante, contraddistinto da audaci contrasti cromatici, avvolgenti forme architettoniche e inaspettate decorazioni trompe l’œil, all’interno del quale sono messe in scena le sue magnetiche opere: ampi dipinti murali site-specific, intriganti sculture policrome e luminosi dipinti a pastello.

Questo ambizioso progetto espositivo è stato concepito dall’artista espressamente in relazione alla struttura della grande sala espositiva situata al piano interrato del MASI, nella sede del centro culturale LAC, dove è sorta un’imponente architettura a pianta centrale, articolata in cinque ambienti distinti dedicati ad altrettanti temi ricorrenti nell’opera di Nicolas Party: la natura morta, il ritratto, le vedute rocciose, le grotte e il paesaggio.

 

 


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Gli Amici del Centro Giacometti presentano "I volti di Soshana e Giacometti  Memoria, Assenza, Trauma"

Più di trenta opere tra disegni e dipinti celebrano, negli spazi di un’avita casa Giacometti prospiciente l’atelier del celebre scultore svizzero, l’opera della pittrice austriaca Soshana e l’amicizia tra i due artisti.

La mostra vibile dal 4 luglio fino al 29 agosto 2021 inaugurerà sabato 3 luglio, ore 15.00 presso il Centro Giacometti Strada cantonale 119, Stampa (Cantone Grigioni, Svizzera)

Soshana – artista dalla vita intensa e drammatica, nata a Vienna nel 1927 con il nome di Susanne Schüller, emigrata in America in seguito alle leggi razziali naziste – utilizza per la prima volta il suo nome d’arte nel 1948 per una mostra al Círculo de Bellas Artes dell'Avana. A Parigi, negli anni Cinquanta, usa come studio gli spazi che furono di Derain e Gauguin; conosce artisti come Brâncusi, Calder, Chagall, Ernst, Klein, Picasso, intellettuali come Sartre, e naturalmente Giacometti, con cui nasce una profonda amicizia

A quest’artista esule e donna pittrice libera, che la stampa parigina definiva “Cassandra della tela”, il Centro Giacometti di Stampa dedica dal 4 luglio al 29 agosto 2021 la mostra I volti di Soshana e Giacometti, a cura di Virginia Marano (Università di Zurigo), con allestimento dello Studio Alder Clavuot Nunzi Architekten GmbH ETH SIA (Soglio, Svizzera): attraverso 9 opere su carta, 27 tele – tra cui un celebre ritratto dell’artista svizzero, intitolato Giacometti (1962) – e parte dell’epistolario tra Giacometti e Soshana, provenienti dalla collezione di Amos Schueller, figlio dell’artista, la mostra restituisce non soltanto la poetica della pittrice ma anche la storia di un’amicizia.

Le opere esposte indagano il rapporto tra spazio, storia, genere e sessualità in cui il legame con l’opera di Giacometti si manifesta nello studio figurativo inserito in uno spazio immaginario.

Una galleria di ritratti, volti, figure sottili che si appoggiano a tende scure o si proiettano su sfondi dorati, e si possono dividere in tre gruppi. Il primo, che comprende il ritratto di Isaku Yanaihara– filosofo giapponese di riferimento per Giacometti– rappresenta una riflessione sul ruolo della memoria; il secondo, in cui i volti ritratti richiamano il profilo dello scultore e sottolineano l’incontro tra i due artisti, riguarda il mistero dell’assenza; il terzo è dedicato al trauma della guerra, in cui entra prepotente il continuo esilio vissuto dall’artista in quanto ebrea.

Nel documentare e testimoniare il rapporto esistenziale tra i due artisti, ancora per molti versi poco approfondito, I volti di Soshana e Giacometti racconta la loro comune ricerca dell’assoluto inteso non come perfezione artistica, ma come possibilità di rendere il visibile, da un punto di vista artistico.

La mostra I volti di Soshana e Giacometti, a cura di Virginia Marano (Università di Zurigo), è organizzata dagli Amici del Centro Giacometti (Stampa), con prestiti di Amos Schueller (Vienna). L’allestimento è a cura dello Studio Alder Clavuot Nunzi Architekten GmbH ETH SIA (Soglio, Svizzera). La mostra si avvale del sostegno del Comune di Bregaglia, degli Amici del Centro Giacometti, della Fondazione Centro Giacometti, dell’Ufficio della cultura dei Grigioni / Swisslos, della Regione Maloja.

