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ARRIVA ALLE OGR “NEW URBAN BODY”: UN “VIAGGIO” TRA I CORPI URBANI CHE HANNO CAMBIATO LE CITTÀ

Il progetto propone una selezione d’interventi realizzati in tutto il mondo che raccontano l’attuale evoluzione e impatto dei modi di abitare, lavorare, incontrarsi e fruire dei servizi.

Prende il via il 10 gennaio, alle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino, grazie al contributo di Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT e Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, la mostra NUB: New Urban Body - Esperienze di generazione urbana, un progetto curato dalla Fondazione Housing Sociale.


Fino al 9 febbraio, il progetto propone una selezione d’interventi realizzati in tutto il mondo che raccontano l’attuale evoluzione e impatto dei modi di abitare, lavorare, incontrarsi e fruire dei servizi: un “viaggio” tra i New Urban Bodies, organismi urbani multifunzionali in grado di rispondere in modo flessibile e adattivo all’esigenze di ognuno. Il progetto di allestimento e lo sviluppo degli apparati multimediali e degli applicativi digitali sono stati realizzati da ETT S.p.A.


I new urban bodies che hanno trasformato Torino, e che sono stati selezionati per la mostra, sono le OGR, Cascina Fossata, Sharing Torino, Open Incet, Luoghi Comuni San Salvario, Luoghi Comuni Porta Palazzo, Nuvola Lavazza, Beeozanam, Vivo al Venti, Distretto Sociale Barolo. Storie di cambiamento del nostro territorio che in mostra trovano spazio accanto a numerosi altri progetti nazionali e internazionali raccolti in quattro sezioni tematiche.


“La trasformazione degli stili di vita corrisponde a un diverso modo di utilizzare gli spazi: sono cambiati i posti dove le persone lavorano e i modi in cui le famiglie si organizzano all’interno di un’articolata trama che coinvolge reti di quartiere e parentali, luoghi pubblici e privati. Gli organismi urbani multifunzionali che rispondono a queste nuove esigenze e che si stanno naturalmente diffondendo nelle nostre città rappresentano una grande occasione per lo sviluppo urbano: sono abitati da persone molto diverse tra loro, utilizzati quasi in tutte le ore e animati da un’ampia gamma di attività che vanno dal lavorare all’abitare, all’incontrarsi e al divertirsi.- sottolinea Alberto Anfossi, Segretario Generale della Compagnia di San Paolo - La mostra NUB, nelle sue tappe precedenti e in quest’ultima torinese vuole proprio “raccontare” le nuove opportunità per lo sviluppo e la riqualificazione  urbana, su cui la Compagnia di San Paolo investe da diversi anni”.


“Le OGR costituiscono un luogo molto adatto ad ospitare la tappa finale di una mostra che racconta il percorso di trasformazione dei nuovi corpi urbani: sono infatti per loro natura l’emblema della contaminazione tra architettura, innovazione dei contenuti e dei nuovi modi di vivere e interpretare lo spazio urbano – afferma Massimo Lapucci, Segretario Generale di Fondazione CRT e Presidente European Foundation Centre –. Si tratta peraltro di temi che vedono molto attivamente impegnati sia sul territorio Fondazione Sviluppo e Crescita CRT sia, a livello europeo, lo European Foundation Centre, a sostegno del coinvolgimento della filantropia nazionale ed europea sul tema della sostenibilità del pianeta e della connessa innovazione tecnologica applicata”. 


“Il percorso della mostra ha attraversato l’Italia, portando a Torino un bagaglio che si è arricchito ad ogni tappa e di cui intendiamo fare tesoro – dichiara Cristina Giovando, Presidente della Fondazione Sviluppo e Crescita CRT – La Fondazione Sviluppo e Crescita CRT è dalla sua nascita impegnata costantemente sul tema della rigenerazione urbana, sia per il considerevole investimento nel social real estate, che per l’importanza dell’impatto che i luoghi hanno sulla qualità della vita delle persone, sull’inclusione e lo sviluppo economico e culturale, oltre che per incrementare le capacità di resilienza, soprattutto fra le fasce fragili della popolazione”.


