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 Günther Förg at the opening of his exhibition at the Kunstverein Hannover 1995. © Estate Günther Förg, Suisse / VG Bild-Kunst, Bonn 2019. Courtesy Estate Günther Förg, Suisse and Hauser & Wirth

Il Dallas Museum of Art presenta la mostra "Förg in Venice" Evento Collaterale della Biennale Arte 2019

Realizzata in stretta cooperazione con l’Estate di Günther Förg, la mostra esporrà oltre 30 opere del percorso multidisciplinare di Förg per riflettere sui metodi intuitivi e di ampio respiro di questo artista intellettuale e poliedrico.

Il Dallas Museum of Art (DMA) è lieto di presentare la mostra di Günther Förg (1952-2013), che sarà ospitata nello storico Palazzo Contarini Polignac a Venezia durante la Biennale Arte 2019. Evento Collaterale ufficiale della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Förg in Venice farà seguito a Günther Förg: a Fragile Beauty, la prima mostra americana in oltre trent’anni dedicata all’artista, organizzata nel 2018 dal Dallas Museum of Art in collaborazione con lo Stedelijk Museum di Amsterdam.
Realizzata in stretta cooperazione con l’Estate di Günther Förg, Förg in Venice metterà in mostra oltre 30 opere del percorso multidisciplinare di Förg - dai dipinti alle meno note sculture - per riflettere sui metodi intuitivi e di ampio respiro di questo artista intellettuale e poliedrico. La mostra è curata dalla Dottoressa Elisa Schaar, storica dell’arte, e segue la ricerca resa disponibile dalla precedente mostra di Dallas, curata dalla Dottoressa Anna Katherine Brodbeck, Curatrice Capo del Dipartimento di Arte Contemporanea del DMA.

La mostra sarà visitabile dall’11 maggio al 23 agosto 2019.

“Dopo l’importante mostra del Dallas Museum of Art dedicata all’artista nel 2018, siamo lieti di presentare il lavoro di Günther Förg al pubblico internazionale di Biennale Arte 2019, coinvolgendo nuove generazioni mondiali nello stesso modo in cui l’operato dell’artista ha influenzato la storia dell’arte per generazioni” ha dichiarato il Dottor Agustín Arteaga, Direttore del DMA.

Nato nel 1952 a Füssen, Algovia, Germania, Förg è uno dei più significativi artisti tedeschi della generazione del dopoguerra, noto per il suo stile sperimentale e provocatorio legato alla storia dell’arte. Attraverso la sua innovativa produzione interdisciplinare che ha sfidato i limiti delle discipline artistiche, Förg ha esplorato un linguaggio di astrazione ed espressionismo, appropriandosi di metafore prese in prestito da architettura e arte moderna.

L’Italia e l’architettura italiana hanno giocato un ruolo centrale nello sviluppo della carriera di Förg. Il suo primo viaggio in Italia, nel 1982, stimolò la sua nota serie di fotografie sugli edifici di importanza culturale e politica, dai monumenti italiani alle costruzioni in stile Bauhaus a Tel Aviv. Attraverso la fotografia, Förg riuscì a esplorare la relazione tra arte, architettura e interventi spaziali, un tema ricorrente in tutta la sua produzione che la mostra di Venezia metterà in risalto. Alcuni lavori di Förg furono esposti già alla 45. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 1993 all’interno della mostra Il Viaggio verso Citera, ma Förg in Venice realizzerà il desiderio dell’artista di esporre durante la Biennale Arte con una personale, un sogno rimasto incompiuto quando era in vita.

Förg in Venice presenterà questo poliedrico artista sotto una nuova prospettiva, in un’ambientazione veneziana senza eguali dove gli arredi e le decorazioni giocheranno un ruolo chiave nel contestualizzare l’arte. La mostra offrirà una panoramica approfondita dei temi estetici e concettuali affrontati da Förg, non solo dal punto di vista della produzione artistica ma anche in relazione al contesto in cui le opere sono esposte. L’artista riteneva che lo spazio, l’ubicazione e il posizionamento di una sua opera fossero intrinseci all’opera stessa. Durante la sua carriera, Förg dipinse sulle pareti delle gallerie, usò porte e finestre come elementi integranti, e arrivò a usare la vernice di alcune sue opere per creare un gioco di riflessi che desse vita a considerazioni inaspettate.

