Marocco: alla ricerca del tessuto più unico e più bello
 
 
 

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Marocco: alla ricerca del tessuto più unico e più bello 

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 Marrakech, 2000, foto Marcel Korolnik

 

Incontro con la collezionista Annette Korolnik, la cui collezione è esposta nella mostra "Fiori sul ciglio della strada. Tappeti e tessuti del Marocco" presso il MUSEC di Lugano fino al 10 gennaio 2021.

By Camilla Delpero   

 

Cosa vuol dire collezionare? È veramente una bulimia di cui non se ne può far a meno?

Per me non è stata una bulimia per qualsiasi oggetto. Conosco delle persone veramente bulimiche per qualsiasi forma d’arte o materiale. Per noi c’era un profondo interesse per l’Africa del nord e le sue strutture tribali; eravamo appassionati dalla scoperta di un paese dalle 300 tribù. Ci è piaciuta molto quest’idea del tessuto e del tappeto come una seconda pelle dell’essere umano. Tutto ciò che abbiamo è dell’inizio del ‘900. Abbiamo collezionato del materiale prodotto prima degli anni ‘50, perché dopo è iniziata una produzione molto più turistica che è differente da quello che ricercavamo.

Come nasce Annette Korolnik come collezionista?

Mi è sempre interessato il tessuto, venendo in Ticino negli anni ’50 le donne nei villaggi erano ancora vestite con la gonna dalle mille pieghe, la camicia bianca e un foulard in testa. Oggi sarebbe impensabile vestirsi così, tuttavia nessuno si rende conto che la tradizione del coprire i capelli è antichissima. Deriva dal fatto di non voler sporcare troppo i capelli, non rovinarli. Si dice spesso che è solo un gesto religioso in realtà tutti i popoli hanno una lunga tradizione sul copricapo. Qui in Valle Osernone c’era un signore che ricavava tappeti da vecchie stoffe; mi ricordo che anche mia mamma gli consegnava alcuni nostri vestiti o stracci per fargli fare piccoli tappeti. Rimanevo affascinata dal fatto che una cosa dopo essere stata buttata via potesse rivivere. Quando guardavo questi tappeti riconoscevo alcuni miei indumenti riciclati. C’era come una presenza umana in ogni pezzo di stoffa. Da qui è nato questo amore per il tessuto; successivamente ho frequentato la scuola d’arte e mestieri sia a Basilea sia a Zurigo, ho fatto la classe per tessuti, la classe per disegno scientifico: quindi me ne intendo. Il collezionismo solitamente è nelle mani di coloro che hanno successo nel proprio lavoro e possono spendere per collezionare le proprie passioni, per noi non è stato così. Quello che abbiamo collezionato, ce lo siamo guadagnati. Non eravamo compratori eravamo ricercatori, per tale motivo abbiamo dovuto rinunciare a tantissimo materiale. Abbiamo collezionato in modo più mirato il pezzo essenziale di una certa tribù; doveva essere il più bello di tutti.

 

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Ci può parlare brevemente della vostra collezione esposta al Musec di Lugano visibile fino al 10 gennaio 2021? Che ricordo porterà di questa esperienza?

La collezione negli anni ’90 aveva circa 400 numeri oggi ne ha solamente poco meno di un centinaio. Questo perché ci sono 30 tribù che fanno quello di cui hanno bisogno per la loro vita quotidiana. Se sono persone che vivono in tenda, producono tutto ciò che è necessario per vivere, per coprirsi, per abbellire la tenda. Noi abbiamo preso solo le cose create per la propria vita quotidiana. Se sono dei seminomadi ci sono altri bisogni: tappeti che vengono fatti per le case, tappeti estivi, mantelli contro la neve ecc. È necessario capire il modo di vivere di una tribù e solo dopo che si capiscono le abitudini e le peculiarità si inizia a collezionare. Dopo 10-15 anni di collezionismo mirato abbiamo avuto la possibilità di lavorare per il dipartimento dell’Africa del nord per il Musée du quai Branly di Parigi. In principio il Musée du quai Branly non esisteva, ma era la congiunzione di due grandi musei: il Musée de l’homme e il Musée de l’Afrique du nord. In questo luogo è capitata una cosa eccezionale, mettendo insieme questi due musei ci siamo accorti che mancava del materiale di alcune tribù che nel 1920-1930 non erano state ancora scoperte. Noi avevamo esattamente quel che mancava. Il museo ci ha chiesto se avessimo potuto donarglielo assieme alle nostre ricerche. Ecco il motivo per cui la nostra collezione si è dimezzata. Abbiamo sempre ammesso che non eravamo pronti a dare via il frutto della nostra ricerca e collezione, ma in questo caso l’abbiamo ritenuto possibile perché sapevamo che sarebbe andato in un posto in un cui sarebbe stato valorizzato e fruito dal pubblico. Abbiamo comunque sempre mantenuto un piccolo stock che rappresentasse il Marocco nel suo tutto. Anziché avere trenta tappeti di una regione ne abbiamo tenuti tre. Abbiamo tenuto i pezzi più particolari, quelli che amavamo di più. Nell’esposizione del Musec è esposto questo concentrato.

Il viaggio è arricchimento e apertura degli orizzonti quando è stato determinante nella sua vita?