“Questa esperienza si è aperta a Milano e si chiude a Torino: sono l’inizio e la fine di un percorso espositivo che ribadisce la stretta collaborazione tra le Fondazioni di origine bancaria di queste due città nell’ambito della rigenerazione urbana – ribadisce Sergio Urbani, Segretario Generale di Fondazione Cariplo - Il programma LaCittàIntorno di Fondazione Cariplo, diretto da Cristina Chiavarino, ha infatti promosso la mostra all’interno di un più vasto intervento di valorizzazione, che mette al centro i quartieri periferici di Milano,  stimolando le risorse locali e rafforzando la loro identità. La mostra itinerante è uno strumento importante per creare cultura attorno a questi temi”.


Come si sono trasformati i modi di vivere le città e come li racconta la mostra?


Se pensiamo ai diversi luoghi nei quali ci capita di lavorare e di produrre – in ufficio, a casa, in un caffè; ospiti nell’ufficio di altri tra una riunione e l’altra – o se osserviamo come si organizzano i tempi della famiglia all’interno di un’articolata trama che coinvolge network di quartiere, network parentali, luoghi pubblici e privati (socialstreet, case di quartiere, scuole, community hub) ci rendiamo conto che a questi stili di vita corrisponde un modo diverso di fruire gli spazi e di organizzare il tempo.


Divisa in quattro sezioni - abitare, lavorare, fare e partecipare e appartenere – la mostra è concepita come un’esperienza ludica che prevede un percorso interattivo guidato, che consente al visitatore, da un lato, di comprendere in modo diretto e divertente i temi affrontati e, dall’altro, di confrontarsi con l’ideazione di un proprio personale New Urban Body. I “giocatori” si potranno confrontare con le diverse tipologie di corpi urbani, dovranno immaginare i partner da coinvolgere, cimentarsi con la definizione del rendimento socio-economico dell’iniziativa, affrontare imprevisti e limiti, con l’obiettivo di garantire l’equilibrio sociale ed economico del proprio progetto.
 
NUB è una mostra itinerante: è partita dalla Triennale di Milano nel 2017, è passata da Roma, da Genova, da Manifesta a Palermo ed approderà a Torino come tappa conclusiva. Ad ogni tappa la mostra si è arricchita di nuovi contributi strettamente legati al contesto nel quale si trova. La tappa torinese ha una particolare importanza perché corona, nei prestigiosi spazi delle OGR, un percorso che non è mai stato di mero trasferimento della mostra da una città all’altra.
 
La mostra si è infatti rivelata un efficace strumento per innescare una discussione con le Amministrazioni pubbliche e con i principali player territoriali sulle attuali ed effettive modalità di costruzione della città. È possibile “fare città” attraverso un progetto che sia ibrido, plurale, fluido e adattivo? Chi sono i nuovi attivatori dei processi urbani? Come si innesca la filiera del progetto urbano? Come progettare questi spazi?
Di questo si discuterà durante gli eventi collaterali della mostra torinese.
 
Questa esperienza si è dunque aperta a Milano e si chiude a Torino: sono l’inizio e la fine di un percorso che vede la stretta collaborazione tra le Fondazioni di origine bancaria di queste due città le quali hanno promosso e sostenuto la mostra - Compagnia San Paolo, Fondazione CRT, Fondazione Sviluppo e Crescita CRT e Fondazione Cariplo con il programma Lacittàintorno - al fianco di numerosi altri partner, primo tra tutti CDP Investimenti SGR (Gruppo Cassa depositi e prestiti).

 

 Danièle Lorenzi Scotto Rosy olio su tela 116X89

 

IL COLORE DEI MIEI GIORNI - I dipinti di Danièle Lorenzi Scotto

Gli oltre 70 dipinti esposti ripercorreranno l’intera avventura umana e creativa di quest’artista che prende avvio alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso proprio a Firenze. 

