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© Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti | Immersione Libera, Palazzina dei Bagni Misteriosi, Milano

 

Immersione libera alla Palazzina dei Bagni Misteriosi a Milano 

Interazione, libertà e ricerca sono le parole chiave di Immersione libera, la mostra collettiva, a cura di Giovanni Paolin in collaborazione con Associazione Pier Lombardo, Galleria Continua e Teatro Franco Parenti.

Interazione, libertà e ricerca sono le parole chiave di Immersione libera, la mostra collettiva, a cura di Giovanni Paolin, in programma dal 2 aprile al 18 maggio negli spazi della Palazzina dei Bagni Misteriosi. Realizzata in collaborazione con Associazione Pier Lombardo, Galleria Continua e Teatro Franco Parenti, Immersione libera è un momento espositivo voluto e sostenuto dall’imprenditrice e collezionista Marina Nissim per promuovere una nuova generazione di artisti.  

Selezionati tra le voci emergenti più interessanti e innovative del panorama internazionale contemporaneo, Alfredo Aceto, Agreements to Zinedine, Antonello Ghezzi, Calori & Maillard, Campostabile, Giovanni Chiamenti, Alessandro Fogo, Francesco Fonassi, Valentina Furian, Raluca Andreea Hartea, Ornaghi & Prestinari e Marta Spagnoli sono gli artisti chiamati a ideare nuove opere site-specific per la Palazzina dei Bagni Misteriosi.

La mostra non segue un unico filo conduttore, ma abbraccia un ampio ventaglio di proposte che spaziano tra linguaggi, materiali e tecniche differenti. Tutte le opere sono pensate per fondersi con gli ambienti circostanti favorendo il coinvolgimento dei visitatori. Per tutta la durata della mostra, inoltre, gli interventi site-specific dialogheranno anche con una serie di eventi temporanei, organizzati con la collaborazione dei curatori ospiti: Giulia Colletti, Caterina Molteni, Treti Galaxie. 
 
Il percorso di Immersione libera inizia nell’Atrio della Palazzina dei Bagni Misteriosi con χρόα di Giovanni Chiamenti: un organismo con un’anima di ferro ricoperta da una pellicola dicroica, che nasce dall’osservazione e dall’ascolto della natura. L’intervento di Chiamenti prosegue nella sala successiva con le due sculture Bone e Cortex, scansioni 3D che cercano di leggere e memorizzare l’oggetto in modo fedele, mettendone in luce tutte le imperfezioni e le tracce lasciate dal tempo. Il mondo della natura torna in Iperbole (δU = δQ - δW), digigrafia che fotografa il ribollire della superficie di un geyser, mentre con Scratch – una stampa incisa su carta – l’artista rivendica il diritto alla lentezza in un mondo, come quello attuale, votato al primato dell’istante.

Alfredo Aceto definisce lo spazio espositivo della Sala Mosaico con tre sculture che spuntano dal pavimento come se emergessero dal mare: le Gutter-Gargoyle. Sono il risultato dell’ibridazione tra un idrante, una grondaia e un animale marino che, in questo contesto, si fanno vettori di nuovi significati. La manipolazione scultorea, intesa come assemblaggio di elementi con inedite possibilità narrative, è anche alla base di Claire: un timido personaggio fiabesco frutto dell’evoluzione di un portacravatte che ha acquisito dimensioni umane e una pinna sul dorso. 

Alessandro Fogo elabora il pattern della moquette posata nella stessa sala ispirandosi al motivo del parquet liquido di Giorgio De Chirico; le sue tele appese alle pareti sono invece sospese nel tempo e nello spazio, estremamente connotate da un punto di vista simbolico. Si rifà al mondo dei simboli e del mito anche l’Animale Cerimoniale, installazione ambientale curata dal collettivo milanese Agreements to Zinedine – ATZ che, attraverso cinque interventi, ricrea all’interno della Sala Testori un esempio di tempio contemporaneo animato da antiche leggende.

Nella stessa sala Scena di caccia è un’installazione sonora, in quattro movimenti, realizzata da Francesco Fonassi: l’opera audio, mixata su tre sorgenti differenti, mescola elettronica, strumenti a corda, manipolazioni analogiche e voce, che si svelano all’ascoltatore come iterazioni di gesti che rievocano antiche strategie di caccia. Il contributo di Fonassi prevede anche un intervento di natura scultorea – Arco – che si ispira a un vecchio modello d’arco giapponese, lo Yumi.
 
