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L’avventura dell’arte nuova | anni 60-80 Cioni Carpi | Gianni Melotti

La formula scelta si compone di due mostre distinte accomunate però da un fil rouge: la transmedialità, l’audacia creativa, l’esplorazione di forme d’espressione inedite. 

La Fondazione Ragghianti presenta Cioni Carpi | Gianni Melotti dal 3 di ottobre fino al 6 gennaio 2021.

Come scrive il direttore Paolo Bolpagni, «la prima mostra che la Fondazione Ragghianti presenta, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, dopo lo sconvolgimento provocato dall’epidemia vuol essere un segno di speranza, già dal titolo. È un inno alla vivacità dell’invenzione, dello sperimentare soluzioni originali. L’ambizione è di offrire, in un momento non facile, un contributo alla ripartenza, scandagliando vicende artistiche della seconda metà del Novecento meritevoli di attenzione. Innovativa è anche la formula scelta: questa “avventura” si compone infatti di due mostre distinte, allestite da Arrigoni Architetti, con i rispettivi cataloghi, accomunate però da un fil rouge: la transmedialità, l’audacia creativa, l’esplorazione di forme d’espressione inedite. L’obiettivo è d’indagare un periodo di grande fermento nell’Italia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, riscoprendo personaggi poliedrici e inventivi».

La mostra su Cioni Carpi (Milano, 1923-2011), a cura di Angela Madesani, comprende il percorso dell’artista dal 1960 circa agli anni Ottanta. È presentata una quarantina di opere, fra dipinti, installazioni, lavori fotografici, filmati, disegni, progetti, libri creati in unica copia, documenti. Cioni fu un uomo complesso e ricco di sfaccettature. Figlio di Aldo Carpi, a lungo direttore dell’Accademia di Brera, cominciò a dedicarsi alla pittura a Parigi. Da qui si trasferì ad Haiti, poi a New York e quindi in Canada, da dove tornò infine nella sua Milano. Negli Stati Uniti aveva conosciuto la regista Maya Deren, che lo spinse verso la sperimentazione cinematografica. Dal 1959 al 1980 realizzò molti film d’artista, ora conservati in importanti archivi, tra cui quello del MoMA. Un altro terreno di lavoro fu per lui il teatro: memorabili le scenografie per il Piccolo e le collaborazioni con compositori come Giacomo Manzoni e Bruno Maderna. Un ulteriore capitolo fu legato alla Narrative Art, della quale Carpi è riconosciuto fra i protagonisti in àmbito internazionale. Invitato alla Biennale di Venezia nel 1978 e nel 1980 da Vittorio Fagone (che poi diventerà, all’inizio degli anni Duemila, direttore della Fondazione Ragghianti), la sua creatività si esplicò anche nella fotografia, nelle installazioni, nel video, nel disegno, nella scrittura, nel libro d’artista, oltre che nella pittura. Questa mostra è la riscoperta sorprendente di un grande “irregolare”, a lungo sottovalutato.

La mostra su Gianni Melotti (Firenze, 1953), a cura di Paolo Emilio Antognoli, documenta lo sviluppo dei primi anni del suo lavoro artistico, dalle sperimentazioni in bianco e nero senza uso della macchina fotografica alle coloratissime opere tridimensionali realizzate su tessuti decorati. Lo scopo è d’indagare un periodo di grande fermento nella Toscana degli anni Settanta e Ottanta. Sono qui presentati i risultati di una ricerca storica e archivistica di prima mano riguardante gli esordi dell’attività di Melotti, dal 1974 al 1984, sia nell’autonomo sviluppo artistico ch’egli conobbe, sia nei rapporti intrattenuti con personaggi come Lanfranco Baldi, Luciano Bartolini, Giuseppe Chiari, Mario Mariotti, Bill Viola, alcuni dei quali legati all’esperienza di art/tapes/22, lo studio fiorentino dedito alla produzione di videotapes, di cui Gianni Melotti divenne il fotografo “ufficiale” proprio nel 1974. Ne scaturisce l’affresco sorprendente di un ambiente culturale che vide transitare da Firenze e dalla Toscana grandi nomi dell’avanguardia internazionale, da Vito Acconci a Chris Burden, da Daniel Buren a Urs Lüthi, da Joan Jonas a Joseph Kosuth, da Jannis Kounellis a Nam June Paik, da Giulio Paolini a Robert Rauschenberg. La parola-chiave era “interazione”: fra architettura e design radicale, editoria e video, musica e i nuovi off-media artistici. Melotti fu uno dei protagonisti di quella stagione e seppe maturare un linguaggio concettuale dagli esiti personalissimi, ben testimoniato in mostra.

