L' "arte" di coniugare Old Masters e proposte innovative

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Intervista al Direttore del MASI di Lugano Tobia Bezzola.

By Camilla Delpero   

 

Come nasce Tobia?

Sono cresciuto nel mondo dell’arte in quanto mio padre era fotografo ed ero sempre a stretto contatto con i diversi artisti con cui lavorava. A livello professionale mi sono avvicinato più tardi in quanto ho studiato filosofia poi ho lavorato come critico, collaboratore per riviste del settore, successivamente ho virato verso le istituzioni museali: prima come freelance negli anni ’80 e poi nel 1995 sono stato assunto al Kunsthaus Zürich come curatore, carica che ho mantenuto fino al 2012. Mi è sempre piaciuto sperimentale con la tipologia delle mostre: tematiche, video art, fotografia ecc. Sono stato fortunato di avere avuto tante possibilità.

Come pubblico aveva più risposte positive su alcuni generi, o temi rispetto ad altri? Inoltre, trova differenze di interesse del pubblico tra Svizzera interna e il Ticino?

Una domanda interessante, non so c’è una grande differenza. C’è sempre meno affluenza per le mostre d’arte contemporanea: la gente è maggiormente interessata alle retrospettive o ai Grandi maestri dell’arte. Sia in Germania, come in Svizzera, a Zurigo o in Ticino il discorso è lo stesso. L’unica differenza è nel pubblico, in quanto in Ticino c’è una grande componente turistica, quindi, è un pubblico eterogeneo. Non abbiamo mai una tipologia di pubblico fissa, solo un terzo del nostro pubblico è ticinese il resto viene dalla Lombardia, Svizzera interna, ecc.  Dipende molto dall’offerta del momento. Inoltre, una parte di questo pubblico non locale è un pubblico di turismo generico che visita il museo quando c’è brutto tempo; abbiamo un riscontro grazie alle cifre che variano molto in base ai periodi, ai mesi e quindi al tempo metereologico. La parte che rimane fissa invece è quella importante, da coltivare, in questo caso si va a progetto. Hanno più potenziale di riuscita i grandi nomi come Magritte, Picasso. A Zurigo c’è un certo numero di musei con offerte simili, qui il non avere molta offerta di questo rende più facile il lavoro a livello locale. In generale esiste anche una differenza di gusto, legata alla cultura. So che ci sono certe tipologie di contenuti e di offerte che funzionano solo in uno dei due mondi.

 

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 Albert Oehlen, Space is the Place, 2020, olio su tela, 250x250. Photo Simon Vogel, copyright 2021, ProLitteris, Zurich.

 

Molti si lamentano che il Ticino, essendo geograficamente nel mezzo, non raccolga il pubblico dalla svizzera interna ma nemmeno dalla vicina Milano. È vero, cosa ne pensa?

Secondo la nostra esperienza dipende molto dal contenuto e dal tema della mostra. È chiaro che per Pietro Consagra (esposto nella Collezione Giancarlo e Danna Olgiati) molti visitatori arrivano da Milano in quanto non era conosciuto per nulla nella Svizzera tedesca.

 

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Pietro Consagra, Ferro trasparente turchese II, 1966, Ferro dipinto, Lastre tagliate, curvate, saldate e dipinte, 60.7 x 44.7 x 9 cm, Collezione privata,  Lugano, Foto: Claudio Abate, © 2021, ProLitteris, Zurich

 

Questo problema del tema, le ha bloccato qualche volta “le mani”? Ossia, per esigenza di pubblico avrebbe voluto esporre un determinato artista ma ha dovuto riformulare il progetto?

No, mai. Ho sempre bisogno di proporre offerte in base al pubblico e alle necessità, ma facendo questo lavoro da molto tempo riesco a gestire tutto nel miglior modo possibile, facendo coincidere interessi ed esigenze espositive. Bisogna sempre valutare cosa inserire nel contesto culturale, geografico e sociale in cui viviamo, sempre tentando di spingersi un po’ oltre. Non ha senso portare artisti per scioccare o altro. Sappiamo quello che abbiamo e le nostre possibilità, questi sono i contenuti atti ad accontentare il pubblico per stimolarlo.

