Gian Butturini, un fotografo "Contro" e dalla parte degli ultimi
 
 
 

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Gian Butturini, un fotografo "Contro" e dalla parte degli ultimi

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I figli Tiziano e Marta Butturini raccontano esperienze e aneddoti con il papà Gian Butturini in occasione della mostra “Gian Butturini -Londra 1969 / Derry 1972- Un fotografo contro” alla Galleria Still di Milano.

By Camilla Delpero

 

Come è nata questa nuova pubblicazione di “London 1969/Derry 1972”?  Come nasce inoltre questa esposizione alla Galleria Still di Milano con annesso catalogo?

Tiziano Butturini La mostra nasce dall’incontro di progetto tra la Associazione Gian Butturini e la Galleria Still Fotografia di Milano; il nuovo volume “Gian Butturini -Londra 1969 / Derry 1972- Un fotografo contro” è il catalogo della mostra con la selezione delle opere visibili fino al 6 marzo 2022. In Galleria si può anche acquistare il libro “London by Gian Butturini”, reprint del 2017 con prefazione di Martin Parr, eguale all’originale del ‘69. In questa esposizione abbiamo messo sia le foto sulla Swinging London che le immagini dell’Irlanda del Nord. Vengono sottolineate tutte le contraddizioni del Regno Unito dell’epoca colte magistralmente dall’autore. Due realtà nel medesimo Paese e nello stesso periodo storico completamente differenti tra loro: la vita pur problematica della grande metropoli planetaria e lo stato d’assedio militare dopo il Bloody Sunday a Derry, la gente nelle strade londinesi e la guerra civile nell’Irlanda del Nord con l’esercito britannico che spara sulla folla inerme uccidendo 14 persone. Già nel libro “London” nostro padre raccontava contrapponendo immagini, impaginando ad esempio accanto alla foto della pollivendola quella della guardia della regina, il senza tetto e la lady snob, l’hippy e l’uomo della city. L’accostamento delle foto di una bigliettaia di colore e del gorilla dello zoo rinchiuso in gabbia sono state a tal punto equivocate da aver generato un’ignobile quanto infondata accusa di razzismo. Le due foto e il libro sono stati presi di mira tanto da richiederne la messa al bando. In realtà l’autore nella introduzione aveva chiarito che l’appaiamento delle foto significava il suo rifiuto di ogni sorta di segregazione, quella cui era sottoposta la persona di colore e la reclusione del gorilla. L’intento era la denuncia non certo l’evocazione dello stereotipo razzista ma Il libro, a causa della insostenibile forte pressione mediatica cui fu sottoposto l’editor Martin Parr, fu tolto dal mercato per essere mandato al macero. Pazzesco. Solo alcune clausole contrattuali di salvaguardia che avevamo stipulato con l’editore Damiani di Bologna ci hanno consentito di salvare il libro dal macero rilevando le copie fatte rientrare a nostre spese da USA e UK. Ora può essere richiesto online cliccando www.gianbutturini.com . Nostro padre in verità ha sempre lottato contro ogni forma di razzismo documentando atrocità e ingiustizie; è sempre stato dalla parte degli ultimi … per questo la vicenda è assurda e ci ha lasciato molto indignati e spaventati che l’opera di papà potesse essere macchiata d’infamia. Per fortuna molti media ci hanno supportato anche se non lo hanno fatto i media inglesi che hanno sposato la tesi dell’accusa di razzismo. Paradossalmente la polemica non ha fatto che porre nuova attenzione sul lavoro di nostro padre facendolo maggiormente conoscere.

 

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Marta Butturini La cosa più intelligente ora è cavalcare la storia, grazie a tutti gli avvenimenti che seguiranno grazie ai documenti storici di nostro padre possiamo rispolverare vecchi servizi per commemorare momenti storici con nuove mostre ed appuntamenti. Mi affascinano molto le foto scattate in quel presente perché sono documenti da preservare e diffondere.

Fare delle foto in bianco e nero o farle a colori cambia l’intensità oppure no?

T.B Sceglieva in base alla situazione. In Chiapas, Messico come in India ha fatto anche foto a colori. Prediligeva il bianco e nero, ma a seconda delle situazioni non escludeva il colore. In un ambiente indiano o nel deserto del Sahara il colore permetteva di avere una maggiore percezione della realtà, ad esempio degli abiti variopinti delle donne animati dal vento.