 

 

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 Kennedy Yanko.Photo Dylan Beckman. Courtesy l’artista

 

GALLERIA POGGIALI MILANO presenta Kennedy Yanko "Because it’s in my blood"

La prima personale in Italia dell’artista newyorchese. 

Lo spirito sovversivo del rame affilato e l’ambiguità percettiva del fragile lattice dalle tinte forti monocrome: dal 24 settembre 2020 al 20 novembre 2020, la Galleria Poggiali, nella sua sede di Milano, presenta Because it’s in my blood, prima personale in Italia dell’artista newyorchese Kennedy Yanko (St. Louis, 1988).

Because it’s in my blood, è un omaggio a Betty Davis. Il titolo è preso in prestito dalla canzone F.U.N.K contenuta nell’album Nasty Gal del 1975. Simbolo di una generazione ed esempio di emancipazione sia per le donne che per la comunità afroamericana, Betty Davis, attraverso la sua musica, ha espresso la volontà di non dare per scontate le regole imposte da una società basata su principi ingiusti, gridando la sua indipendenza e insistendo nel continuare a vedere il mondo per come lei lo vedeva e non come gli altri pensavano dovesse vederlo. Ora ritorna più attuale che mai la necessità di essere liberi, di esprimere sé stessi senza censure. Censurare qualcosa solo perché non si è in grado di comprenderlo significa privarsi, sia individualmente che collettivamente, di crescita, turbamento e messa in discussione.

In mostra nella galleria Milanese, sette nuove produzioni, frutto di una ricerca in relazione alla combinazione di metallo di riuso e lattice dipinto che l’artista porta avanti da alcuni anni; opere di dimensioni variabili, dalle più piccole, Jimmie e Space che possono essere osservate nella loro interezza, alla più grande Crow, che occupa una parete intera. I titoli delle opere si ispirano alle parole usate da Davis, personificando gli elementi della vita della cantante e amplificando il rapporto che intercorre tra le opere. Anche se queste forme astratte potrebbero non richiamare immediatamente le immagini dell'era FUNK, la loro ambiguità nel contesto di Betty Davis consente agli spettatori di esplorare le riflessioni che sorgono nel pensare a questa icona femminile sottovalutata e alle opere di Yanko.

Yanko riconosce come il metallo faccia pensare subito all’industria ma per lei si tratta semplicemente di un materiale derivato dalla natura. È composto di atomi come il resto della materia e ha la capacità di mutare, trasformarsi e cambiare; il lattice dipinto che incorpora nella sua pratica estrae questa malleabilità dal metallo e aumenta la portata e la sensibilità di ogni opera. Le opere esposte in Because it’s in my blood imbrigliano questo spirito sovversivo, invitando l'osservatore a mettere in discussione ciò che vede. Fedeli a Betty Davis e a un'influenza surrealista, le sculture offrono un’irrisolvibile ambiguità e invitano lo spettatore a esaminarli e riesaminarli.

 In occasione della mostra verrà realizzato un volume edito dalla Galleria Poggiali contenete un testo critico dello scrittore e curatore newyorchese Cristian Viveros-Fauné. Viveros-Fauné collabora con importanti testate internazionali, di settore e non, come ad esempio Art in America, artnet, Artnews, ArtNexus, Frieze, The New Yorker e The New York Press; si ricordano inoltre alcuni dei suoi testi critici scritti per mostre di grande successo, fra cui, Authentic/Ex-centric: Conceptualism in Contemporary African Art (49° Biennale di Venezia), Beuys and Beyond (Deutsche Bank Collection traveling exhibition), Ahmed Alsoudani (Phoenix Art Museum, Phoenix, USA).

 

 
  1. Kennedy Yanko.Photo Dylan Beckman. Courtesy l’artista
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 apre part museo con opere della fondazione san patrignano

 

 

Apre Part, museo con opere della Fondazione San Patrignano

È stato inaugurato a Rimini PART, nuovo sito museale dove trova collocazione permanente l’eclettica raccolta di opere di arte contemporanea donate da artisti, collezionisti e galleristi alla Fondazione San Patrignano. 