Una sua grande aspirazione.

È sempre importante il pubblico che visita e osserva le mostre, ma lo sono ancora di più il progetto e il fatto che stiamo costruendo questa giovanissima istituzione pezzo per pezzo, stiamo lavorando ad ogni livello: dalle strutture istituzionali, alle convenzioni, ai contratti collettivi, all’organigramma del personale, alle logiche del funzionamento, al reparto di restauro, al gruppo direzionale ecc.  Questo è il progetto che richiede il lavoro maggiore e voglio realizzarlo al meglio. Invece, per quanto riguarda un progetto artistico non ho sogni irrealizzati, anche perché ho iniziato fin da subito in un grande museo dove la programmazione era molto diversa. C’era un pubblico eterogeneo, per cui era normale fare progetti che non fossero legati al proprio gusto personale. Il problema è che ci sono moltissimi argomenti, il mio lavoro è come quello di uno chef che compone un menù che deve accontentare più gusti possibili, mescolando le varie tipologie.

 

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Albert Oehlen – “grandi quadri miei con piccoli quadri di altri”, MASI Lugano, Veduta dell’allestimento.

 

A causa del lockdown ci sono stati molti musei che si sono digitalizzati, lei cosa pensa di digitalizzare le mostre o di sfruttare maggiormente il digitale?

Il digitale è legato alla comunicazione e senza di esso non riusciremmo ad avere una grande diffusione dei nostri programmi. Una cosa che non si può ottenere con il digitale è “l’esperienza”. Il pubblico non viene al museo solo per ricevere un’informazione che può reperire oramai su internet. Le sale del museo ti donano un’esperienza diretta e immediata che non riesci ad ottenere con i canali digitali. Ciascuna istituzione è un organismo sociale, quindi senza socialità muore. È una funzione basilare del museo. Tutto ciò durante il lockdown è mancato parecchio, perché la coesione viene dal sociale. L’identificazione, la simpatia, l’energia e l’impegno per un'istituzione può essere garantita tramite incontri personali, conferenze, inaugurazioni e molto altro.

Cos’è la bellezza per lei?

Questa domanda in Germania non l’avrebbe fatta nessuno in quanto l’arte deve essere utile. C’è un discorso più pratico, spinto sull’aspetto sociale ed educativo. Quindi la concentrazione è sempre sull’utilità, mai sulla bellezza. In Ticino, invece, c'è una tradizione che rispetta la bellezza in quanto tale. È molto importante! Non possiamo perderci in un approccio solo utilitaristico. Forse, la bellezza è il privilegio di creare mostre non solo educative, ma anche belle e che piacciano. Ad esempio, nella mostra “Rovine” di Nicolas Party non c’è una soluzione al Covid, non ci spiega il nostro mondo, non si trova una soluzione per la fame nel mondo ecc. Ci sono artisti la cui arte denuncia, parla di temi e problematiche politiche, ma esiste anche l’arte estetica che rincorre la bellezza, nutrimento per il nostro intelletto. In Ticino è più facile realizzare le due cose.  Cioè avere sia mostre utili, sia mostre “belle”, mi passi questo termine, mostre fini a sé stesse, non per forza di denuncia.

Cos’è l’arte contemporanea per lei?

È tutto ciò che viene prodotto al giorno d'oggi. È più semplice definire l'arte contemporanea parlando di artisti che vivono il nostro presente, ma se si pensa a una definizione meno ovvia e didascalica è chiaro che ci sono tanti contemporanei che non producono opere attuali, ma che dipingono opere con lo stile degli anni ’50. Il bello di questo mondo è che per gli artisti l’arte è sempre uno spazio aperto, non definito su come e cosa fare. Negli ultimi decenni è entrato molto nello spazio dell’arte contemporanea: video, performance, non c’è limite di mezzi e di modi di espressione. Per i giovani questa libertà rende questo mondo molto interessante.