Fino al 26 gennaio 2020 Palazzo Medici Riccardi ospita nelle Sale Fabiani Il colore dei miei giorni, la personale dedicata all’opera di Danièle Lorenzi Scotto, organizzata grazie al supporto del Swiss Lab for Culture Projects, a cura di Claudio Strinati e con il contributo di Cristina Acidini.

Gli oltre 70 dipinti esposti ripercorreranno, soprattutto attraverso ritratti, l’intera avventura umana e creativa di quest’artista di origini italiane, che si lega alle vicende culturali e artistiche del secondo Novecento, prendendo avvio alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso proprio a Firenze. Qui “la sua sensibilità e il suo amore per le arti della grande tradizione italiana”, ha evidenziato Cristina Acidini, presidente dell’Accademia delle arti del disegno di Firenze, “l’hanno portata a studiare negli anni Cinquanta”, sotto la guida di Primo Conti. Ed è a questa città, a cui Danièle deve molto, che la mostra intende tributare un debito di riconoscenza.

L’intima connessione, sentimentale e artistica, del sodalizio che l’ha legata a Jean, il compagno di una vita, è essenziale per cogliere la cifra stilistica di quest’artista che, a torto, non ha avuto finora il privilegio di un’esposizione che offrisse l’opportunità di conoscere e apprezzare a pieno il suo lavoro. Alla declinazione armonica del fauvismo Danièle ha affiancato una ricca serie di altre suggestioni, provenienti da reminiscenze dell’arte italiana e da continui incontri ravvicinati con la grande pittura francese. La schiettezza cromatica violenta di Derin, le geometrie spigolose di Friesz sono all’origine del suo post-fauvismo. L’umanità caricata e quasi grottesca di Vlaminick affiora da certi suoi ritratti. Ma è al meraviglioso mondo di Matisse, con la sua carica solare, che va riconosciuto il contributo più significativo nel plasmare la sua vasta cultura artistica. I suoi quadri sembrano quasi prendere vita: i volti squadrano lo spettatore anche quando l’artista si sottrae al figurativo abbracciando il rigore della geometria.

Correda l’esposizione un docu-film con la regia di Federico Strinati che ripercorre tappe della carriera dell’artista, delineando una parabola introspettiva e silenziosa: il lavoro di Danièle si dipana nel corso di una lunga e operosa esistenza, rivendicando uno spazio, non clamoroso e prepotente, ma animato da intensa passione, cospicua creatività ed eletta competenza tecnica, da cui scaturisce l’immagine di un’artista di grande dignità espressiva.

 

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I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970 al Madre di Napoli

Il Madre celebra Marcello Rumma, intellettuale e pionieristico imprenditore culturale, punto di riferimento per la nascita di un sistema culturale in Campania. 

Il Madre celebra Marcello Rumma, intellettuale e pionieristico imprenditore culturale, punto di riferimento per la nascita di un sistema culturale in Campania.  

Più di 80 opere d’arte contemporanea italiana e internazionale e 150 tra fotografie, lettere e documenti raccontano la storia, i progetti e la ricerca di una figura centrale nel dibattito culturale tra gli anni Sessanta e Settanta. La mostra è a cura di Gabriele Guercio con Andrea Viliani.
 
Promotore di progetti culturali, imprenditore, collezionista, editore: Marcello Rumma (Salerno 1942 – 1970) è stato una figura centrale nel dibattito culturale italiano e internazionale tra gli anni Sessanta e Settanta; la sua fu un’esperienza capace, attraverso inediti incroci tra discipline, di mettere in atto una vera e propria “imprenditoria culturale” nel Mezzogiorno. 

A lui e alla sua poliedrica e rigorosa attività, dal 15 dicembre 2019 al 13 aprile 2020, il Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina dedica la mostra I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970, organizzata in stretta collaborazione con l’Archivio Lia Incutti Rumma e curata da Gabriele Guercio con Andrea Viliani.
 