Nella Sala Centrale della Palazzina, Raluca Andreea Hartea installa tra i volumi della libreria una serie di scatti fotografici che, riproducendo le copertine dei libri, creano un gioco di percezione tra realtà e finzione. Nei quadri di Marta Spagnoli lo sguardo si perde in un labirinto di linee e colori, mappe che tracciano paesaggi fatti di relazioni, i cui segni s’intrecciano, interrompono e moltiplicano. Mc2, il lavoro di Calori & Maillard, si articola in due progetti complementari, uno scultoreo e uno fotografico, con cui il duo italo-francese interpreta in chiave simbolica l’equazione più famosa della fisica che stabilisce l’equivalenza tra l’Energia e la massa di un sistema fisico. 

Il percorso prosegue con Pool, struttura in legno e tessuto, del duo Campostabile. Il titolo fa riferimento al termine inglese che, tra le tante accezioni, indica un gruppo, un’entità collettiva, un organismo in condivisione proprio come l’installazione nella Sala Zenitale: un organismo composito in cui il valore dell’unico è sempre maggiore della somma delle singole parti che lo compongono. Sempre nella Sala Zenitale è esposta l’opera di Ornaghi & Prestinari: Cionco, una scultura in legno che raffigura un burattino astratto e claudicante: sorretto da un meccanismo a pressione, quando perde l’equilibrio, cade, si scompone per poi rialzarsi e ricomporsi in modo sempre nuovo. 

Al piano inferiore la mostra continua con 55: la video installazione a due canali di Valentina Furianpresenta uno scenario onirico, volutamente ambiguo, in cui il processo narrativo gioca sullo scarto tra finzione e realtà. Infine, sulla terrazza, il percorso espositivo si conclude con Alla luna del duo Antonello Ghezzi, un’installazione partecipativa, poetica ed evocativa: camminando su un tapis roulant che evidenzia sul display la reale distanza della Terra dalla Luna, 384.400 km, i visitatori contribuiranno a un countdown che avvicina il nostro pianeta al suo satellite. 
 
Immersione Libera inaugura in occasione di miart per poi inserirsi tra gli eventi che animeranno il Parenti District – ART & DESIGN, un nuovo distretto di sinergie tra arte, arti performative e design, voluto dal Teatro Franco Parenti e dai Bagni Misteriosi in occasione della Milano Design Week.

Immersione libera prende il via lunedì 1 aprile. La mostra sarà visitabile da martedì a venerdì dalle 16.00 alle 21.00. Sabato e domenica l’apertura è anticipata alle 14.00. Aperture speciali in occasione di miart – dalle 10 alle 22 – e del Fuorisalone – dalle 14 alle 22. 
 
Si ringrazia Technogym, l’azienda italiana leader mondiale nella fornitura di tecnologie, servizi e prodotti di design per il Wellness, che per l’installazione Alla luna di Antonello Ghezzi ha messo a disposizione “Run Personal”, il tapis roulant della linea PERSONAL, che rappresenta la sintesi perfetta di tecnologia all’avanguardia e funzionalità, frutto della collaborazione tra Technogym e il design d’autore di Antonio Citterio. 

 

 

 

4. GUCCIONE Tramonto a Punta Corvo

GUCCIONE ,Tramonto a Punta Corvo

 

A MENDRISIO IL MARE E IL CIELO DI PIERO GUCCIONE

La prima retrospettiva post mortem che ripercorrere il viaggio attorno al mare di Guccione attraverso l’esposizione di 56 capolavori dal 1970 fino alla conclusione del suo percorso.

Dal 7 aprile al 30 giugno 2019 il Museo d’arte Mendrisio presenta una grande antologica dedicata a PIERO GUCCIONE (1935-2018), tra i più grandi artisti italiani del secondo Novecento, attivo sino allo scorso anno, celebre per le sue magnifiche marine.

Non c’è mai stato un artista che sia riuscito a dare la dimensione della luce e della relazione tra l’azzurro, il mare e il cielo come Piero Guccione. Nato nel 1935 a Scicli e recentemente scomparso, per oltre quaranta anni ogni mattina Guccione ha guardato il mare cercando di coglierne le variazioni, non per semplice descrittivismo, ma per trovarci sempre l’anima dell’uomo.

«Mi attira l'assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento.» Guccione ha portato la sua ricerca ai limiti dell’astrazione, restando tuttavia ben ancorato alla realtà. Persino nelle ultime opere dove la rarefazione è condotta all’estremo e il senso di vuoto diventa qualità principale, egli vuole e sa rimanere pittore di un’antica tradizione radicata nel dato realistico, figurativo.

