La creazione di nuovi e audaci progetti alla De Pietri Artphilein Foundation di Lugano
 
 
 

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La creazione di nuovi e audaci progetti alla De Pietri Artphilein Foundation di Lugano

 

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"Reputo ogni atto di ‘esposizione’ al pubblico audace e coraggioso perché ci si espone allo sguardo critico e si creano delle occasioni di dialogo. Tutto ciò è più che positivo." Intervista alla Presidente della Fondazione Artphilein Caterina De Pietri.

By Camilla Delpero   

 

Artphilein, una biblioteca sul libro d’artista di fotografia recentemente inaugurata, ce ne parli.

Parto dall’inizio. Mio marito è collezionista da 60 anni e assieme abbiamo orientato il nostro interesse soprattutto verso l’arte contemporanea. Il libro ci ha sempre accompagnato, sia come documento, sia come oggetto da collezionare, per arrivare a ciò che il libro significa per noi e per la nostra fondazione oggi. Non abbiamo mai collezionato pensando ad un museo; nel tempo abbiamo collaborato con istituzioni quali musei e spazi d’arte, dove si trovano alcune nostre opere in deposito permanente oppure per esposizioni di breve periodo, ma questo non è mai stata la nostra principale finalità. Nel corso di decenni abbiamo creato una collezione complessa e articolata, per la tipologia di opere di cui è composta (dipinti, sculture, video, foto, arte elettronica, ecc.). Oltre 15 anni fà ci siamo chiesti se volessimo creare una struttura slegata dalle nostre personalità: nasce così l’idea di costituire la De Pietri Artphilein Foundation, un ente non profit di cui sono la direttrice. Lo statuto della fondazione ha due focus: il primo è l’arte contemporanea, il secondo è la filosofia. Nel tempo la nostra fondazione ha creato un istituto di ricerca filosofica sulla violenza non fisica, supportato progetti artistici, ampliato la propria collezione. Nel 2008 vi è stato un punto di svolta, perché la crisi economica ha privato diversi artisti del supporto di gallerie e di enti pubblici e questi artisti si sono quindi rivolti direttamente a privati, ad esempio su piattaforme di crowdfunding, per cercare i mezzi finanziari necessari per realizzare le loro opere, sovente dei libri d’artista (ovvero il libro non solo come strumento di documentazione, ma come opera d’arte) . A partire dal 2008 la nostra fondazione ha supportato attivamente numerosi progetti di libri d’artista contemporanei, nei quali sovente il mezzo espressivo utilizzato era la fotografia. Dopo qualche anno abbiamo riscontrato la scarsità di luoghi, nei quali gli artisti potessero proporre al pubblico questi loro progetti e queste loro opere d’arte. Nel 2013 abbiamo quindi avviato due nuove attività: quella della casa editrice Artphilein Editions e della libreria Choisi, entrambe ubicate a Lugano. Abbiamo voluto crearedue luoghi fisici, in cui i libri si possano realizzare, consultare, presentare e comperare. Con il tempo abbiamo voluto ampliare la nostra proposta, aprendo due spazi espositivi e, appunto, la biblioteca di libri fotografici, Artphilein Library. Abbiamo avuto la fortuna di poter utilizzare, per la sede della biblioteca, uno spazio riconvertito, che in origine era un deposito di nafta; per dimensione e ambiente realizzava quelle premesse di cui avevamo bisogno: centrale, ma tranquillo, adatto alla concentrazione. Per 18 mesi abbiamo preparato l’apertura di Artphilein Library, che è avvenuta il 19 ottobre 2019 (in verità una biblioteca non è mai pronta, è un work in progress). In questa biblioteca si trovano soprattutto libri contemporanei che propongono il concetto di arte espressa attraverso il libro fotografico, libri di documentazione e cataloghi (sovente è sorprendente l’attenzione riservata dall’artista alla realizzazione di un catalogo di una mostra, nella consapevolezza che una mostra finisce, ma la pubblicazione rimane nel tempo). Le tematiche trattate dai libri in biblioteca riflettono le aree di ricerca, di particolare interesse per la nostra fondazione. Personalmente amo molto il libro fotografico, perché consente la presentazione di sequenze, ad esempio certe ricerche sociologiche, politiche, ambientali partono da profonde riflessioni e necessitano, per essere complete, di sequenze di immagini improponibili in un’altra tipologia di spazio. In biblioteca proponiamo una mostra di libri fotografici, che possono essere sfogliati liberamente. La prima, intitolata La fotografia un cantiere aperto è curata dal fotografo Pino Musi (con il quale abbiamo pubblicato recentemente Border Soundscapes) e propone 30 libri dalla collezione di Artphilein sul tema della periferia.