La mostra, realizzata con Fondi POC (PROGRAMMA OPERATIVO COMPLEMENTARE) Regione Campania 2014-2020, è anche il risultato di un programma culturale nato da un anno di ricerca e studio sugli archivi e la digitalizzazione svolto dalla Regione Campania in collaborazione con la Fondazione Donnaregina – Contesto 1_MADREscenza2020, progetto ARCCA-ARchitettura della Conoscenza CAmpana – e che comprende anche un convegno in partnership con l’Università degli Studi di Salerno e un secondo progetto espositivo che inaugurerà a marzo negli Arsenali di Amalfi.
La Presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Laura Valente dichiara: “dal primo giorno della mia presidenza al Madre ho voluto fortemente cominciare a lavorare perché la Fondazione avesse finalmente un archivio. A distanza di poco più di un anno possiamo dire che è stata conclusa la prima fase di raccolta documentale e catalogazione propedeutica alla costituzione di un Archivio Digitale del Madre anche grazie al più ampio respiro del Progetto ARCCA, in cui rientra il nostro ‘MADREscenza2020 – Fondazione Donnaregina per gli Archivi del Contemporaneo in Regione Campania’. Una piattaforma -  che comprende gli archivi Incutti Rumma, Amelio-Santamaria, Vergiani, Menna, Morra, Morra Greco, Museo del ‘900 di Castel Sant’Elmo oltre naturalmente a quello del Madre - finalizzata alla documentazione delle attività svolte dal museo in un’ottica di valorizzazione del sistema culturale dell’arte in Campania ed al contempo di divulgazione delle stesse attraverso un ambiente digitale che permetterà nuove forme di fruizione online del patrimonio storico e artistico del museo”.
 
Da Mario Schifano a Andy Warhol, da Roy Lichtenstein a Piero Dorazio e Enrico Castellani, e ancora Richard Long, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Aldo Mondino, Giulio Paolini, Pino Pascali, ma anche critici, poeti, filosofi: in soli sei anni di attività (1965 – 1970) Marcello Rumma sviluppò relazioni con le più importanti figure del panorama internazionale dell’arte, che contribuirono a dare corpo alla sua ricerca pionieristica, che in così poco tempo fu capace di ridisegnare la fisionomia di un intero territorio, riconfigurandolo come laboratorio intellettuale.
 
I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970, la prima retrospettiva dedicata a questa figura di straordinario intellettuale, non vuole essere una rievocazione o una celebrazione, ma si propone di ripensare criticamente gli effetti della sua storia per aprire nuovi scenari di ricerca e possibili esperienze.
L’esposizione comprende opere provenienti dalla sua collezione privata, ma anche una selezione di quelli che furono pilastri centrali delle mostre da lui organizzate e sostenute: un panorama ricchissimo con più di 80 lavori di autori come Pino Pascali, Piero Gilardi, Alighiero Boetti, Andy Warhol, Luciano Fabro, Mario e Marisa Merz, Frank Stella, Richard Long, Jan Albers, Jannis Kounellis e molti altri. Le opere degli artisti si alternano a una selezione di più di 150 documenti, molti dei quali inediti: corrispondenze originali con artisti e curatori, schizzi di progetti, cartoline di invito, brochure, manifesti, comunicati, cataloghi, libri d’artista evocativi del metodo di lavoro di questo poliedrico e rigoroso intellettuale prematuramente scomparso. 
 
I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970 ci offre, sullo sfondo di un clima culturale esteso e connesso, un ritratto indiretto dell’intellettuale a partire dall’unico dato incontrovertibile: i pochi anni della sua attività.
In questo modo, come in un teatro della memoria che richiama la struttura di un archivio espanso, undici sezioni rievocano i sei anni dell'attività pubblica di Rumma, delineando gli stimoli che hanno fornito alla ricerca artistica e alla riflessione intellettuale a venire. 
 