Per lo stesso motivo, l’artista installò più volte le sue opere all’interno di contesti storici, spesso attraverso interventi tanto delicati quanto minimalisti. Questa mostra porterà avanti tale tradizione, preservando l’atmosfera del Palazzo ma anche indagando lo spirito creativo e ludico di Förg. Nel contesto di Palazzo Contarini Polignac – una location classica, romantica e mozzafiato affacciata sul Canal Grande di Venezia - imbattersi nelle opere versatili e sapienti dell’artista inviterà il visitatore a interrogarsi sul rapporto di Förg con la storia dell’arte e dell’architettura, entrambe determinanti nella sua produzione polivalente.

Attraverso l’installazione delle opere d’arte di Förg – prevalentemente aderenti alle tradizioni moderniste- all’interno delle sale decorate e dell’architettura rinascimentale di Palazzo Contarini Polignac, l’esposizione indagherà l’eredità del modernismo estetico (uno degli ideali al centro dello studio di Förg) in uno spazio ricco di storia e maestria artigiana. La mostra non avrà uno sviluppo tradizionale bensì un allestimento di grande atmosfera dove le opere dell’artista abiteranno un contesto intimo e privato evocando una malinconia e un romanticismo raramente
associati all’opera di Förg. Grazie all’integrazione del ricco corpus di opere di Förg negli interni delle sale del Palazzo, la mostra illustrerà l’interesse dell’artista per il dialogo tra arte, architettura e fruizione.

Lungo tutto il Palazzo, singoli quadri, arazzi ed elementi decorativi in determinate posizioni saranno sostituiti con le opere dell’artista. Al piano terra, un dipinto minimalista di grandi dimensioni raffigurante una finestra, “Untitled” (2004), affiancato da alcuni schizzi preparatori dell’opera, prenderà il posto di uno stemma dando l’impressione che ci sia una finestra dove in realtà non c’è. Nonostante la loro forte geometria, le finestre di Förg sono provocatorie poiché offrono una cornice dentro cui guardare ma senza fornire alcuna visuale: al contrario, dirigono e limitano lo sguardo, mettendo in discussione l’atto visivo e l’estetica in sé.

Nel Salone del Palazzo, quattro straordinari dipinti in stile Spot Painting realizzati tra il 2007 e il 2009 saranno presentati di fronte a quattro ampi arazzi. In queste opere astratte e gestuali, i segmenti orizzontali delle pennellate verticali richiamano i raffinati scarabocchi di Cy Twombly, ma con differenze sia a livello cromatico - con un diverso uso del bianco e del grigio chiaro che sembrano richiamare la base di una tavolozza - sia per quanto concerne l’impiego di pennelli puliti. Questi Spot Painting danno l’idea di essere stati prodotti velocemente, ma sono in realtà frutto tanto di una rapida intuizione quanto di un’attenta riflessione dell’artista. Insieme, i quattro dipinti daranno prova della ponderata e incessante sperimentazione di abbinamenti cromatici, applicazioni di pittura, composizioni e ritmi dell’artista, il tutto all’interno di una sola serie di quadri. Collocate di fronte agli arazzi figurativi del Palazzo, che si potranno ancora intravedere, queste opere di Spot Painting evocheranno - attraverso le pennellate fluttuanti sulle superfici piane - una sorta di potere autonomo dell’astrazione modernista, sottolineando il rapporto stesso dell’artista con questa forma artistica, tanto coinvolto quanto distaccato.

