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 Pino Musi Border Soundscapes

 Pino Musi, Border Soundscapes (Artphilein Editions, 2019)

"#1 - La fotografia un cantiere aperto" mostra ospitata da Artphilein Library di Lugano

Per la prima mostra ospitata da Artphilein Library viene proposta una riflessione sulle percezioni restituite dall’osservazione del paesaggio dei territori di periferia. 

Per la prima mostra ospitata da Artphilein Library viene proposta una riflessione sulle percezioni restituite dall'osservazione del paesaggio dei territori di periferia.

Rispetto alle "regole" (urbanistiche, architettoniche, logistiche, ecc.) che permeano le città e i paesi con un centro ben definito e uno sviluppo controllato, le periferie sono luoghi "altri", spesso di rottura, disarmonici, con stati di fatto e un'organizzazione sovente di difficile interpretazione, a tratti spiazzante. Le periferie ap­ paiono essere degli spazi disorganizzati, incompiuti, sospesi, senza vie di fuga o prospettive rassicuranti, in attesa di una più organica strutturazione.

In seguito alla pubblicazione del libro Border Soundscapes (Artphilein Editions, 2019), abbiamo invitato l'autore Pino Musi a selezionare alcuni libri dalla collezione di Artphilein Library per una riflessione sullo sguardo fotografico alla periferia cittadina. Musi seleziona trenta titoli e, con un breve testo, ci regala una sua riflessione.

Questa mostra è parte dell'undicesima edizione della Biennale dell'immagine, Bi11 CRASH.

A Bi11 De Pietri Artphilein Foundation, Artphilein Editions e Artphilein Library partecipano anche con: la mostra dedicata alla pubblicazione Border Sounscapes accompagnata da due fotografie originali e alcuni appunti visivi dell'autore Pino Musi (CRASH IN TRANSITO/Frequenze, Corso San Gottardo 8A, Chiasso). Per maggiori informazioni sulla manifestazione: www.biennaleimmaqine.ch

De Pietri Artphilein Photobook Project Contest

Sono aperte le iscrizioni al primo Artphilein Photobook Project Contest dal tema "CRASH", in tutti i suoi significati sia negativi (scontro, rottura) che positivi (rinascita, cambiamento).

La partecipazione è gratuita ed aperta a tutti.

Per maggiori informazioni visitate il sito www.artphileinlibrary.org

Artphilein Library è un'iniziativa di De Pietri Artphilein Foundation.

In decenni di ricerche e selezione, con particolare attenzione alla contemporaneità, i signori De Pietri e De Pietri Artphilein Foundation hanno raccolto un consistente nucleo di libri di fotografia e sulla fotografia. Nel contesto di questa tipologia di libri, una particolare cura è dedicata ai libri d'artista fotografici ed all'editoria indipendente.

Sin dalla propria creazione, De Pietri Artphilein Foundation promuove delle iniziative per presentare e aprire al pubblico parti delle proprie collezioni. Alla collezione di libri di fotografia e sulla fotografia la fondazione dedica Artphilein Library.

La fotografia, un cantiere aperto di Pino Musi

Quello fra la città e la fotografia è un legame indissolubile, Jean-Luc Nancy non ha dubbi. È una coincidenza che si radica nella storia e che si riattiva ogni volta che lo sguardo di un fotografo interroga lo spazio urbano, mettendone in luce le articolazioni e gli infiniti rapporti.