LA MOSTRA
Il percorso espositivo si apre con la sezione PUNTI DI ORIGINE che cerca di tracciare una identità in nuce di Marcello Rumma e di evidenziare anche come i molti punti oscuri possano costituire uno stimolo a nuovi approfondimenti; in questo senso anche UNA DIDATTICA APERTA, area dedicata all’esperienza educativa nel Collegio Arturo Colautti di Salerno, evidenzia come Rumma fosse interessato a una “didattica di dialogo”, a progetti culturali coinvolgenti a tutti i livelli.
La sezione PARCO PERSICHETTI racconta invece la genesi della collezione di Marcello e Lia Rumma e la sua evoluzione parallela agli interessi rivelati nelle scelte espositive dell’intellettuale: da opere di Sironi e Guttuso, si passa presto all’acquisto di opere di Twombly, Fontana, Manzoni, Merz, Boetti e molti altri, nella direzione della avanguardia più sperimentale.

REINVENZIONE DEI LUOGHI (AMALFI, 1966) è la parte dedicata alla prima edizione delle Rassegne Internazionali di Arti Figurative di Amalfi, espressione diretta di come – in assenza di una promozione del contemporaneo da parte delle istituzioni – artisti, curatori e imprenditori culturali abbiano messo a punto un nuovo modus operandi. Queste esperienze, in luoghi reinventati, con artisti di assoluta avanguardia, sono parte di una stagione straordinaria che vede progetti simili, da Amore Mio a Montepulciano (1970) a Contemporanea a Roma (1973), svilupparsi in tutta Italia.

La sezione INCONTRI, SCOPERTE, PRESE DI COSCIENZA descrive una nuova generazione di galleristi, curatori, collezionisti con cui Marcello Rumma entra in contatto. Da Lucio Amelio a Napoli a Fabio Sargentini a Roma, dalle prime mostre dell’Arte Povera alla Galleria De Foscherari di Bologna a Gian Enzo Sperone a Torino, passando anche per la fondamentale esperienza di promozione dell’arte americana svolta da Ileana Sonnabend a Parigi, tutto questo fa da preparazione alle Rassegne di Amalfi. E infatti nel capitolo INTERROGATIVI SULL'OPERA (AMALFI, 1967), dedicato alla loro seconda edizione, viene messa in luce la grande vivacità culturale, e le esperienze di critica militante, come nel 1967 con il convegno curato dai giovani critici Renato Barilli e Maurizio Calvesi, che affiancavano le mostre.

In ARTE E CRITICA (RICOGNIZIONE CINQUE) si racconta l’esperienza di Rumma come Direttore Artistico dello spazio Einaudi 691 a Salerno, in cui vengono realizzate 5 mostre in 5 mesi curate rispettivamente da Maurizio Fagiolo, Renato Barilli, Germano Celant, Achille Bonito Oliva e Alberto Boatto. Ancora una volta è evidente la stretta relazione e il dialogo fortemente voluto tra arte e critica.
ALLA FRONTIERA (AMALFI, 1968) dedicata alla terza edizione della rassegna, descrive l’esperienza con Germano Celant, che Rumma invita a curare una mostra sull’Arte Povera: Arte Povera più Azioni Povere coinvolgerà non solo gli spazi degli Arsenali ma l’intera città, costituendo un prototipo di mostra - laboratorio e l’avvio di un percorso di internazionalizzazione del progetto.
L’arte diventa esperienza e azione politica, aspetto approfondito nella sezione ASSEMBLEA CONTINUA, che racconta nel dettaglio un’esperienza, quella dell’Arte Povera ad Amalfi, che all’epoca si pose come risposta costruttiva alla controversa Biennale del 1968; tre giorni di “Libera Repubblica dell’Arte” in cui si codificarono il rifiuto agli spazi espositivi classici, il rifiuto ai tempi tradizionali delle mostre (sostituiti da quelli effimeri delle azioni), e una tendenza all’autogestione.
Questo bisogno di novità viene evidenziato anche in INCLINAZIONI AL NUOVO, sezione della mostra che raccoglie l’esperienza editoriale di Rumma inaugurata nel 1968.