Palazzi dell’Arte di Rimini ha aperto le sue porte con una grande festa aperta a tutta la città. Il nuovo sito museale si colloca all’interno del complesso monumentale medievale costituito dal duecentesco Palazzo dell’Arengo e dal trecentesco Palazzo del Podestà, i due imponenti edifici contigui di grande rilevanza storica e architettonica che insieme a Palazzo Garampi, al Teatro Galli e alla Pescheria si affacciano sulla Piazza Cavour, cuore della città.

All’interno di questo suggestivo contesto, interessato da un primo intervento di riqualificazione, trova casa la Collezione della Fondazione San Patrignano, raccolta di opere donate di affermati artisti contemporanei del panorama italiano e internazionale in costante espansione, avviata nel 2017.

Il restauro e il riadeguamento funzionale degli edifici sono stati realizzati dallo Studio AR.CH.IT guidato da Luca Cipelletti, che ha anche firmato la messa in scena e l’allestimento della Collezione di San Patrignano. Il progetto museografico segue e ricalca l’eclettismo e la natura disomogenea della collezione come punto di forza e propone grazie a modalità allestitive innovative una fruizione del contenuto estremamente libera, non scandita da un percorso di relazioni storico-critiche tra le opere. All’interno di PART le opere sono protagoniste: della relazione con gli spazi medievali del Palazzo dell’Arengo e del Podestà, e della relazione con il visitatore. Per la parte di illuminotecnica, volta a valorizzare la collezione, unitamente alle architetture dello spazio, ci si è rivolti all’architetto e lighting designer Alberto Pasetti Bombardella.

Quest’opera di riqualificazione artistico-culturale della città è stata resa possibile attraverso un intenso lavoro sinergico tra pubblico e privato sociale: l’intesa tra Comune di Rimini e Fondazione San Patrignano ha permesso di dotare la città di un innovativo museo pensato per essere a un tempo occasione di avvicinamento all’arte contemporanea per il pubblico generale e strumento per valorizzare al massimo le donazioni ricevuti dalla comunità.

La raccolta d’arte contemporanea ospitata dal PART è il risultato, in continua crescita ed evoluzione, della prima grande iniziativa italiana di endowment su modello anglosassone: le opere della raccolta sono state donate alla Fondazione San Patrignano con atti che impegnano la Fondazione a non alienarle per un periodo minimo di cinque anni, contribuendo alla loro messa in valore rendendole visibili al pubblico; successivamente potranno essere cedute solo in caso di esigenze straordinarie della comunità per soddisfare prioritarie necessità degli ospiti in percorso di recupero dalla tossicodipendenza.

La raccolta è già oggi una ricca collezione contemporanea che riunisce artisti di grande valore come: Mario Airò, Vanessa Beecroft, Bertozzi&Casoni, Domenico Bianchi, Alessandro Busci, Maurizio Cannavacciuolo, Loris Cecchini, Jake e Dinos Chapman, Sandro Chia, Roberto Coda Zabetta, George Condo, Enzo Cucchi, Anne de Carbuccia, Thomas De Falco, Nicola De Maria, Gianluca Di Pasquale, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Sam Falls, Flavio Favelli, Giuseppe Gallo, Alberto Garutti, Giorgio Griffa, Shilpa Gupta, Mona Hatoum, Damien Hirst, Carsten Höller, Emilio Isgrò, Giovanni Iudice, William Kentridge, Loredana Longo, Claudia Losi, Iva Lulashi, Ibrahim Mahama, Agnes Martin, Paul McCarthy, Igor Mitoraj, Davide Monaldi, Gian Marco Montesano, Mimmo Paladino, Yan Pei-Ming, Tullio Pericoli, Achille Perilli, Diego Perrone, Luca Pignatelli, Pino Pinelli, Michelangelo Pistoletto, Gianni Politi, Jean Paul Riopelle, Pietro Ruffo, Mario Schifano, Julian Schnabel, Elisa Sighicelli, Andreas Slominski, Ettore Spalletti, Francesco Vezzoli, Velasco Vitali, Silvio Wolf, Xiaongang Zhang.

Il PART vanta di un’opera site-specific dell’artista David Tremlett, realizzata con l’aiuto dei ragazzi della comunità San Patrignano.