 

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Albert Oehlen – “grandi quadri miei con piccoli quadri di altri”, MASI Lugano, Veduta dell’allestimento.

 

A volte però il non avere confini non crea più un divario deciso tra artisti e artisti della domenica cosa ne pensa?

Si, forse questa apertura rende più facile il fare arte, ma non dobbiamo dimenticare che lo stesso accadeva a Parigi a fine Ottocento in cui c’erano migliaia di artisti; la stessa cosa accadeva negli anni ‘50. Molto importante è l’autopromozione che è diventata una parte integrante dell’essere artisti.

La rivista si chiama Quid Magazine perché vuole indagare il quid, una scintilla che rende uniche le cose. Dove lo intravede?

Domanda un po’ difficile. Bisogna trovare un interesse personale, non basta riempire un programma: la scintilla è anche questo, curare nei dettagli il proprio lavoro perché dominato da un interesse forte e non solo dal dovere. Bisogna trovare una forma giusta affinché rimanga impressa nella mente. Non c’è un concetto unico. In ogni progetto bisogna trovare una scintilla di unicità, solo così sarà veramente riuscito. Gli artisti hanno il privilegio di iniziare progetti dove non si conosce la fine. Noi dobbiamo sapere e calcolare tutto; chi dirige un museo non si può permettere il bello dell’ignoto; bisogna calcolare e approvare le entrate, le spese ecc...

Vuole approfondire qualche tema?

Evidentemente, quello che ci interessa è sapere come continuerà questa situazione. Tornare alla modalità prima Covid oppure no. Magari anche il mondo dell’arte poterà con sé l’esperienza che ha fatto recentemente il mondo della moda, sul quale sono piovute un sacco di critiche per motivi ecologici, di sostenibilità, di produzione ecc. ma anche per la diversity, ecc. Questo mondo che si trovava in una bolla privilegiata ora si deve confrontare con il nuovo sistema; una cosa simile potrebbe accadere anche al mondo dell’arte. Potrebbe cambiare molto il nostro mondo e il nostro sistema: ad esempio i viaggi, i prestiti delle opere, migliaia di persone che si spostano per fare arte; probabilmente questo Covid può aver segnato un cambiamento. Penso più a questo tipo di cambiamenti, piuttosto che a possibili cambiamenti stilistici. Cambieranno le condizioni generali in cui stiamo lavorando per diventare più sostenibili.

 

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Nicolas Party, Rocks, 2014, Pastello morbido su tela, 150 x 180 cm, Collezione Donald Porteous, Foto: Michael Wolchover, © Nicolas Party

 

Questa politeness non è esasperata? Tutta questa apparenza dietro cui si nascondono i giudizi e le persone?

È così, ovviamente cambia il linguaggio, i contenuti, lo staff ecc. Tante di queste cose ci sembrano artificiose, ma sia i musei, sia i media devono adattare il linguaggio allo spirito dei tempi.

Progetti futuri?

Per noi ciò che è complicato è la pianificazione a due, tre anni. Nel mondo pre-Covid si partiva con certe aspettative e si sapeva come agire a livello economico, prefinanziando le mostre che hanno bisogno di trovare il pubblico che porterà ai ricavi necessari. In questo momento è difficile prevedere i guadagni, è complicato fare una previsione a lungo termine, perché il Ticino essendo una regione turistica subisce pesantemente la situazione attuale.

Il Covid le ha cambiato il suo metodo di lavoro? È più facile o meno?

È più difficile, in quanto gli incontri di persona sono necessari, bisogna vedere le opere dal vivo ecc., per cui il Covid ha rallentato e reso più difficoltoso il mio lavoro. Un certo tipo di routine si può fare attraverso piattaforme digitali come Zoom, ma altre cose no. Poi, cosa da non sottovalutare, con il digitale si perde l’elemento di casualità, quando le cose nascono per caso, come accade quando ci si vede. Questo mi manca e riduce la ricchezza emotiva del mio ruolo.