La curiosità è il desiderio di inseguire l’eccellenza nel mio lavoro e nelle mie passioni
 
 
 

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La curiosità è il desiderio di inseguire l’eccellenza nel mio lavoro e nelle mie passioni 

 

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Il chirurgo internazionale della mano Marco Bertani Lanzetta in veste di fotografo racconta la sua doppia anima: "Grazie al Covid ho unito due mondi apparentemente distanti: la fotografia e la chirurgia". 

By Camilla Delpero

 

Come nasce Marco Lanzetta Bertani? Sia come professionista internazionale sia come artista.

Marco chirurgo nasce durante una missione in Africa, alla quale avevo partecipato con l’obiettivo di costruire pozzi d’acqua. In realtà, vicino all’accampamento c’era un piccolo dispensario, e, nel periodo di permanenza, mi sono dedicato più a curare i bambini bisognosi che alla costruzione. Questa è stata la molla che mi ha spinto verso la medicina e la chirurgia. Una scelta naturale e obbligata nello stesso tempo. Ho capito che quella era la mia strada.
È invece più recente la storia di Marco fotografo ed è in parte dovuta al Covid. Credo sia molto importante, quando si incontrano difficoltà, cercare di trarne sempre un insegnamento. Per me la quarantena del 2020 è stata un’opportunità per fermarmi, per scoprire e scoprirmi, e mi ha permesso di riflettere su cose per le quali prima non avevo tempo. È stato molto difficile non andare in sala operatoria durante quei mesi e manualmente dovevo fare pratica costantemente. La fotografia, che è da sempre una mia passione, mi ha dato l’occasione per esercitarmi e nello stesso tempo occupare il mio tempo. Scatto foto fin da quando ero bambino e ho sempre vissuto la fotografia come un’importantissima forma di espressione. Grazie al Covid ho unito due mondi apparentemente distanti: la fotografia e la chirurgia. Ho scelto di stampare le fotografie su supporti non convenzionali, quali alluminio e vetro, che avevano bisogno, a loro volta, di essere montati su supporti più stabili e pesanti. Ho quindi pensato all’alluminio e all’acciaio, che sono materiali a me familiari dal momento che li utilizzo in sala operatoria sotto forma di viti e placche. Ho utilizzato il trapano da banco per perforare le lamine di acciaio e ho montato le foto su queste lastre molto spesse e pesanti. È stato inizialmente complesso dal punto di vista fisico ma, nello stesso tempo, molto soddisfacente e gratificante, perché ho finalmente visto le mie opere finite. Da semplice passatempo, la fotografia è quindi diventata una realtà seria e concreta, alla quale tengo molto.

 

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Progetti futuri?

L’esposizione internazionale di arte fotografica contemporanea MIA fair, alla quale ho partecipato a Ottobre 2021, ha aperto molte possibilità e mi ha permesso di vivere la mia prima, vera esperienza come fotografo. Ho curato il mio stand nei minimi particolari, in modo che i visitatori potessero davvero immergersi e perdersi nel mio mondo. Ho dedicato il progetto “Living Forest” agli alberi e alla natura, per far riflettere sul problema ambientale, oggi attualissimo.

Parlami del progetto “Living Forest”.

Sono molti i soggetti che mi piace fotografare. Tuttavia ho scelto di non dedicarmi a ritratti e grandi paesaggi. Il motivo è dovuto al mio lavoro: per professione sono abituato a usare il microscopio o gli occhialini binoculari, il cui angolo di visuale è molto ristretto. Quindi, per abitudine, ho affinato la capacità di mettere a fuoco i dettagli e concentrarmi su spazi molto ristretti. Il mio occhio è abituato a scandagliare un mondo che non è visibile a occhio nudo. L’angolo di visuale con cui lavoro è di 90 gradi e i soggetti che ho scelto di ritrarre hanno quell’angolazione. Penso che il mio stile ricalchi l’abitudine delle giornate in sala operatoria. Ed è qui che si incontrano chirurgia e fotografia e le mie esperienze si fondono: le foreste sono sterminate, ma anche ritrovabili nel piccolo e in un dettaglio. Quello che cerco di far trapelare dalle mie fotografie di paesaggi è un’idea di finestra che permetta di entrare nel mondo della foresta, che ritengo l’espressione più pura del pianeta e di noi stessi. Mi piacerebbe che lo spettatore attraversasse la fotografia e si trovasse a esplorarsi nell'animo. È bello riappropriarci di qualcosa che ci appartiene, ma che abbiamo dimenticato.

 

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Come mai usi il fotoritocco?

Non voglio che la mia fotografia sia contestualizzabile e che l’osservatore riconosca un paesaggio, un luogo o un momento. L’obiettivo è di donare, sia a livello cromatico che contestuale, momenti di approfondimento e introspezione personale, non tanto di ammirazione di una bella foresta (non rincorro le foto di un National Geographic). Non voglio riprodurre la bellezza della natura per com’è, ma andare oltre: proporre qualcosa che stimoli una vibrazione-emozione con una capacità di introspezione e di silenzio che ci predisponga a un’analisi di noi stessi. Le tre “S” che ricordo sempre - silenzio, solitudine e spiritualità - sono elementi che si trovano essenzialmente in una foresta o in pochi altri luoghi, tra cui la sala operatoria. I miei due mondi spesso si incontrano e hanno delle costanti in comune.