Nella maestosa sala degli specchi del Palazzo, una serie di sculture di Förg, realizzate nel 1990, verranno installate vicino alle finestre. Queste sculture figurative, tra cui maschere di bronzo su piedistalli in compensato grezzo, esplorano le possibilità e i limiti della materia. Le superfici corpose, lavorate rapidamente, fanno pensare alla distruzione: deliberatamente imperfette, dimostrano che Förg preferiva esplorare un’idea anziché realizzare un ideale di piacere e perfezione estetica. Le superfici palpabili recano i segni delle impronte digitali di Förg, di agenti esterni casuali e danni fisici che spingono il bronzo e la sua lavorazione lontani dalle associazioni gerarchiche, classiche e monumentali di tale materiale.

Lungo le sale laterali del Palazzo saranno infine in mostra diversi dipinti astratti di Förg datati dagli anni Ottanta agli anni Novanta, che sostituiranno le opere d’arte solitamente esposte. Nella sua interezza, l’offerta espositiva della mostra dà prova dell’ampia portata della carriera di Förg e della sua tendenza alla sperimentazione, raggruppando i vari filoni e le influenze concettuali che hanno interessato la sua produzione - dall’agile esecuzione, complessità tonale e composizione stratificata, alla libera gestione delle discipline formali e delle strutture geometriche.

Förg in Venice è presentata con il supporto dell’Estate di Günther Förg e di Hauser & Wirth.


 

 

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Torna a Venezia Gely Korzhev

Una delle figure più eminenti del panorama pittorico, prima sovietico e poi russo, della seconda metà del Novecento.

Torna a Venezia Gely Korzhev (1925-2012), una delle figure più eminenti del panorama pittorico, prima sovietico e poi russo, della seconda metà del Novecento. Il ritorno tra le lagune cade esattamente 57 anni dopo la sua partecipazione alla XXXI Biennale, quando, assieme tra gli altri a Viktor Popkov, risultò, nel padiglione dell'URSS, la voce più convincente del cosiddetto “stile severo” che cercava, nell'alveo ancora quasi inscalfito del realismo socialista, una via espressiva d'uscita dai canoni ferrei dell'epoca staliniana.

La mostra “Gely Korzhev. Back to Venice” - realizzata grazie a un'azione congiunta tra Galleria Tret'jakov, the Institute of Russian Realist Art e il Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca' Foscari Venezia in collaborazione con Intesa Sanpaolo – restituisce prima di tutto, con documenti, foto, proiezioni, e inoltre con il ricorso alle Information and Communication Technologies, la concretezza del trittico del pittore russo, la sala Korzhev e altri segni importanti presenti nel Padiglione del 1962. Ma è anche l'occasione – tre anni dopo la grande monografica dedicata a Korzhev dalla Galleria Tret'jakovskaja di Mosca – di presentare al pubblico italiano e internazionale, con oltre 50 dipinti, una consistente ed esauriente sequenza di opere del maestro, che non potranno che fare giustizia degli affrettati giudizi espressi in occasione della XXXI Biennale.

La rassegna dell’Università Ca' Foscari Venezia non si presenta come una mostra antologica in senso stretto. Procede piuttosto per nuclei tematici ben definiti, focalizzandosi criticamente sugli aspetti che sono stati ritenuti più rilevanti nella vasta produzione dell'artista: davanti agli occhi degli spettatori sfileranno così i monumentali nudi dell'artista, le sue straordinarie nature morte, alcuni altri esempi particolarmente riusciti della sua originale declinazione della pittura realista sovietica; il centro essenziale del percorso si impernia tuttavia sulle immagini dolenti della memoria degli anni della Grande Guerra Patriottica, che è il nome russo della Seconda Guerra Mondiale, che sono anche i capolavori che hanno garantito a Korzhev il maggior riconoscimento internazionale: non casualmente Tracce di guerra (1963-1964) fu prescelto, tra oltre 500 opere esposte, come manifesto per la grande esposizione “Berlino-Mosca Mosca-Berlino” del 2003 al Martin Gropius Bau. La rassegna si conclude con le meditazioni visive del pittore sul collasso del sistema sovietico: sono dipinti a volte di accorato coinvolgimento, altre volte di recisa denuncia sociale, altre ancora grottesche, come nelle degenerazioni ibride dei cosiddetti Tyurlikis e negli scheletri dell'URSS.