La fotografia non è soltanto limite che distingue, esibisce, ma è estensione ideale di ciò che racchiude e che, mentre racchiude, ci fa, finalmente, immaginare. La città è un testo che la fotografia continuamente riscrive. Ma la città è anche - e sempre di più oggi che il visivo ci invade - esperienza di ascolto. In quegli spazi al limi­ te delle città dove non c'è sedimento esistenziale, dove si percepisce uno stato di limbo, dove le strade non sono ancora definite e le funzioni non ancora assegnate, spesso si manifesta, inatteso, un suono difforme, un corto circuito imprevisto. Qualcosa che è in grado di permettere lo sviluppo di un pensiero che può rinnegare e rigenerare la sintassi fotografica. Lo dimostra il lavoro degli autori contenuti in questa proposta di volumi. Tra il 1965 e il 1971, Lewis Baltz creò un corpus di opere concentrate sulla dialettica tra forme geometriche minime e regolari trovate nel panorama industriale americano del dopoguerra e la cultura che generò tali forme. Baltz chiamò le sue opere "Prototipi", con le quali intendeva convenzioni sociali replicabili ed anche "modelli" di produzione, replicabili. Questo lavoro fu alla base delle successive declinazioni visive di ciò che, sempre convenzionalmente, chiamiamo "periferia", ma che non è, per un fotografo, "il luogo del bando e del banale" - per citare ancora Nancy - piuttosto il luogo dove raffreddare la pulsione alla spettacolarizzazione ed ai virtuosismi dello sguardo, per intraprendere la strada di un'osservazione più attenta, acuta, profonda. Della città non resta, quindi, mai niente immobile, tutto è costantemente in divenire, un cantiere aperto. Come del resto sempre aperto (alla sperimentazione) è il cantiere della fotografia.

 

Libri selezionati:

 

Aa. Vv.

Chietera Giuseppe, Tasca Fabio

Pearce Nathan & Carpenter Tim

Paysages photographies en Fran-

The Point and Shoot Series

Stil/ Feel Gone

ce /es années quatre-vingt

Artphilein Editions, 2019

Deadbeat Club, 2018


Hazan, 1989

Aa. Vv.

New Topographics Steidl, 2013


Conolly Berris                                   Piller Peter

Sheffield Photographs 1985-1987        Von Erde Schoner

Devi Lewis Publishing, 2019                Verlag Bernd Detsch, 2017


Aa. Vv.

Incompiuto. La nascita di uno Stile The birth of a style

Humboldt Books, 2018

Adams Robert The New West Steidl, 2015

Ashkin Michael

Horizont

TIS books, 2018

Baltz Lewis

The New Industriai Park near

/rvine

Steidl, 2001

Baltz Lewis

The Prototype Works

Steidl, 2011

Basilico Gabriele Ritratti di Fabbriche SugarCo., 1981

Brohm Joachim

Area1

Steidl, 2002


Fastenaekens Gilbert

Site

Arp, 1997

Graham Paul American Night Steidl, 2004

Greco Pascal Hong Kong INFOLIO, 2018

Johansson Gerry American Winter MACK, 2018

Kirchner Andre

Stadtrand Berlin 1993/1994

Hartmann Projects, 2019

Mahler Ute & Werner

Kfeinstadt

Hartmann Projects, 2018

Mortensen Lars Rolfsted

In Search of Habitat

The Velvet Celi, 2015

Myers John

Looking at the Overlooked

RBB. 2019


Santoro Salvatore Saluti da Pinetamare sei published , 2012

Schmidt Michael

Ber/in Nach 45

Steidl, 2005

Toshio Shibata

Yodaka

Nazraeli Press, 2014

Shore Stephen Uncommon Places Aperture, 2004

Sternfeld Joel On This Site Steidl, 2012

Tschersich Andreas

Peripher

Edition Patrick Frey, 2016

Zielony Tobias

Vele

Spector Books, 2014

 prize2019 20

Giuseppe Uncini / Termoli 2019, installation view al MACTE, ph Gino di Paolo

  

 

Max Mara Art Prize for Women, in collaborazione con Whitechapel Gallery annunciano le finaliste dell'ottava edizione 2019-2021

Le finaliste del premio edizione 2019 - 2021 sono state selezionate da una giuria presieduta da Iwona Blazwick, OBE, Direttrice di Whitechapel Gallery e Florence Ingleby (gallerista), Chantal Joffe (artista), Fatima Maleki (collezionista), Hettie Judah (critica d’arte).