Ritorniamo con una domanda al tuo universo lavorativo: perché hai scelto di concentrarti sulla chirurgia della mano?

Come chirurgo mi sono dapprima specializzato in microchirurgia, imparando a riparare parti del corpo infinitamente piccole (nervi, arterie, tendini ecc.). È un mondo straordinario dove, ogni due millimetri, c’è qualcosa di importante. Quando si guarda qualcosa di minuscolo attraverso il microscopio, diventa grande e tangibile. La mano ne rappresenta uno straordinario esempio. Per questo motivo per me è stato semplice e spontaneo passare dalla microchirurgia alla chirurgia della mano. Un’altra ragione è stata la mia esperienza in Australia nell’ambito della microchirurgia sperimentale. Ho scoperto la microchirurgia della mano presso il Microsearch Foundation di Sydney, che era ed é tuttora un centro straordinario, un’eccellenza in termini di avanguardia, tecniche e idee. Era gennaio 1990 e ho detto a mia moglie di voler ripartire da zero. Sono sempre stato una persona molto curiosa, con la voglia di imparare, scoprire ed esplorare. La curiosità è il desiderio di inseguire l’eccellenza nel mio lavoro. Durante tutti i viaggi che ho fatto in giro per il mondo avevo la consapevolezza di andare a imparare dal migliore. Una cosa che consiglio, non solo ai miei figli, ma a tutti i giovani, è di imparare da un talento: lui ti donerà il suo sapere e la sua esperienza. Solo allora lo potrai superare. È così che nasce il progresso.

Cos’è la bellezza per Marco?

Sono un esteta e sono alla costante ricerca della bellezza, sia nelle mie fotografie che in sala operatoria. Il fatto di essere chirurgo della mano vuol dire essere multi-specialista: devi occuparti di ortopedia, chirurgia plastica, nervosa e ricostruttiva. È necessario possedere delle capacità trasversali. Inoltre, essendo la mano un organo visibile, l’elemento estetico è molto importante. Abbiamo una responsabilità ancora maggiore, in quanto dobbiamo rendere gli esiti chirurgici esteticamente invisibili. Per fare un esempio, ho affrontato l’estetica della mano quando ho svolto i primi trapianti al mondo: è evidente che uno dei criteri principali per scegliere un donatore sia quello estetico. A differenza degli organi interni che non si vedono, per le mani bisogna considerare altri fattori: devono essere dello stesso colore, età e dimensione. Il nostro è un mondo di bellezza assoluta e tutto deve essere rapportato a questo parametro. Se vogliamo ampliare il raggio di questo discorso, la terra è la cosa più bella che esista. Chi rovina il pianeta rovina anche sé stesso. Noi abitiamo questa terra così come abitiamo il corpo che ci è stato dato e abbiamo il dovere di rispettare e di custodire al meglio entrambi.

 

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La tua natura è sempre incontaminata?

Mi è capitato di scattare alcune fotografie di foreste incendiate. La mia natura a volte è sofferente, ma resta sempre incontaminata e priva dell’elemento umano. Voglio che le mie immagini creino delle vibrazioni personali e che la nostra immersione nella foresta e la sua scoperta coinvolgano tutti i sensi, provocando nell’osservatore un’esperienza extrasensoriale. Ho visto alberi superstiti a un incendio e la cosa mi ha trasmesso una profonda tristezza, perché conservavano ancora la memoria di quanto accaduto. Essendo immobili, non potevano che essere testimoni della strage dei loro simili. Tuttavia, un confronto con un amico mi ha fatto riflettere e cambiare prospettiva, facendomi pensare a loro come a nonni con l’esperienza del passato, che guardano i nuovi abeti appena nati come se fossero dei nipoti. Questa nuova interpretazione è ciò che voglio ottenere dal mio lavoro. Le mie foto devono essere come dei mantra visivi, che consentano di entrare in uno stato tipico di meditazione.
La prossima mostra si intitolerà “0 decibel”. Grazie a un’app che registra i decibel del luogo in cui ci si trova, sono riuscito a scattare foto a zero decibel. È un’esperienza che nessuno ha sperimentato, in quanto è raro trovarsi in luoghi così speciali. Esisteranno circa dieci posti a zero decibel in tutta la terra e sono stato fortunato a visitare almeno due di questi luoghi, dove ho sperimentato il silenzio assoluto. Con questa tecnica ho voluto cristallizzare con la fotografia sia l’immagine sia il suono totalmente assente per rendere eterno un momento in assenza totale.

 

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La rivista si chiama Quid Magazine perché vuole indagare il quid, tu dove lo intravedi il quid?

È la curiosità. Sono naturalmente curioso e sono un sognatore. Come diceva Van Gogh “Sogno i miei dipinti e dipingo i miei sogni.” Ho sognato le cose che ho voluto fare, le ho sognate talmente intensamente che poi non ho potuto fare altro che renderle concrete.