Le architetture medioevali dei palazzi entreranno in dialogo aperto con le opere contemporanee ospitate al loro interno, lungi dall’essere dei semplici contenitori, attiveranno delle inedite reti di significato che permetteranno al visitatore di vivere una esperienza unica, regalando inaspettati e inediti punti di vista.

Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi ha detto: “Rimini da tempo ha scelto di costruire il suo futuro perseguendo un nuovo modello di sviluppo che ha nella valorizzazione del patrimonio storico, culturale e artistico una delle sue principali direttrici. Un cambio di paradigma, per una città che riparte dalla sua identità, dalle sue radici, con uno sguardo sempre più internazionale e costantemente proiettato al domani: questa è la direzione di marcia che la città intrapreso e che si sposa alla perfezione con l’esperienza e la realtà della Fondazione San Patrignano, con cui abbiamo intrapreso questo stimolante ‘esperimento’ che oggi diviene museo aperto città.

PART segna un nuovo modello di dialogo tra pubblico e privato, uniti da un obiettivo comune. Rimini ha un nuovo spazio che va a inserirsi nel quadrilatero urbano che comprende il Museo Fellini, Castel Sismondo e Piazza Malatesta, il Teatro Galli, il Ponte di Tiberio”.

“Quello che si celebra – ha commentato Letizia Moratti – è un percorso sinergico che attraverso cultura e arte, alimenta un nuovo modello di collaborazione tra pubblico e privato. Un modello in grado di promuovere cultura, occupazione, sviluppo economico, riqualificazione urbana nel nome e per conto dell’innovazione, della qualità, della responsabilità sociale e della partecipazione allargata. Ringrazio la città di Rimini e il suo sindaco per aver creduto fin dall’inizio in questo progetto di alleanza virtuosa a cui San Patrignano contribuisce con la propria collezione d’arte, nata dall’idea, mutuata dalla tradizione delle fondazioni anglosassoni, di dotarsi di una risorsa patrimoniale per eventuali progetti di natura straordinaria.

Tutte le opere, frutto unicamente di donazioni, affrontano temi chiave per San Patrignano, come l’emarginazione, il disagio sociale, l’accoglienza, la rinascita. Credo che questo progetto rappresenti un unicum nel suo genere e possa costituire uno stimolo per progetti simili in un paese come il nostro che dovrebbe costruire anche sulle leve dell’arte e della cultura una delle direttrici di sviluppo attuale e futuro”.

La confluenza delle opere nel PART è il punto di arrivo della esposizione itinerante “La collezione San Patrignano. WORK IN PROGRESS” che dal 2018 ha portato le opere della raccolta in alcune delle principali istituzioni museali italiane: la Triennale di Milano, Palazzo Drago a Palermo, il Maxxi di Roma, il Museo di Santa Giulia a Brescia e la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze.

Clarice Pecori Giraldi, che ha la responsabilità del coordinamento curatoriale della Collezione, dice: “Il concetto di patrimonio artistico in Italia è prevalentemente ricondotto all’arte antica; l’apertura di PART è un’ulteriore testimonianza che anche l’arte contemporanea può contribuire in maniera significativa a questo patrimonio. Queste opere d’arte per la Fondazione San Patrignano costituiscono un tesoro finanziario oltre che artistico. Viene riconosciuta l’opera d’arte come asset patrimoniale rispetto a donazioni più tradizionali.

Un altro aspetto radicalmente innovativo è il fatto che la Fondazione si assume la responsabilità nei confronti dei donatori – collezionisti, artisti, galleristi – di valorizzare i doni ricevuti attraverso un’attenta politica espositiva, iniziata con le mostre temporanee e che oggi, con l’apertura del PART nel cuore storico di Rimini, raggiunge il proprio momento culminante, realizzando di fatto la perfetta armonia tra valore culturale e sociale del progetto”.

L’apertura del PART è la consacrazione di un vivace percorso nato da un’intuizione che reinventa il rapporto tra pubblico e privato sociale, dando vita a un sistema virtuoso che apporta benefici all’individuo, alla città, al territorio e quindi alla collettività.

 

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© Fondazione Marconi | Lucio Del Pezzo, A Juan Gris, 1978, inchiostro e acquarello su carta, 26,5 x 37,5 cm.

 

Studio Marconi '65 omaggia Lucio Del Pezzo

La prima personale in Italia dell’artista newyorchese. 

Studio Marconi ’65 dal 23 settembre al 30 ottobre 2020 ricorda Lucio Del Pezzo, recentemente scomparso, con una selezione di suoi disegni e opere grafiche.