Nella parte finale del percorso espositivo, nella sezione UN'EDITORIA INTEGRALE, si approfondisce inoltre il carattere innovativo, grafico e curatoriale, della Rumma Editore e la sua volontà di proporre una “editoria minore dedicata alla ricerca”.
Chiude la mostra la sezione LA COMUNITÀ AVVENIRE, dedicata al progetto non realizzato per una nuova abitazione a Pontecagnano: poco prima della sua scomparsa Rumma individuò un’area dove costruire la sua nuova casa, che doveva diventare un luogo di pensiero e produzione culturale – con camere per ospiti, artisti e studiosi, sale di riunione e stanze per la collezione d’arte – uno spazio capace di integrare architettura e arte, di materializzare un’idea di comunità.
 
I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970 grazie al racconto dell’esperienza di un intellettuale straordinario, ci rivela infine come la “marginalità” geo-culturale campana abbia costituito più che un problema, un assoluto stimolo a sfuggire alla ricerca di facili consensi.
L’esempio di Marcello Rumma rivela ancora oggi come sia fondamentale armonizzare cultura e comunità, passato e presente non solo nel campo dell’arte, ma nella scuola e nella società tutta.

 

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 EMILIO VEDOVA a cura di Germano Celant a Palazzo Reale

Un'esposizione tra le più importanti mai dedicate a uno dei più autorevoli artisti del ‘900, promossa dal Comune di Milano Cultura, da Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.

A Palazzo Reale di Milano apre al pubblico dal 6 dicembre 2019 al 9 febbraio 2020 la mostra EMILIO VEDOVA. L’esposizione, curata da Germano Celant, tra le più importanti mai dedicate a uno dei più autorevoli artisti del ‘900, è promossa dal Comune di Milano Cultura, dal Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.

“Questa esposizione a Palazzo Reale di Milano - afferma Alfredo Bianchini, Presidente della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova - corona il lavoro della Fondazione per celebrare il centenario della nascita di Emilio Vedova, a partire dalla pubblicazione del prestigioso volume Vedova De America, edito da Skira, cui ha fatto seguito la mostra Emilio Vedova di/by Georg Baselitz, curata dal grande pittore tedesco nel Magazzino del Sale a Venezia. Altra tappa importante, la produzione del film Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio realizzato da Twin Studio per la regia di Tomaso Pessina, con la lettura dai diari del pittore da parte di Toni Servillo, che è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori”. Contestualmente, la Fondazione e Marsilio Editori hanno riproposto Pagine di diario, libro edito da Prestel Verlag nel 1960, nella stessa veste grafica voluta allora dal Maestro per la pubblicazione dei suoi scritti.

La mostra EMILIO VEDOVA nasce con un progetto e un allestimento che vedono la spettacolare Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale quale luogo espositivo ideale, proponendo una chiave insolita per documentare il linguaggio artistico del pittore. Presenta oltre ad opere che vanno dagli anni ʼ40 agli anni ʼ90, un intervento ambientale, progettato dallo studio Alvisi Kirimoto di Roma, che prevede la costruzione nella Sala delle Cariatidi di una parete lunga 30 metri e alta 5, circondata da una struttura luminosa indipendente che attraversa diagonalmente il salone, quasi provocandone la severità architettonica, in uno “scontro di situazioni”, come si sarebbe espresso Vedova. In questo contesto lacerato sono esposte, sia a muro che a pavimento, una sessantina di opere, alcune delle quali di imponenti dimensioni, tra cui il celebre ciclo Absurdes Berliner Tagebuch ʼ64 (1964).