M.B Anche in Cile ’87 ci sono foto a colori, il suo scopo era produrre una fotografia impegnata. Le manifestazioni, le rivolte, gli scioperi, la psichiatria sono soggetti da lui trattati per documentare una realtà … è chiaro che il bianco e nero dà quella freddezza, quel rigore tipico delle foto di reportage. Tuttavia l’esigenza visiva a volte lo ha portato a usare il colore.

 

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Parliamo dell’Associazione Gian Butturini, le sfide e le soddisfazioni più importanti.

T.B L’Associazione è nata nel 2012 e si è resa necessaria per diffondere la sua opera quando lui è venuto a mancare. Abbiamo rieditato alcuni volumi a partire da “London” e dall’unico dei suoi quaranta libri con gli appunti di viaggio dei tanti reportage, “Daiquiri” (1989, riedito da Mimesis nel 2016) arricchendo la nuova edizione con decine di fotografie inedite. Abbiamo riproposto e/o allestito molte mostre non solo per ricordare avvenimenti quali il Bloody Sunday di cui il 30 gennaio si è commemorato il cinquantesimo anniversario. A Milano e a Livorno una nostra mostra aveva titolo “Poi cadde il muro di Berlino” documentando, grazie alla foto di papà, anche ciò che c’era nella DDR prima che cadesse il muro. Abbiamo diffuso una sua grande mostra del 1998 su Franco Basaglia e il lavoro dei suoi successori. Gian Butturini ha seguito per trent’anni tutte le fasi della nuova psichiatria. Le ultime foto le ha scattate a Trieste nell’estate del 2006 mentre Annamaria Castellan lo fotografava. La nostra prossima soddisfazione sarà la divulgazione di un video ancora inedito sul Cile con foto tratte dai suoi due libri realizzati prima del golpe e in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II a Pinochet. Le foto d’attualità sono del cileno Luis Hidalgo. Musiche di Horacio Duran degli Inti-Illimani, grande amico di nostro padre.

M.B La sfida più grande è la necessità di tenerlo vivo. Quando era in vita il suo scopo principale era trovare i fondi per realizzare i reportage, realizzare libri e/o mostre. Non si è mai preoccupato di sviluppare il suo lascito artistico e nel corso degli anni ha lasciato un’infinità di fotografie. Il mio ruolo è quello di prendere in mano l’eredità di papà e tramutarla in qualcosa in concreto donando nuova luce a ciò che ha fatto. All’inizio ero un po’ persa dalla mole di materiale, fortunatamente man mano sono arrivate richieste mirate che mi hanno permesso di iniziare da un argomento o periodo storico preciso; non ero più immersa in un archivio tutto da digitalizzare e mi sono concentrata sulle richieste per la strutturazione del lavoro.

 

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Un progetto futuro dell’Associazione Gian Butturini?

T.B C’è un progetto ambizioso per Bergamo - Brescia capitale italiana della cultura 2023. Gian Butturini è stato anche un grande regista, la sua originalità era saper esprimersi attraverso varie forme d’arte. Nei libri fotografici si percepisce che è stato un designer e nel cinema si coglie il profilo del fotoreporter. Tra le cose importanti nel 1980 ha diretto il film con Lino Capolicchio “Il Mondo degli Ultimi”, un colossal ambientato nella pianura padana nell’immediato dopoguerra. Ora l’obiettivo è organizzare nel programma della manifestazione 2023 una Mostra Immersiva dedicata al Grande Cinema tratta da “Il Mondo degli Ultimi” di Gian Butturini, “L’Albero degli Zoccoli” di Ermanno Olmi e “Il Pianeta Azzurro” di Franco Piavoli”. Un progetto multimediale di forte impatto visivo ed emotivo. Qui di seguito il video con le tecnologie che verranno utilizzate.

M.B Abbiamo tanti progetti e soprattutto la necessità di organizzarli con una sede appropriata; rivolgiamo un appello agli appassionati di fotografia in modo che se lo desiderano ci possano sostenere. Nello statuto ci sono varie tipologie di soci; si può sostenere l’Associazione con una donazione, oppure partecipando alla gestione dell’archivio, del sito o rendendo disponibile uno spazio da adibire a sede. Noi vorremmo avere un posto fruibile soprattutto dai giovani, un luogo che sia un ritrovo per gli appassionati di fotografia.

 

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Un insegnamento di papà?