Whitechapel Gallery, Collezione Maramotti e Max Mara sono liete di presentare le cinque finaliste dell’ottava edizione del Max Mara Art Prize for Women: Allison Katz, Katie Schwab, Tai Shani, Emma Talbot e Hannah Tuulikki. 

Le artiste si sono trovate oggi alla Collezione Maramotti per presenziare all’annuncio ufficiale e all’inaugurazione del progetto Che si può fare, realizzato dalla settima vincitrice del premio, Helen Cammock ed esposto per la prima volta la scorsa estate alla Whitechapel Gallery di Londra.

Le finaliste del premio edizione 2019 - 2021 sono state selezionate da una giuria presieduta da Iwona Blazwick, OBE, Direttrice di Whitechapel Gallery e composta da: Florence Ingleby (gallerista), Chantal Joffe (artista), Fatima Maleki (collezionista), Hettie Judah (critica d’arte).

Il Max Mara Art Prize for Women nasce nel 2005 da una collaborazione tra la Whitechapel Gallery e il Max Mara Fashion Group, con la finalità di promuovere artiste emergenti che lavorano nel Regno Unito consentendo loro di sviluppare il proprio potenziale, oltre a ispirare nuovi sguardi e prospettive sull’Italia del XXI secolo. La vincitrice – il cui nome sarà annunciato agli inizi del 2020 – potrà trascorrere un periodo di residenza di sei mesi in Italia, ideata a misura dell’artista, dopo aver presentato alla giuria una proposta per un nuovo progetto artistico. L’opera risultante verrà presentata per la prima volta alla Whitechapel Gallery di Londra per poi essere esposta alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia nel 2021. 

Iwona Blazwick, OBE, Direttrice di Whitechapel Gallery e Presidente della giuria del Max Mara Art Prize for Women, ha dichiarato: "Questo premio unico nel suo genere offre tempo, spazio e sostegno economico per consentire alle artiste di sviluppare il proprio potenziale. Per troppo tempo le donne artiste hanno dovuto lottare per conquistare un giusto riconoscimento. Il Max Mara Art Prize offre ad artiste di diverse generazioni l’opportunità di trascorrere un periodo formativo di diversi mesi in Italia e le risorse per creare un nuovo importante progetto che le porrà al centro dell’attenzione del mondo".

Le artiste finaliste del Max Mara Art Prize for Women 2019-2021 sono:

Allison Katz (n. 1980)
Allison Katz è nata in Canada, a Montréal, vive e lavora a Londra. La sua pratica artistica comprende pittura, ceramica, grafica e scrittura. Nel suo lavoro mescola immagini familiari di animali, figure umane e still-life con narrazioni astratte e surreali. Con variazioni di scala, che passano dalla dimensione domestica a quella monumentale, Katz aggiunge una dimensione testurale ai suoi quadri, creando incrostazioni superficiali di sabbia o riso. Battute e giochi di parole abbondano nei suoi lavori, in un gioco di rimandi umoristici tra testo e immagini che crea punti di confluenza paradossali, se non assurdi.

Katie Schwab (n. 1985) 
Katie Schwab vive e lavora a Londra. Le sue opere si sviluppano facendo propri i contesti sociali, storici e formali che ne determinano la creazione. L’artista documenta il sapere e le abilità condivise tra artisti, studenti, operatori museali, tecnici e cittadini comuni, mediante un processo creativo che intende facilitare la partecipazione ad atelier, incontri, lezioni e tour, insieme a una ricerca su materiale d’archivio, storia orale e campionari. Schwab si serve di diverse tecniche, tra cui tessitura, ceramica, ricamo, ebanisteria, stampa, video e molto altro, che trovano una comunanza nella considerazione di una manifattura collettiva.

Tai Shani (n. 1976)
Tai Shani è nata a Londra, dove vive e lavora. La sua pratica multidisciplinare comprende performance, film, fotografia e installazioni. Shani crea sculture dai colori brillanti poste all’interno di elaborate installazioni che talvolta riportano testi sperimentali scritti dall’artista. Shani intende reimmaginare l’alterità femminile in quanto totalità perfetta, inserita in un mondo che comprende cosmologie, miti e storie che negano il patriarcato. Shani è stata selezionata per il Turner Prize 2019 per la sua partecipazione a Glasgow International 2018, la personale DC: Semiramis a The Tetley, Leeds e la partecipazione alla mostra collettiva Still I Rise: Feminisms, Gender, Resistance.