L’esposizione, come recita il suo stesso titolo, costituisce anche l’occasione per rileggere, dopo più di mezzo secolo, quell’esordio veneziano di Korzhev.
Nel 1962 Larisa Salmina, il commissario del padiglione, esplicitava così i criteri con cui erano stati selezionati gli artisti che dovevano rappresentare la cultura artistica russa in una fase molto delicata della sua vicenda novecentesca, quella del disgelo post staliniano guidata da Nikita Khrushchev: «L’arte sovietica è rappresentata alla XXXI Biennale di Venezia da alcuni artisti appartenenti a varie nazionalità e generazioni. L’opera di questi artisti dà una chiara idea di quanto siano numerose le maniere creative, di quanto sia ricca la tematica che illustra la vita del popolo sovietico, e di come sia profondamente umana l’arte sovietica». Diversificazione di linguaggi, alternanza di generazioni, ancora saldo collegamento con «la vita del popolo sovietico»: per questo accanto alle figure emergenti di Korzhev e Popkov erano stati convocati anche giovani speranze e più collaudati accademici.
Korzhev vi espose una sorta di autoritratto in movimento (L'artista inginocchiato del 1961, che sta realizzando un piccolo nudo di donna a gessetti sul ciglio di un marciapiede, e tiene accanto a sé un basco con qualche moneta offerta dai passanti) e soprattutto il trittico Comunisti (1957-1960), ora al Museo Russo di Stato di San Pietroburgo. Sono tre vaste tele, due verticali, una orizzontale, di misure irregolari: la prima (in ordine di esecuzione), è intitolata Internazionale, dominata da due figure in piedi, due soldati dell'Armata Rossa su un campo di battaglia, una che suona il corno, l'altra, di spalle, che regge virilmente il vessillo del reggimento; la seconda – l'unica orizzontale: Alzando la bandiera – mostra un civile inginocchiato, che prende in mano la bandiera rossa abbandonata da un compagno caduto; la terza (Omero: lo studio) ha come protagonista uno scultore, in realtà in abiti militari, intento a modellare un busto del poeta greco.
Per opere di questo tenore – e nel padiglione comparivano anche dipinti di Deineka e soprattutto I costruttori di Bratsk di Popkov (il capolavoro 5 anni fa al centro dell'esposizione dedicatagli da Ca' Foscari) – Renato Guttuso parlò allora di “resistenzialismo”; i critici italiani scrissero invece o di un «faticoso travaglio per il rinnovamento» (Mario De Micheli) o di un perdurante arretramento, come Paolo Rizzi che su “Il Gazzettino” denunciava: «Destalinizzare la pittura dei paesi socialisti. Già, come se tutto dipendesse da Stalin, come se bastasse togliere dai muri i ritratti del dittatore ripudiato. [...] È troppo facile il giochetto. È troppo facile dire che tutta la creazione artistica dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti è alla vigilia di un cosciente rinnovamento che non intacca, anzi rafforza i valori». Dopo quasi sessant’anni il giudizio può essere diversamente storicizzato.

Venezia, Ca’ Foscari Esposizioni
Orari: da martedì a domenica (chiuso il lunedì)
Dalle 10 alle 18
Ingresso libero
Segreteria scientifica: Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR)
Media partner: THE ART NEWSPAPER RUSSIA

 

 

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Accademia di Belle Arti di Venezia e Flash Art  presentano PETER HALLEY "HETEROPIA I"

Halley ha ideato una sequenza di otto stanze interconnesse costituite da murales a stampa digitale, palette di luci artificiali e oggetti tridimensionali per codificare un’eterotopia.

L’Accademia di Belle Arti di Venezia e la rivista Flash Art presentano Heterotopia Ⅰ , un’installazione di Peter Halley in occasione della 58a Biennale di Venezia

L’installazione si svolgerà nello spazio espositivo dell’Accademia di Belle Arti situato in uno degli storici Magazzini del sale di Venezia, Magazzini del Sale, n. 3, Dorsoduro 264, Zattere.