Viaggiare è una passione nata già con i miei genitori, una vita senza viaggiare è morte. Viaggiare per me significa arrivare. Conosco l’Italia come le mie tasche, tornare sempre negli stessi posti ti permette di conoscerli perfettamente. La stessa cosa è successa in Marocco; frequentare gli stessi posti ti permette di farli tuoi. Questa strategia è funzionale per il collezionismo in quanto devi parlare la lingua per comunicare con la gente, devi saperti comportare. Non ero mai turista, ero qualcuno che girovagava a curiosare nelle case degli altri. Si partiva alle cinque di mattina per arrivare in un villaggio; poi da lì si cominciava il lavoro di scoperta.

 

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Consigli che darebbe ad un giovane che vorrebbe intraprendere la sua carriera?

Molto facile. Prima di tutto innamorarsi di qualcosa. Poi prima di tuffarsi bisogna informarsi, andare nelle librerie e ricercare informazioni sul materiale. Fare delle vere scoperte; reperire cose che nessuno conosce è diventato quasi impossibile. C’è una possibilità, ma è legata a posti dove nessuno si aspetta di trovare una determinata cosa. Non bisogna andare sicuri di trovare qualcosa, ma bisogna andare con la curiosità e l’attenzione necessaria per porsi delle domande; bisogna innamorarsi del materiale e vedere se vale la pena collezionarlo.

Cos’è per lei la bellezza?

C’è una risposta molto facile che ho imparato all’inizio del mio collezionismo grazie a due signori texani W. Russell Pickering, Ralph S. Yoheche sono stati coloro che hanno scoperto il kilim anatolia. Loro essendo uomini un po’ folli, seppur direttori di banca, nelle loro vacanze si sono dedicati a fare solo viaggi in Turchia. Hanno scritto il primo bellissimo libro sui tessuti del Marocco, con informazioni purtroppo errate in quanto non avevano idea di come affrontare questa massa di tribù. Il libro si chiama “From the far west” ma è un libro importantissimo in cui per la prima volta viene mostrato cosa c’è dietro questo mondo. Cosa deve esserci al di sopra di ogni scelta? La risposta forse me l’ha fornita il mio amico Russel, mi ha detto: “As finer, as better, as older”. Questo è un valore per tutti i tessuti del mondo, deve essere fine, ben lavorato e deve avere anche una certa età. Con questo consiglio non puoi sbagliare. Devi essere sempre aperto a qualsiasi cosa ti capiti.

Una persona può lasciare un segno nella comunità? Secondo lei qual è la cosa più significativa, tra le molte, che sta lasciando alle future generazioni?

Spero di non aver mai fatto qualcosa che sia stata importante prima per altri e poi per me. Spero, prima di morire, di aver trovato un posto per la mia collezione, di lasciare una casa vuota e che tutto abbia trovato il posto giusto. 

 

 

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Quali competenze necessita il suo tipo di collezionismo?

Sempre una stanza vuota, oscura sui dodici gradi e il controllo di ogni pezzo ogni settimana. Richiede di essere accarezzato.

L’arte tessile è soggetta a strategie di mercato o essendo più di nicchia, non è soggetta a speculazioni?

L’arte tessile è una cosa molto di nicchia specialmente i tappeti. Questi ultimi sono arrivati ad un certo tipo di valore, ma devono avere un’età molto elevata, ad esempio il Museo di Berlino espone pezzi del 1400. I tessuti del Marocco non arriveranno mai a questo valore in quanto essendo adoperati dalle famiglie per le loro esigenze quotidiane si sono sciupati, usurati. Il pezzo più vecchio di nostra proprietà, che è esposto a Lugano, è del 1880. Più antico è impossibile trovarlo. A differenza dei tappeti i tessuti quali coperte, vestiti ecc. in tutto il mondo non hanno ancora il valore che dovrebbero avere e non vengono apprezzati come dovrebbero. Forse perché sono troppo vicini agli esseri umani, ma è una mia teoria.

Cosa vuol dire collaborare con un museo per un collezionista del suo livello? Quali sono le soddisfazioni e quali sono gli eventuali problemi?

Dipende dal progetto, dipende se hai un professionista interessato e ben informato sulla tua collezione; solo così si crea un arricchimento per entrambe le parti. Con il lockdown non è stato facile in quanto ha sottratto del tempo all’esposizione; tuttavia questa velocità di fruizione delle mostre, che i musei sono costretti ad attuare per seguire un determinato calendario, è la cosa più triste. Materiali di questo genere avrebbero bisogno di molto più tempo per essere visti, studiati e approfonditi.

La rivista si chiama Quid Magazine perché vuole ricercare il Quid che rende uniche le cose. Annette dove lo intravede il quid in un tessuto piuttosto che in un altro? Dove lo intravede nella vita?

Credo di aver già risposto per quanto riguarda il tessuto: ho sempre cercato il più bello e il più unico e per me è stato possibile con il 70% del materiale che ho collezionato. Ci sono stati dei tessuti di cui non ce ne è uno migliore. L’unico Quid della mia vita è che ho avuto una stella fortunata che mi ha permesso di avere accanto due uomini fantastici. Il primo che purtroppo è mancato troppo presto e il secondo che è bravo come il primo. Vedo molte coppie che vanno male, ma per fortuna ho sempre avuto una mano d’oro con gli uomini.