Emma Talbot (n. 1969)
Emma Talbot vive e lavora a Londra. La sua opera esplora temi autobiografici. L’artista elabora e articola memorie e stati psicologici in poesie visuali o ruminazioni associative, attraverso il disegno, la pittura, installazioni e scultura. Le immagini nelle sue opere sono dirette e tracciate a mano, risultanti in rappresentazioni immediate, aperte e inventive di ciò che è visto nella mente. Incorporando la propria scrittura, riferimenti e citazioni da altre fonti, Talbot combina testi, immagini e modelli per evocare il simbolico, il metaforico e il quotidiano. Il suo lavoro esplora il sé, la politica e la società, il genere, il "mondo naturale", la nostra intimità con la tecnologia e il linguaggio.

Hanna Tuulikki (n. 1982)
Hanna Tuulikki, nata a Brighton, artista, compositrice e performer, lavora a Glasgow, in Scozia. La sua pratica artistica abbraccia performance, film e installazioni audiovisive multicanale, fondendo insieme voce, danza, costume e disegno. I suoi progetti multidisciplinari indagano "i modi in cui il corpo comunica oltre le parole, gravitando verso gli spazi ‘nel mezzo’, sia esso umano-e-più-che-umano, maschio o femmina, antico o contemporaneo”. Con un interesse particolare per la 'mimesi' - l'imitazione o l'incarnazione del 'mondo naturale' - all'interno delle tradizioni interculturali di musica e danza, il suo lavoro esplora i luoghi delle narrazioni popolari, della memoria, del rituale e della tecnologia in ambienti ed ecologie specifici. 

 

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Hokusai, Hiroshige, Hasui - Viaggio nel Giappone che cambia alla Pinacoteca Agnelli

Il percorso espositivo propone, attraverso una selezione di 100 straordinarie silografie dei tre maestri, Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kawase Hasui, un viaggio nei luoghi più suggestivi del Giappone, reali e immaginari. 

La Pinacoteca Agnelli di Torino presenta, da sabato 19 ottobre sino a domenica 16 febbraio 2020, la grande esposizione Hokusai Hiroshige Hasui. Viaggio nel Giappone che cambia.
 
In mostra le opere di due grandi Maestri del “Mondo Fluttuante” dell’Ottocento, Katsushika Hokusai (1760 - 1849) e Utagawa Hiroshige (1797 - 1858), insieme alle stampe moderne di Kawase Hasui (1883-1957), pittore esponente del movimento shin hanga ("nuove stampe"), che portò avanti i temi e le tecniche delle silografie policrome anche nelle epoche Meiji (1868-1912), Taishō (1912-1926) e parte della Shōwa, fino a metà degli anni Cinquanta del Novecento quando venne nominato “Tesoro nazionale vivente” nel 1956.
 
L’esposizione è curata da Rossella Menegazzo, docente di storia dell’Arte dell’Asia Orientale dell’Università di Milano, e Sarah E. Thompson curatrice del Boston Museum of Fine Arts, ed è organizzata dalla Pinacoteca Agnelli in collaborazione con il Museo di Boston insieme a MondoMostre. Main partner del progetto è FIAT.
 
Il percorso espositivo propone, attraverso una selezione di 100 straordinarie silografie dei tre maestri, Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kawase Hasui, un viaggio nei luoghi più suggestivi del Giappone, reali e immaginari, raccontando il mondo artistico di un paese che tra fine Ottocento e inizio Novecento subisce un’enorme trasformazione sotto l’influenza dell’Occidente alla scoperta di come il mondo fluttuante, reso noto dai primi due maestri, scivoli dentro una società che aspira ai canoni artistici europei, e non solo, di cui Hasui è testimone.
 