La mostra, a cura di Gea Politi, direttrice di Flash Art, si svolgerà dall’8 maggio al 10 agosto.

Occupando lo spazio espositivo lungo quaranta metri, Halley ha ideato una sequenza di otto stanze interconnesse costituite da murales a stampa digitale, palette di luci artificiali e oggetti tridimensionali per codificare un’eterotopia — termine preso in prestito da Michel Foucault, che ha definito l’eterotopia come uno spazio differenziato e delimitato, creato per uno scopo preciso, che si rispecchia e si definisce come alterità dagli spazi quotidiani.

Halley ha invitato tre artisti a collaborare con lui all’installazione. Lauren Clay e Andrew Kuo hanno creato un murales ciascuno per le otto sale. R.M. Fischer ha realizzato una scultura totemica su larga scala che abiterà la stanza finale. Inoltre, i testi originali sui murales riportano i testi della scrittrice Elena Sorokina.

L’installazione di Halley riecheggia temi presenti nel suo lavoro precedente, aggiungendo nuovi elementi di puntuali pastiche architettoniche per l’installazione ambientale a Venezia.

La mostra ha il gentile supporto di MSGM. Massimo Giorgetti, direttore creativo del marchio, ha dedicato una speciale capsule collection MSGM/ Flash Art disponibile esclusivamente presso gli spazi dei Magazzini del sale.

L’allestimento di Heterotopia Ⅰ  è stato realizzato da FusinaLab.

“May You Live In Interesting Times”, è il titolo della Biennale di Venezia di quest’anno, che apre una discussione sullo stato incerto dei nostri tempi. I “tempi interessanti” non sono chiari. Questi tempi portano inevitabilmente nuove domande su questa era precaria. Gli ambienti postindustriali e dinamici di Peter Halley creano simultaneamente isolamento e connessione, uno stato di tensione fluorescente nel quale ci immergiamo attraverso corridoi teorici che Halley ha tracciato, segnando la cultura visuale contemporanea dalla fine degli anni ‘70”.

Gea Politi
Flash Art, Direttore

“Dalle nostre aule e dai nostri laboratori scaturisce l’energia creativa e la conoscenza. Sono  luoghi di formazione e di ricerca. È una risorsa e un complemento fondamentale la collaborazione con chi  traccia la rotta dell’arte come Peter Halley, e con Flash Art, che si rivolge alle nuove generazioni di artisti partendo proprio dalla fucina della nostra Accademia”.
 
Giuseppe La Bruna
Accademia di Belle Arti di Venezia, Direttore

Barbaria delle Tole, 6691, Venezia

 

 

 

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Le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino presentano Carousel

La mostra personale dell’artista anglo-argentino Pablo Bronstein, curata da Catherine Wood.

Le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino presentano Carousel, mostra personale dell’artista anglo-argentino Pablo Bronstein, curata da Catherine Wood, Senior Curator, International Art (Performance) presso la Tate Modern di Londra.

La mostra Carousel è visibile dal 7 maggio al 9 giugno ha una doppia natura e una duplice ambientazione: sede principale del progetto saranno gli spazi delle ex Officine torinesi, dove prenderà forma un nuovo capitolo dell’indagine sul rapporto tra corpi in movimento e spazi architettonici, tra performance e dinamiche di fruizione dello spazio. La mostra avrà quindi una sua ideale prosecuzione negli ambienti barocchi della Sala della Musica del Complesso dell’Ospedaletto di Venezia, che diventerà l’avamposto in laguna delle OGR in occasione della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

L'artista nato a Buenos Aires nel 1977 e cresciuto a Londra, Bronstein coltiva da sempre un vivo interesse per la storia dell’architettura, che ha declinato attraverso diversi medium: la sua opera spazia così dal disegno alla coreografia, dal video alla performance. Concepita appositamente per il Binario 1 delle OGR, la mostra fa coesistere tutti questi elementi, assemblati ad arte per creare un dialogo inedito con la struttura delle ex Officine di corso Castelfidardo a Torino.