T.B Stare dalla parte degli ultimi; lui interpretava questa missione. Gian Butturini nasce con matrice cattolica, ha vissuto da bambino il fascismo, si è affermato da designer e architetto d’interni negli anni del boom economico.  Allora aveva avuto molto successo anche in termini economici. Dopo il ’68 ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, con i cileni massacrati dalla dittatura, con le vittime del Bloody Sunday, con le marce contro la guerra in Vietnam; da libertario sceglieva d’istinto in modo trasparente. Raccontava i popoli del mondo in lotta per la libertà e in Italia le battaglie sindacali del movimento operaio. In campo sociale avversava perbenismo, ipocrisie e consumismo.

M.B Mi ritrovo molto in quello che dice Tiziano e aggiungo che mi ha insegnato a guardare profondamente tutte le persone. Dargli uno spazio di ascolto e non giudicare mai a prescindere. Non ho mai messo filtri e mi ha insegnato ad apprezzare la ricchezza delle persone semplici, poi mi ha trasmesso il suo senso di libertà. Questo senso di rispetto verso le persone ti insegna ad averlo anche per te stesso. Mi ha insegnato che io valgo per merito mio e non per merito di qualcosa più grande di me. Perciò devo portare rispetto alle persone e in primis a me stessa. Lui è riuscito a fare quello che voleva senza scendere mai a compromessi e senza pesare su nessuno.

Ha mai avuto paura quando doveva partire per luoghi con situazioni al limite?

T.B Lui partiva poi raccontava la sua esperienza percependo lo scampato pericolo. Nel libro dei racconti “Daiquiri”, diceva che era fortunato e che nelle situazioni più pericolose lui se l’era sempre cavata grazie alla fortuna. In Irlanda del Nord, a Derry o Belfast anche solo usare una macchina fotografica ti faceva essere un bersaglio.

M.B Quando è andato con il Fronte Polisario nel’84 avevo 3 anni è me lo ricordo bene perché ero molto legata a papà ed è stata la prima volta che andava lontano da me. Ricordo anche nel ’87 quando è andato in Cile al suo ritorno ha portato una valigia gigante che stava per esplodere, portando con sé tante cose e fu così per ogni viaggio.

 

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Cos’è per Tiziano Butturini la bellezza?

Può essere estetica, quindi fascino, ma può anche essere bellezza interiore.

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Cos’è per Marta Butturini la bellezza?

La bellezza non è un fattore estetico, e ritornerei all’empatia di nostro padre. La bellezza è la vita e lui documentava la vita.

 

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Dove lo intravedete il Quid, quella scintilla che rende unica una cosa? Nel modus operandi di papà oppure nella vostra vita e nell’insegnamento che vi ha lasciato?

T.B Lui era una persona molto diretta e comunicativa, aveva questo dono. Sapeva interagire con chiunque e recepire i racconti e le esperienze degli altri. Il suo quid era nella capacità di comunicazione. Fare reportage significa interpretare e conoscere, grazie alla sua empatia era in grado di entrare all’interno di problematiche o situazioni riproponendole sotto forma di scatti fotografici. Ha lasciato segno. Tutti quelli che l’hanno conosciuto ne hanno un ricordo indelebile sia umano che artistico.

M.B Riusciva a fare cose incredibili, soprattutto negli ultimi anni di vita. Si metteva in situazioni limite, era indifferente chi avesse davanti, fosse una persona potenzialmente pericolosa o meno, le persone si aprivano perché ci sapeva fare. Ciò gli ha permesso di cogliere gli attimi giusti.

 

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E voi nella vostra vita dove lo intravedete il quid?

T.B Secondo me varia a seconda delle fasi della vita, in questo momento il mio sta nell’impegno per l’Associazione Gian Butturini.

M.T Devo dire che a livello umano mi ha trasmesso questa comunicabilità, sono anche io così con le persone, anche io ritrovo il quid nel mio impegno per l’Associazione che caratterizza la mia vita. Io e mio fratello abbiamo due ruoli differenti, io sono sul lato tecnico-organizzativo, inoltre sono cresciuta con lui nel periodo in cui viaggiava per più tempo. Tra me e mio fratello passano molti anni di età, Tiziano lo ha “vissuto” giovane, all’inizio delle sue trasformazioni e scelte di vita. Io l’ho conosciuto dai 46 anni in poi, ad entrambi ha trasmesso alcune cose uguali dal punto di visto umano, ma con delle differenze generazionali e caratteriali.