L’allestimento progettato per presentare il percorso creativo di Vedova ha l’intento di lavorare sulla forte componente scenografica dell’ambiente per far emergere, nelle due parti contrapposte, gli aspetti innovativi e radicali del suo contributo linguistico alle vicende dell’arte moderna e contemporanea. Vale a dire porre a confronto i suoi lavori degli anni ʼ60, dipinti e sculture, come il ciclo dei Plurimi, con le grandi tele e i Dischi, installati a pavimento, degli anni ‘80/’90. In tale dialogo tra estremi si esplicita il valore fondamentale dell’opera di Vedova nel contesto dell’arte contemporanea internazionale.

A partire dagli anni ʼ50 il suo linguaggio rompe con la rigidità formale dell’astrazione arrivando a realizzare tele dal segno pittorico aperto e libero, drammatico e graffiante, connesso alla sua gestualità. Questo fare informe, intriso di materialismo, che rifiuta di lasciarsi assimilare a qualsiasi narrazione e figurazione che non sia quella dell’inconscio e della forza emotiva dell’artista, nel 1962 lo porta a spezzare anche la superficie del quadro con la serie dei Plurimi, articolazioni lignee coperte di stratificazioni cromatiche, realizzate a Berlino, che sembrano esemplificare il suo desiderio di sacrificio dell’arte a favore di un mutamento del contesto ambientale e sociale. Un discorso radicale che libera la sua pittura dall’omogeneità e che, in quel periodo, segnato dal mondo lineare, impersonale e riduttivo dell’arte minimale e concettuale, intende offrire un contributo estraneo ed estremamente soggettivo, basato su tensioni e strappi personali.

Gli anni ʼ70 conoscono da un lato l’irrigidimento delle strutture dei Plurimi, costretti ora a scorrere su rigidi binari, il ciclo Lacerazione ʼ77/ʼ78, Plurimi/Binari (1977-1978) appunto, quasi la ribellione estetica fosse incanalata e portata a ripiegarsi su se stessa e dall’altro la pulsione irrazionale dei ...Cosiddetti Carnevali.. ʼ77/ʼ83 (1977-1983) che si connettono all’aspetto dionisiaco e antirituale dell’arte. Dopo le collaborazioni con Luigi Nono per Intolleranza 1960 e per Prometeo. Tragedia dell’ascolto (1984) che gli aprono un territorio di scatenamento delle immagini in tutto lo spazio architettonico, è negli anni ’80 che si apre l'altra fondamentale stagione dell’arte di Vedova. Dopo una serie di grandi dipinti dal materismo cromatico assoluto, egli passa infatti alla costruzione dei Dischi, grandi dipinti in tondo che possono essere esposti come entità autonome su pavimento o a parete, quasi fossero attori capaci di danzare nello spazio o arrampicarsi sui muri, evidenziando la loro mobilità e intrusione architettonica.

L’itinerario biografico e professionale del grande pittore, nato a Venezia nel 1919 dove è scomparso nel 2006, sarà ricostruito nella Sala del Piccolo Lucernario che precede l’ingresso a quella delle Cariatidi. Qui una cronologia, composta da dati biografici, immagini e dichiarazioni poetiche, sarà accompagnata da una selezione di opere che copre il lungo arco della sua produzione artistica.

In occasione della mostra di Palazzo Reale, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova pubblicherà con Marsilio Editori una monografia, curata da Germano Celant, dedicata alla ricostruzione della vicenda artistica e biografica del pittore veneziano. Il libro mira a configurare un percorso completo delle diverse connotazioni linguistiche sperimentate dall’artista. La narrazione è arricchita da un ampio apparato iconografico: le opere, le fotografie personali e i testi di Vedova, corredati dai riferimenti al contesto storico e artistico.

L’esposizione è sostenuta da Generali Valore Cultura, il programma di Generali Italia per rendere l’arte e la cultura accessibili a un pubblico sempre più ampio.