Punto di partenza di Carousel è il funzionamento dello zootropio, un dispositivo ottico inventato da William George Horner nel 1834, il cui nome deriva dall’unione delle parole zoe, che significa “vita”, e tropos, letteralmente "girare", ovvero “ruota della vita”. Lo zootropio è composto da una serie di immagini riprodotte su una striscia di carta posta all'interno di un cilindro che quando messo in moto le fa animare in un’illusione retinica di un movimento che si ripete in loop, proprio come quello di una giostra (in inglese, carousel). Questo espediente viene utilizzato da Bronstein come metafora per descrivere la relazione tra lo spazio fisico – che sia quello dell'architettura oppure quello dei corpi – e il narcisismo endemico del mondo post-iPhone, come una sorta di preambolo della società del selfie.

Piuttosto che puntare il dito sulla comune esasperazione verso le seduzioni e le illusioni del digitale, Bronstein preferisce costruire una narrazione basata su modelli anacronistici e low-fi, ispirandosi al mondo delle fiabe vittoriane. 

Nasce così la storia della Strega Grigia, una figura enigmatica e imperscrutabile che rappresenta la personificazione della lastra metallica che si nasconde dietro il vetro di ogni specchio. Invisibile allo sguardo per la sua proprietà riflettente, si rivela però come sottile strato materico soltanto nel momento in cui il vetro viene tagliato in sezione. Una sorta di creatura che tutto vede ma che rimane elusiva e invisibile.

Anche alle OGR la Strega Grigia si mostra solo occasionalmente: si cela all’interno di una torre di sorveglianza, una struttura ibrida – che ricorda uno zootropio ma anche un tempietto rinascimentale – foderata di pannelli specchianti e posta alla fine di un dedalo che si protende nello spazio del Binario 1 per 50 metri di lunghezza. 

Il visitatore, costretto ad un percorso obbligato, entra così in un labirinto e, prima di raggiungere la torretta, incontra una serie di scene in cui ballerini professionisti, seguendo una coreografia ideata dello stesso Bronstein in collaborazione con la coreografa Rosalie Wahlfrid, illustrano l’evoluzione della danza a partire da un’analisi degli spazi scenici e del rapporto con lo spettatore: dai balli partecipativi tribali ai rituali di corte, dal folk fino al balletto classico, il tutto in una progressione che rende le coreografie via via sempre più sofisticate.

Queste configurazioni performative, con l’intromissione di alcuni schermi digitali che rimandano in loop fugaci apparizioni della Strega Grigia, portano in scena le dinamiche e le fascinazioni del voyerismo, del guardare e dell'essere guardato, attraverso una ripetizione seriale di movimenti spezzati che ricordano da vicino il linguaggio post-digitale delle GIF (una sorta di versione tecnologicamente avanzata delle sequenze di movimenti dello zootropio) e allo stesso tempo i tic sintomatici della bassa soglia di attenzione caratteristica dell'era contemporanea.

Altro appuntamento Carousel de Crystal a Venezia visibile dal 7 maggio al 24 novembre  

L’intervento di Pablo Bronstein a Venezia è ripensato su scala ridotta rispetto all’installazione delle OGR e ne condensa il significato. Carousel de Crystal, nella sua configurazione veneziana, è l'equivalente della camera da letto del Re del XVII Secolo, luogo apparentemente privato ma in effetti centro dei rituali della vita di corte, in relazione con i campi, i teatri e le piazze come equivalenti del labirinto delle OGR.

Mentre l'installazione a Torino rappresenta una sequenza di spazi pubblici attraverso cui i visitatori navigano sotto lo sguardo della Strega Grigia, dei suoi specchi e dei suoi schermi, la Sala della Musica del Complesso dell’Ospedaletto di Venezia è immaginata come una camera privata, intima, in cui il visitatore che è invitato a entrare, resta, ad ogni modo, a una certa distanza dall'immagine che viene creata.