I visitatori potranno vivere una esperienza completa, prima sperimentando su di sé la meraviglia e l’emozione che all’epoca dovettero provare artisti come Monet, Van Gogh, Degas, Toulouse-Lautrec di fronte alla freschezza, alla semplicità e al forte impatto delle opere di Hokusai e Hiroshige, i due straordinari paesaggisti che contribuirono a rivoluzionare il linguaggio pittorico della Parigi di fine Ottocento; e poi, vedendo l’evoluzione di quelle immagini del Mondo Fluttuante traslate in epoca moderna, attraverso l’abilità, la nostalgia e la tecnica innovativa di Hasui, per la prima volta in un confronto diretto con le opere più importanti dei pittori classici della tradizione giapponese.
 
La mostra sarà corredata da un catalogo.


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Giuseppe Uncini / Termoli 2019, installation view al MACTE, ph Gino di Paolo

  

 

MACTE Museo di Arte Contemporanea di Termoli partecipa alla Quindicesima Giornata del Contemporaneo

Il Museo aprirà gratuitamente i suoi spazi, con orario prolungato: dalle 11 fino alle 22 il pubblico potrà visitare sia la mostra Giuseppe Uncini / Termoli 2019

Per la prima volta il MACTE – Museo di Arte Contemporanea di Termoli partecipa alla Quindicesima Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI, l'Associazione dei Musei di Arte Contemporanea Italiani. Sabato 12 ottobre il Museo aprirà gratuitamente i suoi spazi, con orario prolungato: dalle 11 fino alle 22 il pubblico potrà visitare sia la mostra Giuseppe Uncini / Termoli 2019 – a cura di Arianna Rosica e Gianluca Riccio, visitabile fino al 12 gennaio 2020 che Art is Easy, il focus curato da Laura Cherubini con Arianna Rosica sulla Collezione Permanente del Premio Termoli.
Il neonato museo molisano, inaugurato lo scorso aprile, offrirà ad appassionati e curiosi l'occasione di visitare non solo l'edificio dell'ex mercato ittico oggi riconvertito a spazio espositivo e luogo di cultura, ma anche di approfondire la storia del Premio Termoli e del suo importante patrimonio, oggi restituito alla città.

In continuità con il progetto di riscoperta e rilettura scientifica delle oltre 470 opere appartenenti al patrimonio del Premio Termoli avviato dal MACTE al momento della sua apertura, la mostra dedicata a Giuseppe Uncini (Fabriano, 1929 – Trevi, 2008) si configura come la prima di una serie di esposizioni personali dedicate ai principali esponenti della ricerca artistica italiana che nel corso del tempo hanno partecipato al Premio – istituito nel 1955 – generando opere che sono entrate a far parte del patrimonio del Comune molisano. Seguendo tali linee guida, l’obiettivo che il MACTE intende perseguire a partire dalla mostra Giuseppe Uncini / Termoli 2019 è quello di valorizzare la storia del Premio Termoli, rendendo la Collezione Permanente del Museo luogo e punto di partenza per un dialogo e un confronto tra artisti di diverse generazioni, grazie a un programma espositivo che, accanto agli approfondimenti sui maestri dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, contempli la realizzazione di una serie di mostre dedicate ad artisti contemporanei, aperte a linguaggi differenti, dal design all’architettura, dalla video arte alla fotografia.    
 
La mostra Giuseppe Uncini / Termoli 2019 raccoglie undici opere appartenenti ai diversi periodi della ricerca del maestro marchigiano, dalle sperimentazioni dei primi anni Sessanta, caratterizzate dall’uso del cemento armato come elemento centrale della sua scultura, alla parentesi pittorica connessa alla riflessione sulle strutture primarie e sull’ombra della metà degli anni Settanta, sino alle soluzioni più mature degli anni a cavallo tra Novanta e Duemila, in cui il rapporto con l’architettura e con lo spazio – espositivo e ambientale – è andato definendosi come fulcro della sua produzione.
 