Particolarmente intensa è stata la collaborazione di questo artista con Giorgio Marconi: iniziata nel 1965 con la prima partecipazione alla mostra inaugurale di Studio Marconi, è passata attraverso le più recenti esposizioni del 2009 e 2014 alla Fondazione Marconi, per concludersi con l’ultimo omaggio a lui dedicato dalla galleria di via Tadino 17, in occasione di miart 2018.

Napoletano per nascita e formazione, Lucio Del Pezzo si trasferisce a Milano dal 1960, dove partecipa al clima culturale della città. Sono gli anni cruciali della sua carriera, in cui è presente alla Triennale di Milano (1964) e alla Biennale di Venezia (1964 e 1966) e nel giro di pochi anni il suo lavoro acquista un respiro internazionale.

Elaborate con accenti originali e con il gusto e la manualità dell’artigiano, le sue opere mostrano uno stile inconfondibile in cui convivono componente ludica e spirituale. Ognuna delle sue pitture-oggetto è accuratamente progettata: emblemi figurali, come triangoli, cerchi, coni, bersagli, birilli, frammenti di cornicioni denotano l’intento dell’artista di dare un peso determinante all’elemento iconico. Ne deriva una continua tensione tra l’aspetto giocoso, di divertissement beffardo, e quello strutturale, morfologico e compositivo.

Le opere qui raccolte per ricordare questo protagonista della nostra storia e della scena artistica contemporanea, scomparso lo scorso 11 aprile, sono comprese tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta e presentano gli stessi caratteri distintivi dei più noti “quadri-oggetto” di Del Pezzo.

In apparenza semplici e istintive, ma in realtà complesse e piene di contrasti, sono perlopiù realizzate a inchiostro e matita su carta, talvolta con collage e interventi all’acquarello e traboccano di elementi disparati e ricorrenti, segni di un linguaggio inconfondibile attraverso il quale l’universo fantasioso di Del Pezzo continua a esprimersi e a raccontare nuove storie, sempre in bilico tra gioco e metafisica.

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    Kennedy Yanko.Photo Dylan Beckman. Courtesy l’artista
     
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Copyright © 2020 Cramum Art & Ama Nutri Cresci, All rights reserved

 

 

"Leda e il Cigno Nero" - la prima mostra personale di Julia Bornefeld a Milano da Gaggenau Hub

In concomitanza con la Milano Design City viene inaugurata la personale di Julia Bornefeld a cura di Sabino Maria Frassà.Cinque mostre di arte contemporanea legate dal tema del Blu, allestite contemporaneamente nelle sale bianche del piano nobile di Villa Croce, e accompagnate da relativi incontri dedicati. In concomitanza con la Milano Design City Gaggenau e Cramum inaugurano il 7 ottobre, con un vernissage digitale aperto a tutti in live streaming, "LEDA E IL CIGNO NERO" personale di Julia Bornefeld a cura di Sabino Maria FrassàIn concomitanza con la Milano Design City Gaggenau e Cramum inaugurano il 7 ottobre, con un vernissage digitale aperto a tutti in live streaming, "LEDA E IL CIGNO NERO" personale di Julia Bornefeld a cura di Sabino Maria Frassà 

In concomitanza con la Milano Design City, Gaggenau e Cramum inaugurano il 7 ottobre, con un vernissage digitale aperto a tutti in live streaming, "LEDA E IL CIGNO NERO" personale di Julia Bornefeld a cura di Sabino Maria Frassà e terza del nuovo ciclo di quattro mostre “On-Air. Il presente è il futuro del passato”, progetto artistico e culturale che animerà il Gaggenau DesignElementi Hub per tutto il 2020 e realizzata in collaborazione con il progetto non profit CRAMUM.

"Leda e il Cigno Nero" è la prima mostra personale meneghina di Julia Bornefeld, artista nota a livello internazionale per aver portato nella scultura il dibattito femminista. "Julia Bornefeld è l'artista dell'indefinito e dell'indeterminazione, maestra nel sintetizzare e far coesistere la razionalità e il peso della materia con l'irrazionalità e la leggerezza del pensiero," spiega il curatore Sabino Maria Frassà. "L'impeto e le forme delle sue opere partono sempre da forme e oggetti comuni - piume, uova, valigie, ombrelli, uccelli - per raccontare qualcosa al di là di ciò che si vede. L'artista non progetta mai i suoi lavori, ma vive di fulminee intuizioni in grado di raccontare l'universo, richiamando forme universali e immagini archetipali".