Soshana (Susanne Schüller) nasce a Vienna nel 1927 da Margarete Schüller, scultrice che non riesce a perseguire la carriera artistica. Nel 1938 gli Schüller, ebrei, sono costretti a partire per gli Stati Uniti. Soshana frequenta la Washington Irving High School e qui incontra il pittore Beys Afroyim, con cui si sposa e ha un figlio, Amos. Nel 1952 si trasferisce a Parigi dove frequenta l’ambiente artistico e conosce Bazaine, Brâncusi, Calder, Chagall, Ernst, Klein, Kupka, Picasso, Sartre, Zadkine e naturalmente Giacometti, con cui nasce una profonda amicizia. Nel 1953 incontra il gallerista svizzero Max G. Bollag che diviene un importante promotore della sua opera. Espone nella parigina Galleria André Weil, al Salon d'Automne, nel Salon des Réalités Nouvelles e al Salon de Mai, dove incontra Pablo Picasso. Nel 1957 è invitata dal Ministero della Cultura cinese a esporre al Palazzo Imperiale di Pechino. Nel 1959 visita e ritrae Albert Schweitzer in Gabon. Nello stesso anno avvia un sodalizio con il pittore italiano Pinot Gallizio e si avvicina al collettivo d'arte CoBrA, situandosi nel contesto dell’arte informale e astratta, influenzata da un forte interesse per la calligrafia giapponese e cinese. Compie numerosi viaggi in Messico, Caraibi, Thailandia, Bali, Australia, India, Nepal, Afghanistan e Iraq. Nel 1972 si trasferisce prima in Israele e poi a New York. Negli anni Ottanta ritorna a Vienna, dove riceve premi come il Merit Award, il Gold of the Province of Vienna e la Croce austriaca d'onore per la scienza e l'arte. Qui si spegne nel 2009.

Il Centro Giacometti, gestito dall’omonima Fondazione, è un luogo culturale di informazione e documentazione sull’attività della famiglia di artisti Giacometti nella Val Bregaglia svizzera dei Grigioni. Allo stesso tempo il Centro organizza mostre di qualità e alto pregio didattico, ed elabora percorsi tematici. In questo modo la Fondazione sostiene un approccio di conoscenza alla vita e alle opere delle personalità della famiglia Giacometti volto all’approfondimento e all’interdisciplinarietà. La Fondazione ne promuove una lettura in relazione alla Val Bregaglia, contribuisce a far apprezzare, documentare, ricercare, comunicare e conservare l’eredità lasciata dalla loro vita e dalle loro opere, perseguendo uno scambio culturale e di saperi a livello regionale, nazionale e internazionale. La Bregaglia, valle di lingua italiana nei Grigioni svizzeri, tra Lago di Como ed Engadina, è ricca di storia e bellezze naturali, con mille colori di prati e boschi stesi ai piedi dei grigi graniti di grandi montagne austere. Al fascino storico e naturale accompagna importanti tradizioni culturali che fra Otto e Novecento sono fiorite nella famiglia Giacometti, da Giovanni ed Augusto fino ad Alberto, Diego e Bruno.

Tutti questi artisti, con Alberto al vertice, hanno assorbito l'anima antica della valle e si sono prepotentemente affacciati sulla scena della modernità europea, incarnandovi il cammino dell'arte moderna. Oggi la Bregaglia offre al visitatore un quadro di segreta bellezza in cui natura, storia e cultura si compongono in una miscela straordinaria.

 

 

 


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PAV - Parco Arte Vivente presenta PAV_HERBARIUM Andrea Caretto / Raffaella Spagna

Nuova installazione di  che si aggiunge a Village Green, la collezione permanente delle opere presenti nel parco.

Giovedì 24 giugno 2021, alle ore 18, il PAV Parco Arte Vivente presenta PAV_Herbarium, nuova installazione di  che si aggiunge a Village Green, la collezione permanente delle opere presenti nel parco.

L’installazione si configura come uno spazio creato ad hoc per catalogare e conservare le specie botaniche raccolte attraverso pratiche collettive condotte dagli artisti sin dall’avvio del progetto PAV e, da allora, sempre in continuo aggiornamento.

Il processo di catalogazione delle piante pioniere avviato con Colonizzazione 01, azione collettiva di vita e lavoro in uno spazio interstiziale (2006), prosegue in ordine cronologico con Back&Forward_Colonizzazione 02, azione collettiva di vita e lavoro in uno spazio di resistenza (2013), entrambi workshop condotti dagli artisti. Per creare, lungo il tempo, una selezione ragionata dei materiali costitutivi dell’erbario, la raccolta delle varietà botaniche continua, sempre in forma di workshop partecipativi condotti da Caretto e Spagna, con altre tappe importanti. Come la realizzazione dell’installazione Libera Scuola del Giardino - nata nel 2015 con la partecipazione di myvillages/Wapke Feenstra - un orto-giardino dove vengono coltivate erbe officinali e aromatiche da trasformare in preparati e multipli d’arte numerati, e ancora con Epiderma (2016) ed Herbarium (2018), ennesime azioni collettive di raccolta delle specie vegetali presenti nel parco.

