L'arte è uno degli ingranaggi del grande meccanismo esistenziale

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L'artista Andy Fluon ci parla della sua pittura: virtuosa, pop, iconograficamente articolata, e paradossalmente frutto di una necessità di sintesi assoluta.

 

By Redazione

 
Molti artisti concepiscono l’arte con un fine pedagogico, per altri invece può essere un manifesto di denuncia sociale, oppure un omaggio continuo alla bellezza. Qual è il fine della tua arte? 
La mancanza di fine, per me è un meccanismo esistenziale, io mi sento vivo grazie alla creatività, di conseguenza cerco di portare avanti un flusso creativo continuo. Sulla bellezza sono molto spesso un ricercatore soprattutto quella femminile, ripercorrere i tratti concavi e convessi, fare una sintesi illustrativa di quelle che sono le linee della bellezza è una cosa che mi affascina molto.
 
Analizzando la biografia di Andy, si scopre che la pittura non è solo una dimensione collaterale alla sua musica, è un pittore professionista. Riguardo la pittura, qual è la tua formazione, il tuo percorso? 
Nasco dall'illustrazione, ho fatto l'Istituto d'arte e poi l'Accademia delle arti applicate a Milano dove si univa grafica e illustrazione, c'era ancora la materia del lettering dove imparavi a fare il carattere bodoni a mano, dove c'era il disegno tecnico e sfruttavi tutte le tecniche, si parla del 1990-91. Dopo ho fatto quattro mesi di restauro nello studio privato di Luisa Bono che è una restauratrice-pittrice, questa esperienza mi è servita per togliermi qualsiasi inibizione nei confronti della tecnica e dei materiali. Mi è capitato di restaurare un Castellani, questi santificati per niente, e poi mi è capitata una tavola del 1487 di tale Bonifacio di Pitati, che faceva parte della scuola del Paolo Veronese. Ho avuto modo di capire che il restauro è un mondo che si affaccia a seconda della storia. I colori del '400 anche con un bisturi non riuscivi a toglierli invece con un po' d'acqua e acetone un tendone dell'800 mescolato alla ceralacca veniva via facilmente. In quel periodo Luisa Bono mi ha detto che i miei bordi neri sono un codice, essendo presenti dappertutto e da lì ho formato la mia tecnica, un po' partendo dai libri per i bambini dove devi colorare e rimanere nei bordi, un po' dalle vetrate di alcune chiese come la Sagrada Familia. Comunque considerando il periodo degli anni '80, che va dal '85-'87, quello spirito mi ha sconvolto, già da quando ero piccolo, notavo che il colore fluo era il più acceso degli altri, ma perché? Perché obiettivamente ad una frequenza di 390 nm tutti i colori fluorescenti che percepiamo hanno dentro un'incitazione molecolare che arriva a noi per reazione del fluoro che c'è dentro e così che noi li percepiamo così accesi. Da lì sviluppo una tecnica dove sono sempre presenti. Dall'Accademia poi ho fatto l'illustratore per le agenzie dove c'era la cricca di illustratori senza riuscire a lavorare un granché, ma avevo già i gruppi musicali, ero in ballo anche con i Bluvertigo quindi ho trattato le due forme di espressione come binari che si muovo parallelamente che a volte si incrociano parlando la stessa lingua; questo me lo ha insegnato Bruno Munari: "se tu inserisci le regole nel tuo percorso creativo puoi definire quando un progetto nasce, si svolge e finisce" perché la mia condanna era non finirlo mai. Quando ero giovane facevo diverse cose ora conservate che servono come documentazione per comprendere il mio percorso.
 
 
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Come mai hai scelto come forma d'espressione l'arte pop? 
Perché penso che le forme artistiche che mi affascinano sono esenti da cultura per forza, tutto deve essere alla portata di tutti, per cui il mio quadro può emozionare il grande collezionista oppure la donna delle pulizie o l'artista collega. Pop come popular art è rivolta a tutti, perché ho frequentato ambienti diversi, ho portato me stesso per imparare dagli altri senza insegnare, condividendo tanto. Non credo nella settorializzazione.
 
La rivista si chiama Quid Magazine in quanto vuole indagare sul quid del processo artistico. Per Andy che cos'è il Quid, quando un dipinto lo raggiunge? 
Il quadro è già avvenuto, essendo abbastanza bipolare, ora ho argomenti magari tra un anno mi troverai silente, tutta l'energia che emani in alcuni periodi in altri riporta in discussione tutto quanto. Io sono taoista, proprio perché, oltre alle arti marziali, mi affascina il taoismo come flusso esistenziale rispetto a baggianate cattoliche o piuttosto di altre religioni che impongono regole. A me piacciono gli antichi cinesi che dicevano che tu sei un'entità piovuta dal cosmo per svolgere un determinato compito, che tu nemmeno debba capire, ma quando sei in uno stato di presenta di te stesso diventi un'antenna tra la terra e il cosmo e diventi come un microcosmo. Noi siamo dei granellini di micro polvere, c'è tanta gente che si dà molta importanza, io non la vivo e non la reputo importante questo è il Quid. In questa dimensione, in questa fase mi voglio divertire, sogno questo continuo divertimento. Ho dormito quattro ore, ma mi sono alzato di buon umore all'idea di svolgere questi suoni e queste pitture, è bello e prezioso, me la sono guadagnata. È un lavoro e un gioco che ti dà da vivere, un yin e yang. 
 