Il lavoro di Venezia è composto da due danzatori, la cui presenza è raddoppiata dall'uso di una proiezione video di grandi dimensioni, dalla figura della Strega Grigia e da una figura dal volto dipinto di rosso, interpretata dallo stesso Bronstein, che ha capacità di vedere e muoversi che superano le regole e i parametri del mondo della città governata dagli specchi.

Tanto forza disgregatrice quanto trainante, simbolo del diavolo o del desiderio, la maschera di Bronstein appare in contrapposizione alla fredda sorveglianza della Strega Grigia. Il suo punto di vista, filtrato dalla griglia della balconata che sovrasta lo spazio della mostra, è trasmesso a uno schermo video: solo occasionalmente questo personaggio fa la sua incursione nella rappresentazione per interrompere i cicli rituali del movimento danzato.

Già in altre occasioni, così come in questa, l'artista si è mostrato in prima persona all'interno del suo stesso lavoro e non solo come autore ma proprio come interprete, mettendo così in scena un io immaginario che è soggetto, a sua volta, alle fantasiose illusioni evocate dalle sue opere e dai suoi personaggi, con i quali coesiste.

La mostra Carousel è una nuova commissione appositamente realizzata per le OGR e si inserisce in un corpus di lavori che l’artista ha sviluppato negli ultimi anni; a partire dalla rilettura dello spazio pubblico di Plaza Minuet presentato all’ICA di Londra (2011), o dalla riflessione sull’uso degli specchi nella performance pensata per la sola fruizione online Costantinopole Kaleidoscope, Tate Live (2012) o la durational performance concepita dall’artista per la Duveen Gallery della Tate Britain Historical Dances in an Antique Setting (2016).

Performer: Lorenzo Aprà, Irina Baldini, Desirée Caruso, Marco Caudera, Irene Cena, Francesco Dalmasso, Elisa D'amico, Camilla De Campo, Riccardo de Simone, Rebecca Nivine Fakih, Annalisa Maria Morelli, Francesca Pavesio, Andrea Carlotta Pelaia, Paolo Soloperto, Maria Novella Tattanelli, Rosalie Wahlfrid, Darcy Wallace.

 

 

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Padiglione Italia: NÉ ALTRA NÉ QUESTA: LA SFIDA AL LABIRINTO

 Una mostra in cui le opere esposte, in stretto dialogo tra di loro e con l’allestimento, generano continuamente nuovi percorsi e nuove interpretazioni.

Il progetto espositivo del Padiglione Italia alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia dal 11 maggio al 24 novembre 2019

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto è il titolo della mostra, a cura di Milovan Farronato, a cui partecipano, con lavori inediti e opere storiche, tre artisti italiani: Enrico David (Ancona, 1966), Chiara Fumai (Roma, 1978 – Bari, 2017) e Liliana Moro (Milano, 1961).

Spiega Milovan Farronato: “Venezia è un labirinto che nei secoli ha affascinato e ispirato l’immaginazione di tanti creativi, tra cui Jorge Luis Borges e Italo Calvino, i due più grandi labirintologi contemporanei a detta del matematico Pierre Rosenstiehl. Venezia, indiscusso centro cartografico del Rinascimento, viene descritta da Calvino come un luogo in cui le carte geografiche sono sempre da rifare dato che i limiti tra terra e acqua cambiano continuamente, rendendo gli spazi di questa città dominati da incertezza e variabilità. È in questo contesto dal carattere imprevedibile che emerge Né altra Né questa, una mostra in cui le opere esposte, in stretto dialogo tra di loro e con l’allestimento, generano continuamente nuovi percorsi e nuove interpretazioni, ramificati c'è un progetto del Padiglione Italia alla Biennale Arte - dichiara il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli - che coniuga la novità della visione del curatore con la bravura degli artisti e la qualità della ricerca. L’Italia è orgogliosa del proprio passato, ma sa interpretare lo spirito dei tempi con la sperimentazione e la valorizzazione dei talenti dell’arte contemporanea”. “Il lavoro della Direzione Generale - afferma il Direttore Generale e Commissario del Padiglione Italia Federica Galloni - è orientato alla valorizzazione e alla promozione dell’arte e dell’architettura contemporanee, in linea con quanto accade in Europa.