La mostra rimarrà aperta fino al 31 luglio 2020. Abbiamo optato per un’apertura così lunga, per consentire al pubblico una fruizione in tutta calma. Questi libri propongono 30 punti di vista differenti sulla periferia, inducendoci a un’interessante e personale riflessione.

 

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Chi è Caterina De Pietri?

Sono nata nel 1960, in Svizzera. Sono cresciuta a Roma e dopo le scuole elementari la mia famiglia è tornata in Svizzera. La mia formazione è di giurista, ho praticato come avvocato e come notaio. La mia infanzia era avara di immagini rispetto ad oggi, la televisione non era presente in tutte le case, gli spazi pubblici non erano così invasi da pubblicità e il rapporto con l’immagine era quindi più rarefatto. La mia passione per i libri e per la fotografia documentaria risale agli anni ’70. Durante gli studi a Zurigo noi studenti fruivamo di condizioni di favorevoli per visitare mostre, andare al cinema, sentire dei concerti. Già allora m’interessava l’arte contemporanea e questa passione mi accompagna tuttora. Mi attira lo sguardo degli artisti, la sensibilità che hanno su problematiche che ci toccano da vicino. Quando ho conosciuto mio marito sono poi rimasta coinvolta nell’attività di collezionismo, che per noi è sì importante, ma non ci qualifica esclusivamente: la collezione è un diario della nostra esistenza. Assai più significante è per me invece l’attività svolta dalla nostra fondazione.

Cos’è per lei il collezionismo? Un bisogno per la persona oppure una forma di mecenatismo che vuole aiutare nuove possibilità di espressione?

Senza mecenatismo alcuni progetti non possono essere realizzati. Il mecenatismo consente sovente all’artista di sperimentare, di percorrere strade nuove, senza preoccuparsi del ‘mercato’. È giusto che ci sia il mecenatismo; che sia statale o privato l’importante è il risultato. Sono uscite delle pubblicazioni che affrontano il problema dei Musei privati, in quanto non avendo certi limiti creano progetti più audaci e culturalmente elevati. Cosa ne pensa, basta che si faccia cultura oppure non è una situazione sana. Ho una visione molto liberale, ogni iniziativa è ben accetta, che sia privata o statale; dopo bisogna capire quanto possa rimanere in piedi. C’è anche una selezione: in passato ci sono state esperienze che sono iniziate, altre che sono durate per qualche tempo, alcune sono terminate, altre ci sono ancora. Non credo ci sia un’esigenza di censura iniziale. Reputo ogni atto di ‘esposizione’ al pubblico audace e coraggioso, perché mostrando un’opera in uno spazio museale, oppure pubblicando un libro o aprendo un nuovo museo privato ci si espone allo sguardo critico e si creano delle occasioni di confronto e di dialogo. E tutto ciò è più che positivo.

 

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 La sua partecipazione alla Biennale di Chiasso?

Credo molto nell’uscire dall’isolazione, con i nostri spazi e con la libreria veniamo ospitati e a nostra volta ospitiamo. Siamo a favore della cooperazione. La Biennale dell’immagine è una bellissima avventura, soprattutto coraggiosa se si considera la dimensione di questa città di confine. Chiasso ha creato un progetto molto ambizioso. Tutto ciò è meritevole di nota. Noi abbiamo supportato la mostra di Boris Mikhailov in qualità di Fondazione. In qualità di Casa editrice abbiamo partecipato alla parte “Frequenze”, assieme ad altri spazi con l’opera di Pino Musi. Qui a Lugano diamo il nostro supporto con l’apertura della biblioteca Artphilein.