Le opere di Uncini selezionate dai due curatori, di diverse dimensioni e tecniche – dalle grandi sculture appartenenti al ciclo degli Spazi-ferro e degli Spazi-cemento, alle inedite e originali sculture in ceramica e ferro dei primi anni Duemila – saranno distribuite all’interno della grande sala centrale del MACTE in un percorso espositivo circolare progettato dal designer Andrea Anastasio che, oltre a proporsi come un tragitto punteggiato da opere emblematiche dei diversi cicli di ricerca dell’artista di Fabriano, sarà in grado di restituire allo spettatore tutta la duttilità creativa di Uncini assieme alla sua capacità di adottare, all’interno di una continuità formale e poetica, soluzioni linguistiche e materiali continuamente differenti.
 
A completamento della mostra, nel mese di novembre verrà pubblicato un catalogo, a cura di Arianna Rosica e Gianluca Riccio. La pubblicazione verrà in seguito presentata all'interno del programma di appuntamenti MACTE incontri, che accompagneranno la mostra per tutta la sua durata.

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Un nuovo caso di censura di Facebook sull'arte

L'opera Uneasy di Francesca Piovesan - un seno con una cicatrice - censurata e cancellata sulla pagina Facebook di Cramum. Di chi abbiamo o dobbiamo aver paura? Chi e da cosa ci sta difendendo? Chi veramente dovremmo combattere? 

L'opera Uneasy di Francesca Piovesan - un seno con una cicatrice - censurata e cancellata sulla pagina Facebook di Cramum dovrebbe far ripensare una volta di più al Mondo in cui viviamo: di chi abbiamo o dobbiamo aver paura? Chi e da cosa ci sta difendendo? Chi veramente dovremmo combattere?

Cramum e Ama Nutri Cresci non sono nuovi alla censure di Facebook: in passato erano state censurate immagini di allattamento o le riflessioni critiche sull'ignoranza. Non per questo smettiamo di indignarci e di invitare tutti a continuare a riflettere sul deterioramento dell'informazione, sulla censura e l'atrofia culturale indotta da questa pseudo "social-democrazia".

Condividiamo quindi oggi un nuovo caso di censura da parte di Facebook nei confronti di un'opera d'arte: Facebook ha deciso di censurare (a nulla è valso l'"appello") e rimuovere dalla nostra pagina CRAMUM un articolo vecchio di sei mesi (del 13 aprile) dedicato all'opera Uneasy di Francesca Piovesan, che affronta il tema del dolore e dell'empatia umana. L'opera era stata presentata all'interno della mostra "Una stanza tutta per me" curata da Sabino Maria Frassà per Cramum e Ventura Projects durante la DesignWeek (aprile 2019) e aveva incontrato riscontro unanime di pubblico e critica.

Uneasy si compone di una serie di scatti fotografici di parti di corpi di donne segnate dal dolore. Tutte le fotografie sono ricoperte da una velatura nera termosensibile che si dissolve quando lo spettatore tocca l'opera, "riscaldandola". Tra le immagini di questa opera c'è anche quella di un seno con una cicatrice derivante dall'asportazione di un tumore. Proprio questa è l'immagine che ha determinato la censura irrevocabile di Facebook per presunti riferimenti espliciti alla sessualità. Come spiega il curatore Sabino Maria Frassà invece “queso lavoro riflette sul fatto che ognuno di noi custodisce in sé e persino nasconde/reprime tutte quelle caratteristiche e quelle immagini di sé ‘non facili’, scomode (da qui il titolo Uneasy). Spesso nascondiamo anche a noi stessi questi pensieri, non affrontandoli e passando la vita a seppellirli nel nostro profondo. È solo il nostro calore insieme a quello di chi ci sta accanto a permetterci di riscoprire, vedere e infine affrontare il dolore e le (nostre) paure rappresentate in queste opere. Uneasy è quindi un lavoro dal forte significato "sociale", motore di empatia e compassione collettiva. Un lavoro difficile che parla di dolore, in una società "social" in cui tutto sembra sempre e comunque felice".