 

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Inge Morath, Audrey Hepburn sul set di "Unforgiven", Messico, 1959. ©Fotohof archiv/Inge Morath/ Magnum Photos”

 

INGE MORATH La vita. La fotografia

La prima retrospettiva italiana di INGE MORATH, prima fotoreporter donna entrata a far parte della famosa agenzia fotografica Magnum Photos.

Dal 30 novembre al 19 gennaio 2020 al Museo di Roma in Trastevere la prima retrospettiva italiana di INGE MORATH (1923-2002), prima fotoreporter donna entrata a far parte della famosa agenzia fotografica Magnum Photos.

Nella lunga e intensa carriera di Inge Morath, non poteva mancare Roma, la Città Eterna. Quando nel 1954 si reca per la prima volta nella Capitale, la fotografa americana ha da poco iniziato a lavorare per l’agenzia Magnum. Ora Roma ospita nel Museo di Roma in Trastevere la sua retrospettiva italiana: INGE MORATH. La vita. La fotografia, aperta al pubblico dal 30 novembre al 19 gennaio 2020.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Marco Minuz, Brigitte Blüml – Kaindl, Kurt Kaindl. Organizzazione: Suazes, in collaborazione con Fotohof e Magnum photos, e con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Catalogo: Silvana editoriale.

L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card.

Il percorso espositivo si sviluppa in 12 sezioni che ripercorrono tutte le principali esperienze professionali e umane della Morath, attraverso circa 140 fotografie e decine di documenti originali. Compaiono anche immagini, realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e Yul Brinner, che ritraggono Inge Morath in diversi momenti della sua carriera.

Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Cresciuta in un ambiente colto e intellettuale, studia lingue romanze all’università di Berlino e ama viaggiare. Non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche. La meta del suo primo viaggio in Italia è Venezia. Proprio nella Laguna prende corpo la passione per la fotografia, quando Inge rivolge il suo obiettivo verso i luoghi meno frequentati e i quartieri popolari della città, cogliendo le persone nella loro quotidianità. Un soggiorno più lungo, nell’autunno 1955, è dedicato agli scatti per il volume illustrato “Venice Observed” della storica dell’arte Mary McCarthy.

A Roma, Inge ritorna invece nel 1960 per un lavoro su commissione: fotografare la bellissima attrice e modella Rosanna Schiaffino, che immortala all’interno della sua abitazione romana. Nei pochi anni che intercorrono tra i due momenti romani, Inge Morath si è ormai affermata. Il suo sviluppo è stato graduale. Dopo l’esordio come traduttrice e scrittrice in Austria, aveva iniziato a scattare nel 1952. L’anno successivo, grazie a Robert Capa, comincia a lavorare per Magnum Photos a Parigi.
Il suo primo importante reportage, datato 1953, è dedicato ai “Preti operai”. È di questi anni l’incontro con Henry Cartier-Bresson, con cui inizia un sodalizio decennale che ne segnerà l’esistenza. Proprio nel 1960, l’anno del ritratto di Rosanna Schiaffino, Inge accompagna infatti Cartier-Bresson a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. Qui scatta uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn quasi scomposta che sola, lontana dal set, prova dei passi di danza. Durante le riprese Inge conoscerà lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, che diventerà suo marito nel 1962.

Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue sono immagini che sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Riesce a fissare l’anima di grandi artisti – da Henri Moore, a Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso – e di scrittori come André Malraux, Doris Lessing, Philip Roth e celebrità come Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Immortala l’anima dei luoghi. Imperdibili le sue foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Cechov, degli studi di artisti permeate dallo spirito delle persone che vi avevano vissuto.

Inge Morath è stata, soprattutto, una viaggiatrice. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medio Oriente, Stati Uniti, Russia e Cina, tutti preparati con cura maniacale. La sua conoscenza di diverse lingue straniere le ha permesso di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente. Preparazione, conoscenza, empatia. Così può giungere al momento magico, quello della «chiusura dell’otturatore. Un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tende una mano verso un oggetto desiderato.»