Cos’è per lei l’arte contemporanea?

L’arte contemporanea ci offre delle chiavi di lettura del nostro mondo contemporaneo. La frequentazione di mostre e di fiere d’arte consente di rilevare una sconnessa moltitudine di proposte artistiche. Ed è giusto che sia così: in un’epoca complessa, disarmonica, pluriforme quale la nostra, le espressioni artistiche non possono certo essere univoche e chiare. L’arte contemporanea, nelle sue diverse forme, si fonda comunque su canoni espressivi che si possono imparare a conoscere, a ‘leggere’. Da sempre, un’opera d’arte presenta sempre più livelli di comprensione e di lettura.

Una Fondazione come può aiutare un artista emergente?

Con questo intento noi, ad esempio, abbiamo lanciato il concorso per la realizzazione di un libro fotografico sul tema ‘crash’, in concomitanza con la Biennale dell’immagine. Un approfondimento su questa stanza all’interno dei vostri spazi in cui gli ospiti devono reinterpretare lo spazio. A Barcellona, tempo fa’, ho visto una mostra molto interessante incentrata su un solo piccolo libro fotografico, interpretato dai curatori in forma tridimensionale con installazioni, gigantografie, video e così via. Le impressioni di questa modalità espositiva si sono sedimentate in me, perché mostrare al pubblico un libro è assai difficile. Il libro dovrebbe essere toccato, per offrire un’esperienza plurisensoriale, ma non tutti i libri possono essere liberamente manipolati. Da questa sedimentazione è poi nato l’approccio applicato in questa stanza: consentiamo agli editori di interpretare loro stessi il libro in forma tridimensionale. Noi siamo alla terza esperienza e non ce ne è stata una uguale. Al centro ci deve essere il libro, l’editore ha la libertà di declinarlo.

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La sua Fondazione e tutta la sua realtà può diventare un luogo di ritrovo di scambio culturale a Lugano.

Questa è una biblioteca di studio con sempre presente una curatrice che risponde alle eventuali domande di chi viene a ricercare. La soglia di accesso deve essere bassa, la fotografia è conosciuta da tutti, si può sperimentare e approfondire. Indubbiamente è un luogo di incontri che noi ospitiamo più che volentieri e siamo felici quando veniamo invitati.

 

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Come vede Lugano come realtà culturale?

Sicuramente è una realtà in divenire. Occorrono pazienza e perseveranza, ma sono ottimista che Lugano possa affermarsi localmente e in un contesto più ampio.

 

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Cos’è la bellezza?

La bellezza è un sogno che noi perseguiamo; è un equilibrio, una sensazione che noi cerchiamo, è qualcosa a cui noi bramiamo e che possiamo solo sperare di trovare. 

La rivista Quid Magazine perché vuole indagare il Quid, questa scintilla che rende unica una determinata cosa, che sia un’opera d’arte, un progetto o la propria vita. Lei dove la intravede?

Il quid dell’esistenza è essere curiosi e rimanere positivi verso qualsiasi cosa accada. La nostra esistenza non è statica e in equilibrio, bensì dinamica e incerta. Invece il Quid di un progetto o di un libro d’artista lo colgo quando un artista è riuscito a far passare il suo messaggio.

 

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Desidera parlare di qualcosa in particolare?

Tra tutte le avventure che abbiamo dedicato al libro la biblioteca è quella che ha avuto una più lenta gestazione per quanto riguarda la ricerca dell’ubicazione, della finalità, ma è anche quella di maggior soddisfazione. La nostra Fondazione ha ancora altre opere e altri nuclei di libri, quali i libri d’artista non fotografici, i libri di documentazione sull’arte e di arte, nuclei che potranno essere proposti in altre sedi. L’attività della nostra Fondazione non si esaurisce qui e cercheremo di attuare delle altre iniziative.