Si può parlare di ''pop'' senza parlare di Andy Warhol e pochi altri...? 
Certo che sì. Warhol a mio parere, come dice Benedetta Bazini, è stato un gatto che guardava i topi giocare nella scatola, ha percepito a mio parere dalla fame e frustrazione nel modo più sottile per capire le regole della storicizzazione. Magari non riusciva a pagare l'affitto ma chiedeva ai collezionisti interessati degli spropositi e magari li cacciava se tentennavano, persona molto strana e articolata, per nulla positiva. È l'emblema di questa società, ma molto prima del disastro attuale, però lui ha avuto un'intuizione antelitteram, immaginare Warhol sul web sarebbe interessante. Si può parlare di pop art senza parlare di Warhol perché se valuti avanguardisti, surrealisti erano super pop pur essendo di nicchia, ma implementavano Freud e Marx che erano concetti condivisibili nella loro pittura. Klimt stesso è super pop, Munch. Mi piace quando un gallerista negli anni 60 poteva foraggiare Fontana per i suoi tagli e dopo vent'anni trovarsi clienti che hanno partecipato al gioco e che hanno comprato case grazie a quel gesto. È affascinante che la cosa che costa 1 tra dieci anni costa 100 e tra venti costa 10.000 Warhol ha goduto di questo in vita e andava a balzi. 
 
La tua arte negli anni ha subito un'evoluzione? 
Sto rifacendo quello che facevo vent'anni fa, ma con più consapevolezza. Io mantengo questo mio codice. Il bordo nero serve per isolare piani, quando guardi una foto la ingrandisci, la proietti ne fai una sintesi, ho smesso di fare la copia dal vero, non me ne frega niente. Da un'immagine ingrandendo tanto scopri dettagli che prima erano in secondo piano e invece diventano importanti e viceversa, per cui ho scelto questo codice perché è sviluppabile all'ennesima potenza e poi soprattutto mi paro perché so che quando sarò depresso e non mi piacerà nulla di quello che faccio, lo continuerò a fare perché ho immagazzinato così tante immagini che mi permetteranno di confezionare quadri e non morire di fame, poi si vedrà per la rinascita di questa sinusoide esistenziale.
 
Alcuni credono che per produrre qualità bisogna sempre fare della ricerca, mutare la base. Bisogna evolversi per forza, o basta avere una solida identità?
Se svolgi una vita curiosa, ricca di esperienze molto probabilmente si evolverà anche il tuo lavoro. Un esempio ho sempre amato la sintesi della natura nel liberty. Quando sono andato in India ho trovato dei portali dei templi indu che sembravano art decò o liberty e anche in Cambogia, con l'ausilio della mariuana, ho avuto un transfer temporale assurdo. Affascinato, ho fatto molte foto dei portali e li tratto come art decò. Se unisci queste idee con l'innovativa grafica di Munch, che prima della Baushaus è stato fondamentale nello sviluppo grafico e geometrico, vedrai che è stato innovatore nella suddivisione dello spazio, un quadro diventa una vetrata, anche le vetrate gotiche avevano questo, l'artista ha azzeccato un punto che mi affascina che è la linea di congiunzione tra l'Europa e i mie viaggi, dove prendo lo zaino e parto. Se ti muovi con curiosità il lavoro si evolve, se non ti muovi si calcifica.
 
 
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La coerenza può avere a che fare con il continuo cambiamento?
Sì. Assolutamente la coerenza verso quello che reputi trasversale è in continua trasformazione, paradossalmente. La tua è una domanda che propone una risposta biforcuta: se sei coerente verso qualcosa che si trasforma sì in questo c'è coerenza. 
 
Può esistere un fattore di ricerca, in una formula già consolidata come la tua? 
Sì, perché quello che vado a rappresentare è quello che si evolve nella mia vita, poi ha un suo codice, magari si raffina ma è sempre quello, magari diventa tridimensionale perché decoro gli strumenti musicali, ma il codice si evolve in base a come mi evolvo io.
 
I bordi neri nella tua arte...
Sono partito dai libri dei bambini in cui ci sono queste immagini da colorare e rimanere nei bordi che insegna un senso del limite. Ogni parte dell'immagine diventa un'isola cromatica a sé, diventa una parte geometrica, se ti avvicini ai miei quadri sembrano astratti, dei divisionismi. Il bordo nero è l'omaggio ad un pennarello che mi ha fatto fare molte cose, l'Uniposca, che è un pennarello acrilico, ma che rimane sulla tela se gli passi la resina nitro, quindi ho la possibilità di lucidare un acrilico rendendolo più che prezioso protetto e lucido. L'Uniposca che scrive su tutto, il poter scrivere su ogni tipo di materiale è prezioso.
 
Queste isole di colori di cui accennavi, ogni parte è slegata dal tutto? 
No. Mi piacerebbe fare dei giochi in cui ti do un reticolato di plastica e dei pezzi di plastica e trovare dove incastrarli andando poi a comporre il dipinto.
 
Tu sei in divenire, sei liquido nel tempo. Riesci ad applicare questa fluidità alle opere d'arte nonostante tu voglia dare una linea netta tra le parti? Come conferisci la fluidità? 
Mi muovo nei soggetti, faccio, ricerco, scatto, invito amanti che diventano modelle, organizzo i set, reinvento la realtà decontestualizzando gli elementi mescolandoli, come nella musica. Parto da un'idea che si modifica nel percorso fino a che è bianco e nero mentalmente è già colorato. È come mixare, tu registri poi mixi, i colori sono come i suoni nello spettro sonoro, il posizionamento cromatico avviene come i suoni nello spettro.