La cultura e la creatività svolgono un ruolo determinante nella crescita dell’individuo. In questa direzione l’arte contemporanea contribuisce a migliorare la qualità della vita di tutta la comunità dei cittadini occupandosi di temi e di valori comuni in modo straordinario e anticipando rivoluzioni del pensiero e del costume che si riflettono inevitabilmente nella società.” Il sottotitolo della mostra allude a “La sfida al labirinto”, saggio seminale di Italo Calvino del 1962, a cui Né altra Né questa si ispira. In questo testo l’autore propone un lavoro culturale aperto a tutti i linguaggi possibili e che si senta corresponsabile nella costruzione di un mondo che, avendo perso i propri punti di riferimento tradizionali, non chiede più di essere semplicemente rappresentato. Per visualizzare le ingarbugliate forme della realtà contemporanea, Calvino elabora l’efficace metafora del labirinto: un apparente intrico di linee e tendenze in realtà costruito secondo regole rigorose. Interpretando tale linea di pensiero in chiave artistica, Né altra Né questa attualizza – già a partire dal suo titolo, che disorienta attraverso la figura retorica dell’anastrofe – un progetto artistico di “sfida al labirinto” in cui si comprende la lezione di Calvino, mettendo in scena un percorso espositivo non lineare e non riducibile ad un insieme di traiettorie pulite e prevedibili. Molteplici e generosi sono i percorsi e le interpretazioni offerti allo spettatore, a cui la mostra affida la possibilità di assumere un ruolo attivo nel determinare il proprio itinerario e mettersi così a confronto con l’esito delle proprie scelte, contemplando il dubbio e l’indeterminatezza come parti ineludibili della conoscenza. “L’impegno curatoriale di quest’anno – sottolinea il Presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta - mi sembra evidente e già costituisce motivo di interesse; gli artisti presenti sono davvero degni della nostra attenzione. L’idea del labirinto, che può condurre per varie vie e interruzioni di percorsi alla difficile ricerca di una via di uscita, ben si affianca all’idea di una Biennale nella quale si offrono a chi la percorre una miriade di occasioni, di porte aperte e di luoghi del desiderio, tutti affascinanti e disorientanti a un tempo, nei quali perdersi non è il peggiore dei peccati.”

Il calendario degli appuntamenti culturali prevede un ciclo di talk a cui partecipano gli artisti Enrico David e Liliana Moro e il Prof. Marco Pasi. Alla film-maker Anna Franceschini è affidata la documentazione della mostra, realizzata come film corto sperimentale con il titolo Bustrofedico, che verrà presentato a Venezia a fine mostra, prodotto da In Between Art Film e Gluck50. Nell’ambito della mostra verrà inoltre realizzato un programma di attività educative rivolto ai giovani studenti delle accademie e delle scuole di ballo, promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del MiBAC, che si articolerà in un ciclo di appuntamenti, curati da Milovan Farronato, Stella Bottai e Lavinia Filippi, ospitati all’interno del Padiglione.

Il Padiglione Italia è stato realizzato anche grazie al sostegno di Gucci e FPT Industrial, main sponsor della mostra, e al contributo del main donor Nicoletta Fiorucci Russo. Uno speciale ringraziamento anche a tutti gli altri donor, i cui nomi appaiono nel colophon, che hanno dato al progetto un contributo fondamentale; grazie anche agli sponsor tecnici Gemmo, C&C-Milano che hanno generosamente contribuito con le loro forniture e a Select Aperitivo. Il Padiglione Italia verrà inaugurato in occasione della vernice della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2019 (8, 9 e 10 maggio)