All’interno dello spazio dedicato a Pav_Herbarium il pubblico del PAV potrà avere accesso a 50 campioni vegetali selezionati fra le numerose specie di piante spontanee presenti nel parco, insieme a libri in consultazione ed una collezione di materiali naturali, oggetti e piccole sculture. Oltre alle specie esposte, l’installazione comprende anche un erbario digitale per approfondire in modo esaustivo la conoscenza delle specie sin qui catalogate.

La raccolta di piante, pressate ed essiccate, è organizzata rispettando i metodi di classificazione ed i codici classici della nomenclatura botanica. Ogni specie è identificata attraverso il suo nome scientifico latino. Ma è sufficiente sapere il nome di una pianta per poter dire di conoscerla? L’atto di nominazione è un modo per discernere e conferire identità all’Altro vegetale, ma di per sé non è sufficiente ad abbracciare la complessità del mondo delle piante.

Una galassia di significati trasversali espande la rigida griglia classificatoria dell’erbario a comprendere informazioni che rinviano a somiglianze formali ed associazioni analogiche, ma anche a simbiosi mutualistiche con altre specie, usi etnobotanici, ecc.; conoscenze che si depositeranno nel tempo sui fogli delle 50 tavole botaniche e nell’archivio digitale, attraverso un processo collettivo di costruzione di conoscenza che arricchirà nel tempo i contenuti dell’installazione.

La sua struttura è concepita come un organismo in crescita e trasformazione, predisposta per accogliere attività laboratoriali e formative, ma anche piccole esposizioni temporanee di altri artisti la cui ricerca interseca l’esplorazione del mondo vegetale.

L’ambiente dello spazio espositivo è stato predisposto dall’architetto Emanuele Cavallo, che ha applicato un isolante termico in canna palustre e rivestito le superfici con un intonaco in terra cruda al fine di creare il microclima adatto alla conservazione dei campioni naturali.

L’opera è un’importate formalizzazione della ricerca storica e naturalistica messa in atto dal PAV, con l’intento di diventare parte del patrimonio comune della collettività, oggetto di studio e approfondimento continuo.

L’installazione Pav_Herbarium è realizzata con il supporto del Ministero della Transizione Ecologica e Solidale francese, nell’ambito del progetto The Table and the Territory – food, sustainability and art projects in Europe co-finanziato dal programma Europa Creativa dell’Unione Europea.

 

 


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Simone Forti "Senza fretta" al Centro Pecci

Artista internazionale, figura chiave nello sviluppo della performance dalla fine degli anni Cinquanta a oggi.

Artista internazionale, figura chiave nello sviluppo della performance dalla fine degli anni Cinquanta a oggi, Simone Forti emigrò a Los Angeles, con la sua famiglia originaria di Prato, nel 1938. A lei e alla sua opera seminale, dal 19 giugno al 29 agosto 2021 il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci dedica la prima grande mostra in un museo italiano: Senza fretta a cura di Luca Lo Pinto ed Elena Magini. Senza fretta è stata concepita come un grande paesaggio, con uno speciale display progettato in stretta collaborazione con l’artista che mostra l'evoluzione naturale del suo lavoro con uno sguardo politico e personale al tempo stesso.

A partire dagli anni Sessanta Simone Forti ha portato avanti un lavoro pionieristico e sperimentale, che si fonda sull’esperienza del corpo come mezzo di conoscenza. La sua opera si è declinata attraverso una vasta gamma di media diversi, dalla pittura al disegno, dal video al suono, tuttavia l’espressione fisica praticata attraverso la danza, e in particolare la capacità di improvvisazione del corpo, costituisce la chiave fondamentale del suo lavoro.

Sponsor tecnico: EPSON

Si ringrazia Margaritelli Spa - Listone Giordano, Tessilfibre Spa, Fil.pa 1974 Snc per il contributo art bonus. 

 

 


 Milton H. Greene Elizabeth Margot Collection

 © Milton H. Greene / Elizabeth Margot Collection

 

SUMMER JAMBOREE e SENIGALLIA CITTÀ DELLA FOTOGRAFIA  presentano la mostra fotografica Women di Milton H. Greene

La mostra presenta una vasta gamma di foto, tra cui preziosi scatti a Marilyn Monroe, polaroid originali, provini e documenti che raccontano l’originale lavoro di uno dei fotografi più celebrati al mondo.