Julia Bornefeld ha deciso di raccontare attraverso le piume, protagoniste della mostra, la fragilità e la resilienza dell’umanità di fronte alle avversità: al fianco di opere storiche lo spettatore potrà scoprire un corpo di opere inedite, realizzate durante il lockdown, in cui l'immagine del cigno nero - l'evento inatteso che stravolge tutto - si fonde con il mito di Leda, simbolo di una donna e di un'umanità che sa reagire e andare avanti.

L'artista spiega con queste parole la mostra e la sua filosofia di vita: “Il nostro vivere è un inarrestabile viaggio senza alcuna meta prestabilita. L'unica cosa che possiamo fare è imparare a viaggiare con valigie leggere e con un ombrello che ci protegga permettendoci di continuare a camminare”.


Info:

"LEDA E IL CIGNO NERO"

di Julia Bornefeld

(8 ottobre - 13 novembre 2020)

Vernissage digitale 7 ottobre 2020 – Live streaming dalle ore 19.00

 

L'inaugurazione digitale in live streaming è aperta a tutti e per gli ospiti che si collegheranno sarà possibile inviare domande ad artista e curatore.

Gli spettatori potranno scoprire le ultime opere inedite, aneddoti e dettagli della ricerca artistica di Julia Bornefeld attraverso un tour virtuale 360° e contenuti video esclusivi.

Per registrarsi e partecipare al vernissage digitale: LINK

https://www.axterix.it/Rsvp/Gaggenau/2020-Evento_Bornefeld/?extra=3

La mostra è aperta al pubblico su appuntamento:

Gaggenau DesignElementi Hub, Corso Magenta 2

Lun-Ven 10:00-19:00

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Al via un ricco programma di conferenze alla Fondazione Ragghianti

Lectiones magistrales della Fondazione Ragghianti. Ciclo di conferenze a cura di Paolo Bolpagni 

Lectiones magistrales della Fondazione Ragghianti. Ciclo di conferenze a cura di Paolo Bolpagni

 

Giovedì 15 ottobre, ore 17:45

Vittoria Garibaldi: Raffaello per l’Umbria. La Deposizione Baglioni

Sala conferenze “Vincenzo da Massa Carrara”

 

Giovedì 12 novembre, ore 17:45

Patricia Ferguson: Pots, Prints and Politics: Ceramics with an Agenda, from the 14th century to the 20th century - an Introduction (intervento con traduzione consecutiva in italiano)

Alessandro Biancalana: Porcellana e grafica. Manifattura Ginori e tecnica “a riporto”

Sala conferenze “Vincenzo da Massa Carrara”

 

Mercoledì 2 dicembre, ore 17:45

Arnaud Timbert: Restaurer, restituer, créer : Notre-Dame de Paris en chantier (XIXe-XXIe siècle) (intervento con traduzione consecutiva in italiano)

Sala conferenze “Vincenzo da Massa Carrara”

 

I giovedì del restauro. Ciclo di incontri a cura di Annamaria Ducci

 

Giovedì 8 ottobre, ore 17

Ilaria Boncompagni e Laura Speranza "L’Arcangelo Gabriele della Pieve di San Gennaro e il suo restauro"

Mezzanino della Fondazione Ragghianti

 

Giovedì 22 ottobre, ore 17

Andrea Muzzi e Lisa Venerosi Pesciolini "Il restauro e la storia dell’arte: la Madonna col Bambino fra i Santi Pietro e Paolo di Fra Bartolomeo e Mariotto Albertinelli di Pisa"

Mezzanino della Fondazione Ragghianti

 

Giovedì 5 novembre, ore 17

Ilaria Boncompagni, Sara Micheli e Lo Studiolo Lucca "La Madonna col Bambino e Santi attribuita ad Agostino Marti nella chiesa di Santa Maria e San Jacopo a Lammari: la restituzione"

Mezzanino della Fondazione Ragghianti

 

Giovedì 19 novembre, ore 17

Andrea Muzzi, Lorenzo Carletti e Stefano Lupo "Il restauro infinito degli affreschi del Camposanto monumentale di Pisa: storia e innovazione tecnologica" 

Mezzanino della Fondazione Ragghianti