Con la prima retrospettiva post mortem, il Museo d'arte Mendrisio intende ripercorrere il viaggio attorno al mare di Guccione attraverso l’esposizione di 56 capolavori tra oli e pastelli, a partire dal 1970 fino alla conclusione del suo percorso. La scelta delle opere è stata curata dal Museo d’arte Mendrisio in collaborazione con l'Archivio Piero Guccione.

Un catalogo di 120 pagine, edito dal Museo d’arte Mendrisio, documenta con fotografie e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e seguite da apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni.

Una mostra incantevole per ricordare un grande artista.

 

 

 

Storie in Movimento mostra mudec interno

Immagine della mostra "Storie in movimento. Italiani a Lima, Peruviani a Milano" - Foto tratta dal sito del MUDEC

 

 

Storie in movimento. Italiani a Lima, Peruviani a Milano

I legami storico-culturali tra Milano, l'Italia e il Perù nella mostra in partenza al MUDEC, concepita in collaborazione con l'Università Statale.

Fino al 14 luglio, al MUDEC Museo delle Culture di MilanoStorie in movimento. Italiani a Lima, Peruviani a Milano, la mostra nata dalla collaborazione tra Maria Matilde Benzoni, docente di Storia della Spagna e dell'America latina e di Storia moderna al dipartimento di Scienze della mediazione linguistica e di Studi interculturali dell'Università Statale di MilanoGiorgia Barzetti Carolina Orsini, conservatrici del MUDEC, e il team di antropologhe coordinato da Sofia Venturoli dell'Università degli Studi di Torino.

Al centro del percorso espositivo il racconto dei legami storico-culturali tra Milano, l'Italia e il Perù sul filo di molteplici esperienze di vita, individuali e collettive, da "scoprire" attraverso gli intrecci che legano, nel tempo e tra loro, i diversi protagonisti della mostra: Antonello Gerbi (1904-1976), capo dell'Ufficio studi della Banca Commerciale Italiana e studioso di storia delle idee costretto a un decennale esilio in Perù (1938-1948), a causa delle leggi razziali e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, capace di trasformarsi proprio a Lima in un grande americanista; l'artista peruviano Jorge Eduardo Eielson (1924 -2006), giunto in Europa nel 1948, la cui intensa produzione, ricca di elementi preispanici, è intimamente legata all'Italia, e a Milano, in particolare; la variegata e numerosa comunità peruviana milanese, che con la ricchezza delle sue tradizioni culturali e il dinamismo socioeconomico contribuisce a fare della Milano contemporanea una vitale "città mondo".

La mostra dà voce a testimonianze ed espone documenti, opere e materiali messi a disposizione da numerosi prestatori, per restituire al visitatore una "storia" frutto dell'integrazione di prospettive storiche, antropologiche, fino al cinema documentario. In particolare per la sezione dedicata ad Antonello Gerbi, curata più da vicino da Maria Matilde Benzoni, di rilevante importanza per la realizzazione della mostra sono stati i contributi della famiglia Gerbi, dell'Archivio storico di Intesa Sanpaolo e della Biblioteca di Scienze della Storia e della Documentazione Storica dell'Università Statale di Milano.

Il percorso espositivo al MUDEC si inserisce nel ricco palinsesto di iniziative "Milano Città Mondo #04 Perù", a cura dell'Ufficio Reti e Cooperazione Culturale del Comune di Milano che, insieme alla comunità peruviana milanese, farà conoscere più da vicino il Perù alla città attraverso conferenze, incontri, proiezioni ed eventi promossi, anche in collaborazione con l’Università Statale, in programma fino a fine maggio.

 

 

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Nulla è lasciato al caso. "Trascendenza" di Alberto di Fabio

La mostra a cura di Sabino Maria Frassà ci accoglie in un luogo inconsueto, negli spazi di Gaggenau Hub a Milano, showroom del noto Brand tedesco, dove l’arte dialoga con altre forme d’arte. Recensione a cura di Camilla Delpero.

La mostra “Trascendenza” di Alberto di Fabio a cura di Sabino Maria Frassà ci accoglie in un luogo inconsueto, non canonico del mondo dell’arte, che tuttavia con essa ha creato un connubio vincente. Fino al 1 aprile si potranno ammirare le opere del Maestro negli spazi di Gaggenau Hub a Milano, showroom del noto Brand tedesco, dove l’arte dialoga con altre forme d’arte.

Le opere in mostra, di cui alcune totalmente inedite, sono volutamente in numero limitato. Esse rimbombano nel luogo asciutto e lineare al fine di concentrare l’attenzione dello spettatore sia sulle tele di grande formato, tipiche della poetica di di Fabio, sia su mosaici del tutto, appartenenti alla collezione dell’artista.