In occasione della XXI edizione del Summer Jamboree, che si terrà a Senigallia dal 30 luglio all’8 agosto, Palazzetto Baviera ospita la mostra fotografica Women di Milton H. Greene. L’esposizione in programma dal 17 giugno al 26 settembre 2021, che rientra nel palinsesto di Senigallia Città della Fotografia, presenta una vasta gamma di foto, tra cui preziosi scatti a Marilyn Monroe, polaroid originali, provini e documenti che raccontano l’originale lavoro di uno dei fotografi più celebrati al mondo. Il Summer Jamboree, il Festival Internazionale di musica e cultura dell’America anni ’40 e ’50 che da anni anima la città di Senigallia con grandi concerti, record hop diffusi tra centro storico e lungomare e un’atmosfera vintage contagiosa, si rinnova anche quest’anno per la sua XXI edizione in programma dal 30 luglio all’8 agosto. Il ricco palinsesto di eventi prevede nuove modalità di accesso, con ingressi contingentati e posti a sedere limitati in modo da poter assicurare le condizioni di massima sicurezza per tutti, ma non sarà per questo meno coinvolgente anzi, lo spirito del Festival come momento di incontro, gioia e condivisione rimarrà invariato, lanciando un messaggio di speranza e fiducia nel futuro dopo il periodo buio appena trascorso.

Evento di punta della manifestazione è la mostra fotografica di Milton H. Greene “Women, prodotta da diChroma photography e curata da Anne Morin. Allestita a Palazzetto Baviera fino al prossimo settembre, accompagnerà tutta l’estate senigalliese, sottolineando così la sinergia tra Summer Jamboree e Senigallia Città della Fotografia”.

L’esposizione comprende una vasta gamma di foto, tra cui preziosi scatti a Marilyn Monroe e altre celebrities come Audrey Hepburn, Marlene Dietrich, Geraldine Chaplin, Kim Novak, Shirley MacLaine, Lucía Bosé, Susan Sarandon, ma anche attori come Cary Grant e Sir Lawrence Olivier. Si potranno inoltre ammirare polaroid originali, provini e documenti che raccontano dall’interno il processo di lavoro seguito da Milton Greene. In questi materiali, l’artista rivela infatti il modo particolarissimo con cui colloca il soggetto all’interno del mirino della sua Rolleiflex, avvicinandosi, cambiando la distanza tra loro, giocando con la luce e lo spazio per dare visibilità al soggetto reale dell’immagine. Si scopre così il modo in cui Milton Greene costruisce un linguaggio e una retorica specifici, utilizzando il proprio vocabolario e i suoi continui aggiustamenti per raggiungere il perfetto equilibrio dei suoi scatti.

Attivo per oltre quattro decenni nel mondo della fotografia e della produzione cinematografica statunitense, con numerosi riconoscimenti, medaglie, premi nazionali e internazionali ottenuti, Milton Greene è uno dei fotografi più celebrati al mondo. Nato a New York nel 1922, ha iniziato a fotografare all'età di 14 anni e a soli 23 anni è già definito il “Wonder Boy della fotografia a colori”. Negli anni Cinquanta e Sessanta la maggior parte dei suoi lavori sono apparsi sulle principali testate nazionali tra cui Life, Look, Harper’s Bazaar, Town & Country e Vogue. Oggi gli viene riconosciuto il merito di aver portato, insieme ad altri eminenti fotografi come Richard Avedon, Cecil Beaton, Irving Penn e Norman Parkinson, la fotografia di moda nel regno delle belle arti, ma sono soprattutto i suoi straordinari ritratti di artisti, musicisti e celebrità televisive e teatrali ad essere diventati leggendari.

Ma sono sicuramente le foto scattate a Marilyn Monroe a essere maggiormente ricordate. Il fortunato incontro con l’attrice ebbe luogo nel 1953, grazie ad un incarico affidato a Greene per conto di Look Magazine. I due divennero presto amici intimi e nel 1956 formarono la loro compagnia, la Marilyn Monroe Productions, che produsse “Bus Stop” e “The Prince and the Showgirl”. Prima di sposare Arthur Miller nel giugno del 1956, Greene ha fotografato Marilyn Monroe in innumerevoli sessioni, scattandole alcune delle sue fotografie più belle ed iconiche, che ne colgono appieno gli stati d’animo, la bellezza, il talento e lo spirito.

La sua straordinaria abilità di regista, infatti, gli permetteva di catturare le qualità che meglio rappresentavano la persona reale, rendendo ciascuna delle sue immagini una dichiarazione eloquente e unica del soggetto ritratto e convertendo così la sua particolare visione in arte fotografica. Non a caso Marilyn affidò a Greene la sua autobiografia, chiamata semplicemente “La mia storia".

Per questo il lavoro di Milton H. Greene, come dimostrano gli scatti in mostra, continuerà a essere considerato rappresentativo di un’era, certo forse ormai finita, ma che si rifletterà sempre invariata nelle sue immagini iconiche.