Dopo questa ennesima censura è il caso di ripensare una volta di più al Mondo in cui viviamo: di chi abbiamo o dobbiamo aver paura? Chi e da cosa ci sta difendendo? Chi veramente dovremmo combattere? Facebook ci protegge non mostrandoci queste immagini?
Senz'altro troppo semplice imputare la colpa esclusivamente al Sistema o agli altri. Se è vero che i social possono scatenare la parte peggiore di ogni essere umano, trasformando i più vigliacchi in leoni da tastiera, ricordiamoci sempre che sono nati come strumenti per liberare le menti, non per renderle atrofizzate e inermi.  La miglior protesta è perciò continuare a impiegare tutti gli strumenti della tecnologia quale volano di conoscenza e spunto di riflessione individuale e autonoma, non conformandosi a sterili regole, ma cercando di essere soggetti attivi della società, motori di cambiamento.

Speriamo perciò che anche voi possiate parlare dell'accaduto, conoscere e condividere questo incredibile delicato e raffinato lavoro artistico, trasformando la censura di Facebook in un'opportunità se non altro per porsi qualche domanda.

Uneasy si può scaricare liberamente a questo link:
http://amanutricresci.com/wp-content/uploads/2019/10/uneasy2019.pdf


 maram

  

 

Che si può fare di Helen Cammock e Rhizome and the Dizziness of Freedom di Mona Osman alla Collezione Maramotti

Il progetto include un film, una serie di incisioni su vinile, un fregio serigrafato e una stanza di ricerca in cui sono esposti libri e oggetti raccolti durante la residenza di sei mesi in Italia.

Collezione Maramotti è lieta di annunciare l'apertura di due nuove mostre: Che si può fare di Helen CammockRhizome and the Dizziness of Freedom di Mona Osman.

Helen Cammock, vincitrice della settima edizione del Max Mara Art Prize for Women e nominata al Turner Prize 2019, dopo la prima tappa alla Whitechapel Gallery di Londra presenta la nuova mostra Che si può fare con un allestimento rielaborato per gli spazi della Collezione. Il progetto include un film, una serie di incisioni su vinile, un fregio serigrafato e una stanza di ricerca in cui sono esposti libri e oggetti raccolti durante la residenza di sei mesi in Italia. La mostra sarà inoltre arricchita da un libro d’artista realizzato lo scorso luglio all’Istituto Centrale della Grafica di Roma.
Nell’opera di Cammock si intrecciano la narrativa femminile incentrata sulla perdita e sulla resilienza con la musica barocca composta da musiciste del Seicento, ispirazioni e racconti attraverso cui l’artista ha esplorato il concetto del lamento nella vita delle donne attraverso storie e geografie. 

Mona Osman, giovane artista con base a Bristol alla sua prima mostra personale in Italia, presenta un ciclo di nuovi dipinti realizzati per la Pattern Room della Collezione.
Osman ha lavorato contemporaneamente a tutte le nuove opere, in cui si ritrovano influenze e rimandi derivati da un lavoro concepito nello stesso tempo, in un unico spazio: l’ultimo anno, nello studio dell’artista.
Introdotta da un trittico di ritratti allestito su una parete esterna della sala principale, la mostra include tre grandi tele e due di medie dimensioni. Partendo dall’idea di affiancare episodi biblici a nozioni tratte dalla filosofia esistenzialista – e con l’intento di porre domande, più che di offrire risposte – Osman ha sviluppato pittoricamente una densa riflessione teorica e spirituale sulla ricerca del Sé.

Visita con ingresso libero negli orari di apertura della collezione permanente.
13 ottobre 2019: 14.30 – 18.30
17 ottobre 2019 – 16 febbraio 2020
Giovedì e venerdì 14.30 – 18.30
Sabato e domenica 10.30 – 18.30
Chiuso: 1° novembre, 25–26 dicembre, 1 e 6 gennaio

Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia
Tel. +39 0522 382484
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collezionemaramotti.org