I colori terrosi, caldi anch’essi insoliti nella sua produzione, riverberano la bellezza del pennello che ricrea liquide stratificazioni. I suoi dipinti sono compositi e composizioni di differenti livelli di liquido; delle sinapsi che creano congiunzioni infinite.

 

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In particolare mi ha accattivato il mosaico dorato posto sul pavimento, visibile da ogni angolazione,collocata in tale posizione dal curatore per essere la chiave di interpretazione della mostra. L’artista ha usato l’oro, materiale prezioso tipico delle pale d’altare medioevali per richiamare forse quella sacralità che un tempo veniva affidata alla preziosità del materiale, sacralità che ora viene dissacrata nel pensiero umano.

La sua è una visione orizzontale del mondo che porta e deve portare a un maggiore distaccamento dall’usuale punto di vista verticale. Il gioco delle tessere dei due mosaici rappresenta e diventa un mantra che l’artista stesso esegue cercando di distogliere il pensiero dalle cose terrene ed elevarlo verso una pura spiritualità. Come in tutte le filosofie orientali il gesto non è solo un mezzo per raggiungere la perfezione, ma è la perfezione stessa. Che si tratti di tessere, ricami, mosaici il gesto porta la mente ad innalzarsi.

Nulla è lasciato al caso. Tutto è collegato ad un discorso più complesso, un’arte che vuole ritornare e ritrovare un tempo biologico, un tempo meditativo non inquinato dalla frenesia e disillusione quotidiana.

 

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  Giorgio Morandi, natura morta, olio su tela, 1923 1924.

 

 

Exit Morandi al Museo Novecento

A cinquantacinque anni dalla scomparsa del grande pittore il Museo Novecento ospita una mostra dedicata alle opere dell’artista bolognese.

Dal 15 marzo al 27 giugno a cinquantacinque anni dalla scomparsa del grande pittore il Museo Novecento (Piazza Santa Maria Novella, 10, Firenze) ospita Exit Morandi, una mostra dedicata alle opere dell’artista bolognese.

La mostra, curata da Maria Cristina Bandera e Sergio Risaliti, vede la collaborazione con Fondazione Roberto Longhi Villa Brandi e si avvale dei prestiti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, della Banca Monte dei Paschi di Siena e di significative collezioni private.

L’esposizione prende origine da quattro importanti dipinti conservati al Museo Novecento appartenuti ad Alberto Della Ragione, tra cui un acquerello con una rara figura femminile che reca la data puntuale “11 aprile 918”, piccolo capolavoro su carta, che palesa le straordinarie capacità di aggiornamento dell’artista sulle avanguardie e la sua personale sintesi figurativa, svolta in un linguaggio già essenziale e anticonvenzionale. La grandezza di Morandi fu subito evidente a Roberto Longhi, che non interromperà mai il confronto umano e intellettuale con l’artista. I due, pur frequentandosi per decenni, si daranno sempre del “lei” nei loro scambi epistolari; un’affinità tra uno storico dell’arte e un pittore iniziata sul finire del 1934, in occasione della prolusione tenuta da Longhi in veste di nuovo titolare della cattedra di Storia dell’Arte all’Università di Bologna. In “un’aula gremitissima” Longhi concluse la sua illuminata revisione dei Momenti della pittura bolognese parlando in questi termini di Morandi: “E finisco col trovar non del tutto casuale che, uno dei migliori pittori viventi d’Italia, Giorgio Morandi, ancor oggi, pur navigando tra le secche più perigliose della pittura moderna, abbia, però saputo sempre orientare il suo viaggio con una lentezza meditata, con un’affettuosa studiosità, da parer quelle di un nuovo incamminato”. Un viaggio di cui sono stati interpreti vigorosi anche Cesare Brandi, Francesco Arcangeli e Carlo Ludovico Ragghianti, ovvero i punti cardinali della critica novecentesca relativa all’arte del maestro bolognese. Da qui le basi di un progetto espositivo speciale, che raccoglie opere appartenute o gravitate nell’orbita dei quattro illustri storici dell’arte, a sugellare, nello scorrere del tempo e nel cambiare delle stagioni, la fedeltà nei confronti della silente e ferma pittura di Morandi.

In mostra si potranno ammirare nature morte, paesaggi, fiori e una serie di incisioni, espressione artistica che vede in Morandi uno dei maggiori rappresentanti dei suoi anni e che gli valse il premio internazionale alla Biennale di San Paolo del Brasile nel 1953.

Ideazione e curatela Maria Cristina Bandera e Sergio Risaliti. Un progetto di Mus.e in collaborazione con Fondazione Roberto Longhi e Villa Brandi.